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La scalinata del Forte Falcone
Se il cielo sarà chiaro
e il vento dormirà
e il suo respiro sarà brezza
e la pietra sarà tiepida
salite ragazzi la scalinata
che porta al Falcone.
Salite senza fretta
che l’affanno subentra
in chi prima e in chi poi.

Fermatevi a tre quarti
dalla cima, sotto al verde
che s’affaccia sui gradini
sia esso una magnolia
un fico o una buganvillea
un abete o un oleandro
un pitosforo o un roseto
o un albero importato
da migranti.

Attenti a non succhiare
veleno dall’oleandro
a non pungervi
con le spine
della buganvillea
e delle rose,
anche se sarà difficile,
se le amate come
le lucertole il sole.

Da lassù
vi apparirà la vita:
piazzole incrostate
vicoli e scivoli
strade sbarrate
ferri battuti
pietre rosate
buche e scorci
tetti e terrazze
tegole e antenne

mare e gabbiani
ma anche
ortiche
malve
spighe
papaveri
e cicche
e cartacce
e gatti randagi
in cerca di cibo e d’amore.

La scalinata del Forte Falcone

Quando l’ozio sarà un lusso, salite, ragazzi, la scalinata che dalla piazza sull’acqua porta in cima al paese, ai piedi del Forte Falcone.
Vi ripeto, andate quando il cielo sarà libero da nubi e non avrete pensiero per la pioggia in arrivo, quando il vento dormirà e il suo respiro regolare sarà brezza leggera.Il caldo non offuscherà l’aria e la pietra splenderà serena.
Affrontatela senza fretta e fermatevi talvolta.
Ai bambini appesi a un aquilone è permesso prenderla di petto, ma solo a loro. La pendenza, quasi in verticale, e la lunghezza consentono di camminare spediti nella parte bassa tanto da pensare di poter tenere il passo sino alla sommità; però l’affanno subentra in chi prima, in chi poi. Aggirarla con un mezzo di trasporto è possibile, tuttavia, datemi retta, almeno una volta, salitela scalino su scalino, di primo mattino o nel tardo pomeriggio o a sera, quando sarà semideserta.
Vi capiterà di incontrare qualcuno che s’avvia verso una porta affacciata sulla scalinata. E allora osservate, non lui, ma la borsa nella sua mano arrossata. La borsa oscillerà a voler scuotere il peso.
Fermatevi poco prima della fine, a tre quarti del percorso, davanti all’ultima rampa in cemento armato e voltatevi a guardare la gradinata, magari sotto a una pianta che spunta da un muro rasente la scala. Potrà essere un fico o un abete rinchiuso, una magnolia, un oleandro, un pianta di rose, una buganvillea viola. State attenti a non mettervi in bocca le foglie d’oleandro. Perché succhiereste veleno e a non pungervi con la buganvillea o con la rosa, anche se sarà difficile, se le amate. Le lucertole amano il sole e le vedrete sulle murelle, poco lontane da qualche tarantolina. Non abbiate paura, la tarantola rimarrà aggrappata all’intonaco, la lucertola scapperà nell’edera.
Da lassù, ai vostri piedi, giù per la discesa, scoprirete la vita, le piazzole incrostate, i vicoli, gli scivoli, le strade sbarrate, i ferri battuti, le pietre venate di rosa, qualche buca rattoppata, gli scorci pittoreschi, i terrazzi sui tetti, i gabbiani, le tegole rosse o marroni, le ortiche, le malve, le spighe, i papaveri aperti e, ai lati, cicche e cartacce, perché nella vita la perfezione stucca, ma vale la pena percorrerla tutta.

( Poesia  tratta da Alessandra Palombo, Il lavoro del vento, Liberodiscrivere, 2008)