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Sfogliando le Pagine elbane curate da Sandro Foresi, del 1932, dal sottotitolo Memorie, aspetti e coste dell’isola d’Elba, mi sono imbattuta nella traduzione di un articolo, definito interessantissimo, tratto dalla rivista tedesca Besondere Beilage del 31 gennaio 1930. Ne è autore un certo dott. Alfred Schroth, che, avendo trascorso l’estate precedente all’Isola d’Elba, vuole rendere partecipi i suoi connazionali di quest’esperienza.

Il titolo scelto dalla rivista elbana, due anni dopo, nell’offrire la versione italiana di questo resoconto a cura della prof.ssa D. Giovannini, è Come ci vedono gli stranieri- L’Isola dell’imperatore. Oggi che moltissimi tedeschi scelgono l’Elba per vacanze più o meno lunghe, e non pochi la eleggono a loro luogo dell’anima, abitandovi stabilmente, penso possano riuscire gradite le osservazioni del coraggioso e sensibile viaggiatore di ottant’anni fa. Dedico questo mio scritto alla memoria di Gisela Neuner, artista e donna squisita: negli anni Sessanta si trasferì all’Elba dalla sua Germania per amore, sposò un elbano, Pietro Chionsini, e continuò per molto tempo a coltivare la passione per il canto lirico nella sua bella casa dei Magazzini, a Portoferraio, e nei grandi teatri italiani ed europei.

Alfred Schroth, dunque, affascinato dal mito napoleonico, ha un grande desiderio di visitare l’Elba, ma dallo stesso bureau italiano non arrivano parole d’incoraggiamento: “Guardi che lei arriverà a Livorno, con il suo bagaglio, e poi avrà ben nove ore di traversata con un piccolo piroscafo, su di un mare tempestoso e poi certamente la pensione sarà chiusa”. Ma il nostro non si scoraggia e anzi aumenta in lui la voglia di girare in lungo e in largo l’Elba; come si dice popolarmente, il diavolo è meno brutto di come lo si dipinge, ed infatti Alfred constata che i due sistemi di navigazione per raggiungere l’oggetto del suo desiderio, da Livorno in otto ore o da Piombino in un’ora, sono entrambi comodi, e che partendo ad esempio da Stuttgard con il rapido della notte, si raggiunge in 24 ore la
lontana isola, tuffata nel Tirreno.
La prima impressione, arrivando, è che il ritmo di vita, nonostante la vicinanza del continente, sia rimasto, per la popolazione tutta, affatto turbata dalla irrequietezza moderna, una simpatica manifestazione di gaio cuore contento, ospitale e gentile. Rimane a Portoferraio otto giorni, presso la pensione Villa Ottone riflettendo sulla morfologia del territorio e le sue scarse offerte culturali: la costa è quasi tutta rocciosa, aspra, a picco sul mare: qua e là solamente piccole insenature offrono la dolcezza di una breve spiaggia. L’Elba non offre le comodità costiere che si trovano tra Livorno e Sestri Ponente; in estate non ci sono teatri, non ci sono cinematografi, né bals tabarins: nessuna possibilità dunque di mostrarsi in grande toilette e saggiamente ne trae la conclusione che perciò, fortunatamente, l’isola rimarrà ancora chiusa al tumulto del gran mondo per conservare il patrimonio della sua bellezza naturale.
Aggiunge poi che l’Elba ha presso a poco la grandezza di una provincia media del Wurtemberg, così il numero degli abitanti e che era conosciuta per il patrimonio del suo ferro fin dai tempi preromanici.
Segue un ritratto curato nei particolari di Portoferraio, con gli Altiforni e i nero-luccicanti caratteristici cooper e gli alti camini fumosi mentre nel porto sostano piroscafi inglesi carichi di carbone e velieri, qualche yacht e molte barche a remi che trasportano comitive allegre e piene di canto che sgorga dal cuore. A notte si incrociano i raggi di luce, l’uno candido, l’altro rosso, del faro della Stella e dello Scoglietto.

