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Veglia: gli orsi e i Balcani

 Anche quest’anno non resistiamo al fascino della Dalmazia in primavera. Passiamo il ponte, e siamo a Veglia. “Sai che per questo ponte sono passati gli orsi?” dice il consorte. Anch’io avevo letto che alcuni orsi, di norma stanziati  nell’entroterra dell’Istria, erano scesi durante l’inverno sul mare.  L’avevano avvistato dal Monte Maggiore e avevano detto: “Ci mangiamo una cena di  pesciolini?” Così, attraversando l’avveniristico ponte, erano arrivati sull’isola. C’è anche una Konoba all’orso. Probabilmente in qualche stagione lo serviranno nel piatto. Ci è già capitato a Lubiana di vederlo mangiare.  Il paesaggio è costituito da cespugli bassi e sassi. Diventa più verdeggiante per la presenza di lecci e pini marittimi solo più a sud, e nella parte meno esposta al vento. Facciamo una piccola deviazione verso Malinska, dove avvistiamo turisti in assetto balneare che sperano in un sole improbabile. Le previsioni del tempo sono abbastanza meste, ma anch’io, per inveterato ottimismo, ho messo il costume in valigia. Dopo aver attraversato una zona coltivata a viti, un’altra deviazione ci porta sulla riva est dell’isola a Vrbinik (le consonanti in questi luoghi si sprecano!), un paese arroccato sul mare. Infine andiamo a Krk dove c’è l’albergo che abbiamo prenotato. “Per quel che abbiamo pagato, – dico io, – mi meraviglierei se trovassimo la stanza”. La stanza c’è, ma è un vuoto contenitore. Manca il riscaldamento e una presa per attaccare il mio pc. Mi sento molto triste, privata di due funzioni per me vitali: starmene nuda e scrivere. Il letto, in cui ci infiliamo nella speranza di scaldarci, ci accoglie con il suo ipertrofico e arrogante cuscino. Al mattino ci alziamo con il torcicollo e, nella speranza che il sole produca qualche beneficio, usciamo decisi. Mio marito ama le passeggiate mattutine quando l’aria è più pulita e profumata. Rosmarino, salvia e l’immancabile lavanda. Passeggiare è andare contro la tendenza di un mondo che sta sempre più accelerando sostiene Pierre Sansot nel suo Chemins au vent. L’art de voyager. “Io che il più delle volte viaggio per mio piacere, non mi dirigo così male. Se a destra è brutto tempo, prendo a sinistra; se non mi sento di montare a cavallo, mi fermo… Ho lasciato qualcosa da vedere dietro di me? Ci ritorno, non è mai fuori dalla mia strada. Non traccio alcuna linea precisa, né dritta né curva” aveva affermato Montaigne, e Pierre Sansot fa suo il pensiero di un grande di altri tempi e inizia il suo saggio con queste parole: “ Non so mai molto bene dove la strada mi porterà, né se mi porterà da qualche parte. In compenso so con certezza da che cosa mi distoglierà: da un assopimento che non è una forma di saggezza, dalla rassegnazione, dal ripiegamento su di me”. Passeggiare, per Sansot, ha un valore etico. “Nel corso di un certo numero di chilometri arriveremo a dimostrare che non siamo più gli stessi”. E sostiene che, qualora questa trasformazione non avvenga, si tratta di un’occasione mancata, dovuta con tutta probabilità alla resistenza che noi opponiamo a essa. Passeggiare non è correre o fare una competizione sportiva. Nel passeggiare non si vuol dimostrare nulla, c’è un atteggiamento poetico nei confronti della realtà e vengono attivate tutte le capacità di percezione che la moderna società ha obnubilato. “Sono convinto che il vero camminatore, il vagabondo, il passatore o il bracconiere non guardino a terra, ma facciano affidamento sugli odori, i ricordi, le speranze, le complicità soprannaturali sull’aria come sul terreno, sui burroni come sulla terra ferma e sui cani che abbaiano alla luna che tarda a comparire e sui fiori che si dischiudono solo per loro, al loro passaggio”. Il filosofo confessa di esser vissuto tra gli zingari l’ultimo anno delle superiori. Da quell’esperienza forse è nato il suo amore per il vagabondaggio fine a se stesso, il camminare come appagamento di una dimensione spirituale e afferma provocatoriamente: “Spesso ho evitato i luoghi sacri del nostro paese, che si trattasse delle scogliere di Honfleur o dei castelli della Loira o di quella tale cattedrale famosa. Non è che negassi loro una certa eccellenza, la fama di cui godevano non era certo rubata, davano lustro al genio di Francia, ma io non ero capace di stabilire con loro quei rapporti intimi gelosi e particolari che mi stavano a cuore. Non avevano aspettato me per esistere”. Ci sono invece luoghi dell’anima, i luoghi che hanno un significato che solo per noi ha un valore. (Anch’io ho i miei luoghi prediletti, luoghi in cui il mio spirito è sereno. Una stradina vicino ai campi di golf di Tarvisio, Grignano, alcuni tratti costieri dell’Istria).

