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LA NEVE FIOCCA LENTA LENTA LENTA

La neve fiocca lenta, lenta, lenta./

Un grande silenzio. Tutto si ferma. Comincia un lungo sonno…

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca./

La neve “bambina” sogna bianchi natali, danza attorno ai lampioni”il valzer dei fiocchi di neve”…

Neve: l’aria brulica di bianco;/la terra è bianca; neve sopra neve:/gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco:/cade del bianco con un tonfo lieve/…

Guardo scendere la neve, mulinare nell’aria, con lievi tonfi cadere dai rami degli alberi sulla bianca terra, come quella “pascoliana”.

M’accorgo fin dal primo mattino che dalle persiane e sotto le porte penetrano lame abbaglianti; più tardi, nelle stanze s’accende una luce bianca, fredda.

Da giorni, ormai, non smette di nevicare. Sui tetti che sembrano coperti di panna montata gli uccellini con le zampette ricamano richieste d’aiuto, poi se ne vanno con voli brevi, incerti, che sanno di fame.
Le poche macchine, i rari pedoni scompaiono sotto la neve che tesse, veloce, di continuo, spessi tappeti, mai stanca di sovrapporli.

E le ventate soffiano di schianto/e per le vie mulina la bufera;/…

La tenebra vidi più nera,/ più lugubre udii la bufera/ uuh…uuh…uuh/

Di notte giunge il blizzard , un vento siberiano: sventola, furente, la sua bandiera davanti ai muri delle case, scompiglia urlando il buio, mettendogli paura.

Nei letti, gli occhi aperti, le orecchie spaventate, tirano l’alba insonni, il tempo pieno di interrogativi.
Ora il gelo dimora davanti alle porte, lungo le vie, nelle piazze, s’ infila nei vicoli, nei cortili,dovunque. Ghiaccioli appuntiti pendono da tetti e tettoie.

Il ghiaccio scricchiola sotto le scarpe, fa scivolare, cadere.
Cede, per il peso della neve ghiacciata, qualche tetto di vecchi palazzi, di chiese, capannoni; sotto, vita e arte sepolte, ruderi sporchi di nero.

Nevica./ Va la Madonna bianca tra la neve:/ spinge una porta; l’ apre/… Un gran silenzio./… Ma ecco un suono, un rantolo che viene/… il ceppo sbracia e crepita improvviso,/… quel rantolo…è finito./ O Maria stanca!/ bianca tu passi tra la neve bianca./…

Pace! grida la campana, ma lontana, fioca. Là/ un marmoreo cimitero/sorge,/ su cui l’ombra tace:/e ne sfuma al cielo nero/un chiarore ampio e fugace./Pace! pace! pace!/nella bianca oscurità/

Il nostro poeta nella neve vede il confondersi della vita con la morte, la rassegnazione al male, al lutto. Ad essa lega immagini di dolore, mai superato, la tragedia della sua vita sempre incombente.

Anche nelle pagine e nelle tele di molti artisti la neve oltre che incanto, purificazione, è immagine di desolazione, di morte.

“La neve porta miseria ” dicevano pensosi i nostri vecchi.

Ma i contadini, sapienti, aggiungevano “sotto la neve, pane”….

 scelta e note di Franca Fabbri

***

Ecco due poesie scelte da Narda Fattori

 LAVANDARE

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.
E cadenzato dalla gora ‘viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene.
II vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.

SOLITUDINE .

Da questa greppo solitario io miro
passare un nero stormo, un aureo sciame;
mentre sul capo al soffio di un sospiro
ronzano i fili tremuli di rame.
E sul mio capo un’eco di pensiero
lunga, ne so se gioia o se martoro;
e passa I’ombra dello stormo nero,
passa l’ombra dello sciame d’oro.
Sono città che parlano tra loro,
città nell’aria cerula lontane;
tumultuanti d’un vocio sonoro,
di rote ferree e querule campane.
Là, genti vanno irrequiete e stanche,
cui falla il tempo, cui l’amore avanza
per lungi, e l’odio. Qui, quell’eco ed anche
quel polverio di ditteri, che danza.

III

Parlano dall’azzurra lontananza
nei giorni afosi, nelle vitree sere;
e sono mute grida di speranza
e di dolore, e gemiti e preghiere …
Qui quel ronzio. Le cavallette sole
stridono in mezzo alla gramigna gialla;
i moscerini danzano nel sole;
trema uno stelo sotto una farfalla.

***

Il GELSOMINO NOTTURNO

(Poesia scelta da M.Gisella Catuogno)

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

Per acquisito giudizio critico questa lirica è da considerare uno dei risultati più alti e originali della produzione pascoliana. Per essa più che per qualsiasi altra del Pascoli è difficile indicare la trama, produrre una traduzione prosastica: ciò perché vi è portato all’estremo quel processo di rarefazione dell’elemento logico-narrativo che è una caratteristica fondamentale della poesia moderna e che Pascoli (in tanta parte della sua produzione) ha introdotto nell’ambito della poesia italiana. La lirica quindi – che deriva il suo esile pretesto realisticodalla caratteristica del gelsomino notturno, che solo di notte apre la sua corolla per richiuderla ai primi raggi del sole – è tutta una trama di impressioniapparentemente disordinate e casuali nel loro succedersi,, ma in realtà legate reciprocamene da sottili e rarefatti rapporti; da una logica del sentimento più difficile da cogliere, ma forse più vera della logica della ragione.