La città, con i suoi seimila abitanti, si sveglia già alle quattro del mattino, prima degli irrequieti passerotti che pernottano nei folti alberi di Piazza Vittorio Emanuele e ben presto le strade si riempiono di voci e delle grida dei venditori:sul mercato si riversa mezza città e adesso che siamo in giugno possiamo ammirare tonni e sardine accanto a grosse ciliegie, pesche e albicocche. L’attenzione del viaggiatore è attratta irresistibilmente anche dal polpaio: al principio della strada, dove si allineano i banchi di marmo, c’è assai spesso un venditore con un viso acuto tagliato da cicatrici e fronte alta che forma il centro di grande attenzione. In una pentola di terra egli ha cotto i polpi per venderli a pezzi. Le brutte bestie, dai lunghi tentacoli, con la cottura divengono rosse e formano la delizia dei buongustai i quali riunitisi intorno al tegame chiedono chi un pezzo di testa o di borsa, chi un pezzo di gamba che viene servita loro fumante su di una forchetta di stagno.
Meravigliosa appare all’ospite la vista che si gode dall’ampio piazzale napoleonico, dove consiglia di salire prima di mezzogiorno, per evitare il caldo eccessivo. Secondo il dott. Schroth, il periodo ufficiale dei bagni, per gli italiani tutti, comincia con il 24 di giugno – festività di san Giovanni – e a Portoferraio essi avvengono su di una spiaggia assolutamente priva di molluschi, forse perché priva di piante marine. Nel pomeriggio la vita tace in tutte le strade fino all’ora in cui la brezza marina non torna a recare i suoi profumi. Allora i caffè si empiono e, sottili, pallide ragazze, assai belle, con labbra molto pitturate passeggiano fino a tarda ora. Alle undici sparisce il gridìo dei fanciulli, ma si odono ancora le allegre risate di giovani coppie che ancora si attardano all’aperto.

Il giudizio complessivo su un soggiorno prolungato a Portoferraio non è positivo a causa dell’irrequietezza della città e i gaz degli alti Forni. Invece, a pochi chilometri si può subito cambiare opinione. Segue una descrizione idilliaca dei colori e dei profumi che rallegrano il parco della villa di San Martino: la piccola casa ha intorno a sé folti oleandri, mimose di molte qualità, palme e cedri del Libano. La località è caratterizzata dai meravigliosi gialli delle pitte in fiore, dalle azzurre agavi, che si innalzano grandiosi verso il cielo. Il fiordaliso fiorisce nei campi di grano color oro, che è già sotto mietitura. Gli ultimi carciofi sfioriscono, i fichi principiano la loro maturazione e nel parco della casa imperiale canta l’usignolo, cui, tristemente da lontano, risponde il cucu.
L’impressione sulla augusta dimora è invece negativa: prima di arrivare alla casa dell’imperatore si trova un museo costruito in stile classico che porta l’emblema del sovrano: le aquile, le api e l’N napoleonica. Il museo contiene solamente una raccolta di bestie imbalsamate e di pesci. La villa vera e propria era una antica casa di contadini, di cui la vista verso il porto lontano e le alte vette cupe, è l’unica cosa buona… L’interno della casa imperiale è vuota e triste: ci mostrano una stanza da bagno, una stanza da letto, che avrebbero dovuto essere per il sovrano. Più interessante la stanza da ricevere, pitturata a geroglifici egiziani per volontà dello stesso Napoleone che vi fece scrivere ubicumque felix Napoleon. Il magnifico parco, già scuro per la sera che cade, non riesce a farci dimenticare la tristezza di tale visita e sorridiamo soltanto quando il cocchiere, che frattempo ha ornato frusta e vettura di oleandri e mimose, ci riporta alla realtà.