 Passiamo in rassegna le sciagure della notte: le coperte erano troppo corte, la finestra non chiudeva bene e alle cinque del mattino la luce ci ha svegliato. Mio marito mi illustra la sciatteria degli edifici: “Mancano le opportune fughe nei muri, quindi col tempo si rompono, i tubi sono collocati troppo in superficie, di conseguenza ci sono delle fuoruscite, e così via”. Indubbiamente tutto è estremamente precario. Non so quanto questo derivi da sciatteria o da miseria, comunque il risultato è che nell’utilizzare materiale più a basso costo ottengono nel tempo l’effetto contrario. I pezzi base andrebbero sempre comperati con oculatezza e con il criterio, che già mia nonna predicava, del “Chi più spende meno spende”. Ricordo di aver comperato una giacca che mi era costata un occhio della testa, ma poi di averla utilizzata per moltissimo tempo. Stoffa meravigliosa. La mettevo in valigia e la tiravo fuori perfetta. Niente riusciva a sgualcirla! Non è detto però che un capo costoso abbia sempre questo successo. Ultimamente ho comperato anche dei vestiti che si sono rivelati dei costosissimi bidoni. Gli abiti sono come le persone: capisci se valgono e se sono adatti per te solo con l’uso.

Trascorriamo la giornata a bighellonare per le strade di Krk. Strade lastricate di pietra. Scivolissime. Guardiamo il fondale marino. Nel primo pomeriggio spunta il sole tra le nuvole e ci stendiamo un po’ in spiaggia. Chiacchierando osserviamo che chissà perché nei paesi che sono appartenuti all’orbita comunista c’è una rigidità che disturba, un’inefficienza che irrita, un’inedia che inquieta. Mi ricordo Praga, città bellissima dove avrei voluto abbandonarmi alla magia di Mala Strana o a suggestioni kafkiane, e invece eravamo sempre assediati da qualche problema! I locali, davvero stupendi, con grandi volte mitteleuropee e iscrizioni che vantavano la loro esistenza in secoli lontanissimi, avevano un servizio così poco efficiente che dopo aver aspettato per più di mezz’ora ci ritrovammo cacciati assieme a una cinquantina di altri malcapitati turisti perché era il cambio di turno dei camerieri e avevano deciso di lasciare tutti a mascella asciutta. (Certo, erano gli anni Novanta, da allora Praga ne ha fatta di strada) Ma nei Balcani c’è qualcosa di più. È passata una guerra, una guerra che ha coinvolto e sconvolto per parecchi anni, con tutto il suo strascico di male e di danni materiali e morali che una guerra comporta. Attraversandola non se ne esce mai immacolati. Si ha sempre la sensazione che il male che la guerra ha favorito e ha lasciato prosperare sia rimasto annidato come una mina che può ancora nuocere. Molti criminali di guerra sono ancora ricercati. Alcuni ne stanno tranquilli in giro per il mondo. L’ultimo l’hanno pizzicato alle Canarie. Ho letto che nelle martoriate città di Vukovar e Mostar si andava a passare dei “week-end di rapina. Povera civile Bosnia! Si saccheggiavano le sue case, si appiccavano incendi. Tutto all’insegna della deregulation e dell’amoralità più completa. “Nella città di Mostar, dove sono nato, città che porta il nome di un “vecchio ponte” considerato da quelli che l’hanno distrutto come un simbolo dell’Impero Ottomano, più di un terzo degli abitanti erano musulmani. I miei colleghi e amici di famiglia islamica parlavano la stessa lingua dei croati cattolici e dei serbi ortodossi, erano coscienti di condividere con noi le stesse origini, ci venivano a trovare in occasione di feste cristiane: mangiavano il maiale e bevevano raki quanto noi e di più” scrive Predrag Matvejević. Mostar e altre città della Bosnia furono a lungo un esempio di civile convivenza di etnie diverse, ma la Jugoslavia era una sorta di faglia destinata a qualche gigantesco sisma, come avverte lo stesso Matvejević che in Breviario mediterraneo parla di una frattura, di una faglia all’interno del Mediterraneo costituita da una nazione “crocevia tra Occidente e Oriente, punto di confluenza tra il mondo bizantino e quello romano, frontiera tra cattolicesimo e ortodossia, tra Cristianesimo e Islam… primo paese del Terzo mondo in Europa e primo paese europeo nel Terzo mondo”.

 Il sole intanto si è del tutto eclissato dietro a una fitta nuvolaglia. Ritorniamo nella nostra stanza, freddissima.

 Marina Torossi Tevini