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 La protagonista di questo romanzo/confessione è una ragazza sempre dipendente da qualcuno o da qualcosa, che non riesce a trovare l’equilibrio necessario a vivere accettabilmente la propria esistenza.

I personaggi da cui dipende affettivamente, senza però riuscire a instaurare con loro appaganti corrispondenze d’amorosi sensi sono i familiari che non la capiscono, l’Avvocato che la sfrutta senza scrupoli ma in maniera accattivante o Madame, che lei ama di un amore che sente innocente ma che è inopportuno per gli altri.

Tra gli oggetti, invece, che le creano dipendenza, al primo posto c’è la roba, il pane quotidiano da cercare spasmodicamente nel rosario dei giorni finalizzati allo sballo, senza orizzonti altri, nella piazza dove tutto si scambia, dai rapporti devastanti all’oggetto del desiderio.

La protagonista è sensibile, profonda, intelligente e in certi squarci di normalità riesce a raggiungere obiettivi importanti, come la laurea in sociologia; ma poi ricade nel male oscuro, nella malattia dell’anima che la divora, impedendole di sintonizzarsi stabilmente sulle note della vita: la sua è una canzone disperata e stonata che non diventa mai canto armonioso.

In tutta la prima parte del romanzo prevalgono toni surreali, che seguono l’incessante recherche della ragazza; dopo, le pagine si fanno più realistiche, più legate al qui e ora, che diventa prima cronaca e poi memoria. Fino alla conclusione, che, in un cerchio ideale, ritorna, per liricità, al tono dell’esordio.

E’ una prova difficile e complessa quella in cui l’autrice, Anna Maria Fabiano, si è cimentata in questo lavoro: per l’acuta indagine psicologica che ha esercitato sul suo personaggio; per lo spessore umano e intellettuale che gli ha regalato; per la sofferenza fisica e psichica che ha dovuto raccontare; per la scelta di un linguaggio mai retorico, ma aderente al vissuto corporeo e mentale della sua creatura, come un guanto alla mano.

E ha vinto la sfida perché Immagina una piazza è un romanzo che non si dimentica, in quanto questa ragazza, vittima e carnefice di se stessa diventa la quintessenza dei mali del nostro tempo: l’incomunicabilità, l’indifferenza ai percorsi oscuri dell’animo giovanile, l’ipocrisia della società perbenista, il vuoto di valori o l’incapacità di praticarli seriamente.

                                                                                             M.Gisella Catuogno