La seconda parte di questo diario di viaggio tocca altri posti, oltre il capoluogo: per strade ben tenute, attraverso colline che cambiano ogni momento la vista come uno scenario, sorpassando Procchio, si arriva in una valle dove c’è Marina di Campo, di cui decanta la spiaggia curvilinea e piena di sabbia ideale per bagni e il carattere idillico del paese, sormontato da un castello; ma più ancora, l’ammirazione di Schroth va a Marciana Alta, chiamata miracoloso gioiello.
Quelle strade silenziose, con le larghe lastre di pietra, il chiaroscuro pieno di fascino, gli interni ombrosi dei portoni, e il favoloso piazzale tutto pieno di rose, fanno della località il castello della bella dormente. Arriverà il Principe e sveglierà Rosellina di macchia dal suo sonno profondo? E nel tempo il quadro svanirà, giacché, così profondamente bello, non può essere altro che il sogno. Tutto a un tratto alcuni passi e lo squillare lieto di un campanello. Non è il Principe azzurro con il cappello piumato ed il giustacuore di velluto. Oh, no! È un modesto viandante a dorso di un asino, silenzioso e grave come un mistero: saluta e passa.
La dignità degli asinai, la composta ieraticità della loro figura colpiscono particolarmente il viaggiatore; più avanti ritorna a dire: affascinanti, direi quasi alteri di una lor propria maestà sono con il loro largo cappello gli asinai, che silenziosi passano per i sentieri. Le loro necessità sono moderate – perciò il loro viso è luminoso e limpido e la loro lingua ricca di espressioni non conosce l’umiliazione del chieder l’elemosina.

Dopo l’incanto di Marciana Alta, quello di Poggio, tuffato in un bosco di castagni: i due paesi, situati alla stessa altezza, cinquecento metri sul livello del mare, appaiono paesi da novella.
Troppo suggestivo per rinunciarvi, seppure scabroso, è definito il sentiero che porta alla Madonna del Monte dove Napoleone possedeva un romitaggio e da cui si vedono, oltre la Corsica e la Capraia, la Gorgona e la costa nebbiosa del continente. Qua e là, poi, fra una lussureggiante vegetazione, sorridono paeselli in mezzo al verde e appare lontano il mare azzurro come il manto della Madonna. L’ascesa alla cima del Monte Capanne richiede circa due ore, attraverso vegetazione diversificata: dopo il santuario comincia quasi subito un altro mondo;i castagni che arrivano fino alla cappella smettono di mandare ombra e frescura: mortella ed erica scompaiono più si sale verso i granitici massi, che formano veri e propri colossi di pietra.
Del ritorno a Portoferraio sottolinea il piacere del soggiorno presso la pensione Villa Ottone, bellissima, cintata da alti eucaliptus, fiorenti tigli, svettanti palme da datteri e sognanti mimose. Guardando dalla terrazza il mare infinito, ogni tristezza scompare dall’anima, ogni gretteria della vita di tutti i giorni ci abbandona e noi ci tuffiamo in una spiritualità tutta ideale. Particolarmente suggestiva appare l’ora del tramonto e struggente un funerale via mare cui il tedesco assiste.

L’ora del tramonto non si può dimenticare: il sole cala nella sella di Portoferraio e un raggio d’oro arriva fino a noi illuminandoci:e indimenticabile resterà il silenzioso corteo di cinque barche che da Bagnaia portavano sul mare, d’argento per la luna nuova, un morto, fino al cimitero di Portoferraio. Cinque barche solitarie legate l’una all’altra: nella prima il giovane pescatore, annegato nel golfo, tutto coperto di palme e mimose. Vele a mezz’asta: mare tacito e calmo: corteo triste e festoso ad un tempo nel raggio d’argento della luna. Gli interessi di Alfred Schroth si indirizzano ad ogni minimo aspetto della natura. Le nostre gite ai Magazzini e a Bagnaia o dintorni ci procurano grandi gioie: fiori ed insetti di nuove specie e colorazioni strane, pietruzze da cambiarsi con gioielli, serpenti d’acqua azzurri e luminosi, carbonaie rosse e fumose, in cui il carbone si forma in soli cinque giorni.
Lo colpisce l’abbondanza d’acqua dell’isola: molte e svariate le fontane. Dalla ricchezza di acqua fresca, sgorgante dalla bella fontana napoleonica, su, alla Madonna del Monte, si arriva alla primitiva sorgente o polla ricoperta da veri e propri monumenti di pietra. Alcuni sembrano piccole piramidi egiziane, altri campane.

