Paola Pluchino. Sculture in silicone, resina, plastilina, a volte con inserti di capelli umani. Imponenti nella presentazione, perturbanti nella resa, talmente reali e concreti sembrano questi alti busti, questi autoritratti, questi corpi seri ed enigmatici che si prestano allo spirito voyeuristico dello spettatore. Avvicinandosi alle opere di Evan Penny si coglie il fascino della maniera accademica, il pedissequo perfezionismo nella resa dei volti, l’ espressività di queste nuove e ri – create maschere. Nella linea che congiunge il totemico al virtuale, l’artista genera delle sculture che possiedono contemporaneamente reminescenze naif (capelli) e materiali di sintesi della civiltà dell’oggi, aprendo alla più fumosa instabilità e corto circuitazione del tempo. Un fare innovativo che imperversa e seduce l’occhio del pubblico svelando come l’artificialità può essere più reale del mondo vivente. Un’opera che permetterebbe molteplici variazioni sul tema, dalla medicina declinando chirurgia estetica e clonazione, fino alle teorie mass mediali, tra finzione e società dello spettacolo (per dirla con un celebre saggio dello studioso Guy Debord[1]). Le opere di Evan Penny, presentate con questo allestimento per la prima volta alla Kunsthalle di Tübingen, successivamente al Rupertinum di Salisburgo, ora in mostra presso il Marca  di Catanzaro fino al 30 giugno, saranno poi portate all’Art Gallery di Ontario, patria adottiva dell’artista. L’esposizione è accompagnata da un’ampia monografia in italiano, inglese e tedesco pubblicato da Verlag der Buchhandlung Walther König, Colonia, con contributi critici di Alberto Fiz e David Moos, Evan Penny, Daniel J. Schreiber, Veit Ziegelmaier e dello stesso editore. Re -figurare, ossia rendere ultra reale il visibile, talmente tanto verosimile da apparire solo in seconda istanza falso. Su alcune di queste opere, come Panagiota del 2008, sembra sia passato un narciso specchiato, sembra che col gesto della mano abbia sfiorato il pelo d’acqua delle figure, deformandone il volto. Forse, da questo gesto, nasce  in Evan Penny, la volontà di indagare se stesso, studiando attraverso i suoi Self (portrait) l’identità dell’artista che produce un reale – immaginario. Come rovesciamento hegeliano, in cui il falso costituisce un momento della verità, le sue opere germinano in un terreno di facile e di immediata percezione, un campo, un formato a schermo che rende queste sculture, quasi familiari. Ma, il familiare, come insegna Sigmund Freud nella sua definizione tedesca di unheimlich[2] è a un tempo conosciuto e ignoto, affabile e respingente, in una parola appunto perturbante. Di Evan Penny si apprezzano anche i giochi ottici, quelle anamorfosi (quelle depravazioni ottiche che indaga brillantemente lo studioso Jurgis Baltrušaitis [3]) con cui lo spettatore interagisce, invitato a spostarsi, vicino o lontano, a destra o sinistra per incrociare la giusta prospettiva in cui l’opera si ri – proporziona. Tra molossi nude look, dalle treccine indigene e caschetti rosso ginger non possiamo che invertire il discorso volendo sbirciare dietro il fare per pollici e  pressioni di questo sudafricano vorace dell’iperreale, votato al forzare al massimo la qualità della visione. Come gli undici decimi della vista, anche i sette ottavi della musica rendono sincopata la percezione, il pubblico si sente osservato da occhi ciechi, si muove, passata la sbornia della scoperta, tra volto e volto, sentendo dentro di sé qualcosa di anomalo. Evan penny gioca così con i meccanismi dell’interazione e del video, con il confronto imperante e dittatoriale che la società moderna impone. Come le antiche donne auspicavano alla tendenza ultra terrena delle dee ispiratrici così qui l’uomo crede di poter giungere, appaiare e superare questo uomo così simile all’umano. L’inganno, si svela così nel fenomeno che si presenta, diversa uguaglianza tra simili.


[1] Guy Debord, La Société du spectacle, Paris, Èditions Buchet-Chastel, 1967.

[2] Per un approfondimento sul rapporto tra ’heimlich/unheimlich‘ si vedano:

Sigmund FreudSaggi sullartela letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri, 1991

Giorgio Agamben, Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, Einaudi, 2011.

[3] Jurgis Baltrušaitis, Anamorfosi o Thaumaturgus Opticus , AdelphiMilano 1990.

pubblicato su The Artship # 4 maggio 2012