Un attento sguardo è rivolto alla chiesa di Santo Stefano alle Trane: presso i Magazzini vi è la rovina di una chiesa romanica del dodicesimo secolo che è ancora visibile a causa di un ben conservato rilievo del coro: vi sono rappresentati un uccello e un asino: quest’ultimo si addenta una zampa. Più lontano un agnellino pascolante, forma con la chiesa un quadretto simbolico. Per un osservatore ed escursionista come Schroth, non può mancare, dopo quella al monte più alto dell’Elba, anche la visita al Volterraio: la salita è aspra, ma è compensata dalla larga vista di cui si gode fino al Monte Capanne. Si passa dalla parte dei Magazzini, e al mattino presto in poco più di mezz’ora si arriva alle mura, ancora in piedi, di un antico castello. Qualche lepre sguiscia tra i piedi e una civetta fuggendo lancia un grido.
Di lassù le casette di Bagnaia sembrano punti bianchi, Portoferraio è pieno di ombra e di luce ed il Monte Capanne alza al cielo il suo profilo aguzzo che si staglia nel cielo con linee nettamente tagliate. Ossa bianche di animali morti ci dicono che non molte sono le persone che salgono quassù. È un luogo per la sagra e per la leggenda. E la leggenda c’è poiché si parla ancora di una figlia di re, precipitatasi per amore o disperazione nel golfo. Essa era divenuta pazza, e si sussurra a Bagnaia, piccolo borgo, che in alcune notti gridi d’angoscia si sentono arrivare dal triste castello disabitato.
Per continuare la conoscenza dell’isola, Schroth approfitta del luogo dove in quel momento si trova: girando intorno alla rovina e cominciando a scendere si giunge a Rio Elba e Rio Marina, dove si trova il minerale per gli Alti Forni. Non lontano dai Magazzini si trovano sulla punta ombrosa di un promontorio, quello delle Grotte, le vestigia di un’antica villa romana e di là passa la strada che conduce a Portolongone piccola città a ridosso del monte, degna di essere pitturata per la lietezza dei suoi colori. Le valutazioni sul carattere del clima elbano ne sottolineano la mitezza e l’uniformità, ma anche l’afa, alla quale si può ovviare rimanendo sotto gli eucalipti e i cedri che regalano un fresco delizioso; del suolo dell’isola dice che la sua conformazione, attraverso le differenze delle pietre e degli strati non ha uguali e che di solito, a parte le eccezioni delle spiagge sabbiose della Biodola, di Marina di Campo e del golfo della Stella, la costa è rocciosa o ricoperta per breve tratto da grossi sassi bianchi levigati, che sembrano di marmo. Dove invece la spiaggia breve e non bella è seguita da campi di grano, di orzo e di vite, le colline si innalzano quasi subito a 5, 6oo metri. La colorazione del terreno, un po’ scura ci dice la presenza di minerali di ferro.
Molte sono anche le note sulla vegetazione. L’altezza degli alberi è relativa, se si tolgono i castagni di Marciana e molti lecci e le alture sono ricoperte da una specie d’erica che può raggiungere l’altezza di un metro. Acacie e fichi selvatici si inseguono chiudendo a volte i campi e le vigne… Il melanconico verde argenteo degli olivi è raro, ma lo trovi spesso sposato alla rossastra foglia dei lecci: dai giardini e dai parchi s’innalzano eucalipti con tronchi lisci e lucidi e larghe foglie oscure. Grandi pini ad ombrello formano a volte un resinoso tetto alla casa del mezzadro e snelli cipressi sorvegliano silenziosi larghi viali: ma tutto lo splendore della sua vegetazione, l’Elba lo sfoggia nelle agavi azzurrine e nello sfavillante giallo delle pitte. Le rossastre sommità senza bosco, il bruno pastello delle pietre ferrigne, il cangiante verde degli alberi, delle vigne e dei giardini, si sposano con l’eternamente giovane mare che gioca e sussurra nei numerosi seni dell’Elba. Questa è la terra del sole e della pienezza dei frutti e della naturale bellezza: è la terra d’Iperione e di Diotima.
Dopo questi accenti lirici, prevale la concretezza della descrizione delle abitazioni isolane. La costruzione delle case è armonica, e le ville padronali e le case del mez zadro hanno una loro fisionomia speciale: molte hanno ancora una torre con la campana: più larghe che lunghe, si trovano sempre in simpatica comunione con un gruppo di alberi. La tintura esterna delle case è più che altro grigia, di rado rossa o bianca, di solito mare e cielo e case hanno una medesima intonazione. Anche le scale vi sono larghe e all’ombra delle abitazioni c’è sempre un piccolo luogo dove a sera si radunano i padroni. Viene poi la constatazione, valida spesso ancora oggi, che gli interni non conoscono la eccessiva cura e minuzia delle nostre case, ed è logico perché qui si vive molto più all’aperto di quello che non si viva da noi.

Del resto, nei paesi mediterranei e tanto più nelle isole assolate del “mare nostrum” il cuore della comunità, specialmente settant’anni fa, nella bella stagione, ma non solo, era la piazza, erede dell’antichissima agorà greca: la mattina luogo di socialità per vecchi in pensione, sfaccendati, massaie con la sporta di paglia a fare la spesa e a scambiarsi notizie paesane; la sera al tramonto occasione d’incontro fra ragazze e “giovanotti” e di scambio di sguardi “innamorati e schivi.” Nell’avvicinarsi alla conclusione delle sue attente osservazioni, il dott. Schroth riflette sull’influenza dell’ambiente sul carattere e la psicologia degli elbani: il cielo sempre limpido, l’armonia del paesaggio, il continuo canto del mare, e l’uguale ritmo dei giorni, fanno sì che qui l’uomo, come individuo, non abbia bisogno di nessuno. Non ancora tocco dalla civilizzazione irrequieta, non ha nostalgia del nuovo che dà la grande città. Qui gli uomini vivono la vita dei grandi signori a causa del loro felice temperamento: i loro movimenti sono calmi e misurati; fino all’entusiasmo, a volte retorico e antistorico, di queste parole: direi quasi che essi ringraziano la loro miseria come se fossero i padroni della terra: e in verità tutto è loro! Il mare azzurro, la terra fiorente di frutti, l’immensità dei cieli. Il frutto del campo è così ricco, che la proprietà qui non ha padroni, e la silenziosità e la bellezza della patria sono la sorgente e la fontana della felicità, che si tradisce nel sonoro squillo armonioso della loro bella lingua. Il diciottenne cocchiere che, quando eravamo a Portoferraio, ornò di mimose la frusta ed accolse con un sorriso la nostra tristezza, dovuta alla visita della villa Imperiale; il barcaiolo che ci conduceva verso l’Ottonella sono stati per noi amici perfetti dopo poco tempo che ci eravamo conosciuti. Ogni futuro è atteso con gioia con calma: i mezzadri parlano dei loro padroni, raccontandone la vita, intramezzata con la loro, giacché ogni proprietario ha chi gli lavora la terra, e gli dà come compenso la metà del raccolto.
Le ultime note riguardano, concretamente, i costi di una vacanza all’Elba e una bella definizione dell’ isola. Pane, pesce, vino, discretamente a buon mercato, uova care, buone le pensioni da lire 25-35 il giorno e ottime le case mobiliate in campagna, dove vi è tanta tranquillità a buon mercato e dove la vita semplice e serena fa proprio pensare, come Napoleone, che questa sia l’isola della pace.

 M.Gisella Catuogno