Per una prima lettura basterà ricordare che questi versi furono scritti dal Pascoli per le nozze dell’amico Raffaele Briganti e in essi è adombrato – con mirabile levità simbolica – il tema dell’unione di due esseri; e del conseguente germogliare, dentro l’urna molle e segreta, di una nuova vita.

La lirica venne pubblicata in un opuscolo “per nozze” nel luglio 1901, e poi inclusa nei Canti di Castelvecchio (1903).

Su questo testo esiste una produzione critica che ne ha messo in luce – a volte con sofisticata sottigliezza – l’originalità e la complessità. Noi ci limitiamo a sottolineare alcuni dati fondamentali.

La tematica affrontata si collega in un certo senso a quella di Digitale purpurea: è anche qui dominante – sia pure attraverso una complessa trama di mediazioni simboliche – il tema dell’eros al quale il Pascoli si accostò sempre con una sensibilità turbata e adolescenziale, con un complesso rapporto di attrazione e frustrazione. Questo componimento cioè mostra con risultati poetici di alta suggestione «quali sono le condizioni, sempre anomale, ma sempre straordinariamente acute, dentro cui Pascoli sente l’esperienza erotica: come sofferenza, morte, violazione, rinunzia, esperienza misteriosa e preclusa» (Tropea). L’atteggiamento del poeta dinnanzi all’atto nuziale, all’unirsi degli sposi nella loro casa, è quello di un adolescente ,”è un morboso coesistere di vaghe e conturbanti idee di violenza (vv. 21-22: «i petali / un poco gualciti») e di attrazione voyeristica (vv. 19-20:-«Passa il lume su per la scala; / brilla al primo piano: s’è spento…»). Ma questo tema di fondo – il morboso turbamento di fronte all’eros è inserito nella rappresentazione di un “notturno” fitta di voci, di sensazioni, di corrispondenze (v. 1, .«i fiori notturni»; v. 9, «i calici aperti»; v. 10, «l’odore di fragole rosse») che analogicamente ad esso si collegano.

Per quanto riguarda l’aspetto metrico, va sottolineata la differenza di ritmo che si instaura tra versi che pure sono uguali (tutti novenari): in ogni strofe i primi due novenari hanno un ritmo incalzante, concitato, ascendente, con quell’impennata prodotta soprattutto dall’accento sulla seconda sillaba e poi sulla quinta e sulla ottava («E s’àprono i fiòri notturni»); gli ultimi due invece sono caratterizzati da un ritmo discendente, fortemente pausato nel mezzo con accento sulla terza, quinta e ottava sillaba («Sono appàrse in mèzzo ai vibùrni»). L’alternanza ritmica è sottolineata dal fatto che costantemente si susseguono unità ritmico-sintattiche costituite da due versi (1-2, 3-4; 5-6, 7-8; ecc.). Questa alternanza si spezza solo nell’ultima strofa, nella quale il v. 21 (« È l’alba: si chiudono i petali») ha una forte pausa dopo la terza sillaba ed èipérmetro, per cui la sillaba li di petali si elide con la prima del verso seguente e permette la rima di peta con segreta.

A proposito di questa alternanza ritmica il Vicinelli ha osservato (ma è ormai un dato critico acquisito) che «nella movenza impennata dei primi due versi il Pascoli ha rinvenuto il grafico, l’immediata significazione musicale dell’aggressività con cui la natura e la notte stringono l’assedio dei loro inviti d’amore. Negli ultimi due con quel gorgo lento che la sosta centrale produce ha trasfuso un crollare smemorato e blando». L’anomalia ritmica dell’ultima quartina (dei v. 21 soprattutto) servirebbe a sottolineare questo “crollare“, questo smemorato languore, dopo la notte nuziale. (A chi ritenesse discutibile o eccessiva questa attenzione ai dati metrici, ricorderemo col Debenedetti che questa è «una poesia, dove le figure metriche sono altrettanto significative quanto le immagini».).

(FONTE: GUGLIELMINO – GROSSER, Il sistema letterario, vol. Novecento, Ed. Principato)

***

PER SEMPRE

(Poesia scelta da Giusi Meister)

Io t’odio?! . . . Non t’amo più, vedi,
non t’amo. . . Ricordi quel giorno?
Lontano portavano i piedi
un cuor che pensava al ritorno.
E dunque tornai. . . tu non c’eri.
Per casa era un’eco dell’ieri,
d’un lungo promettere. E meco
di te portai sola quell’eco:
Per sempre!Non t’odio. Ma l’eco sommessa
di quella infinita promessa
vien meco, e mi batte nel cuore
col palpito trito dell’ore;
mi strilla nel cuore col grido
d’implume caduto dal nido:
Per sempre!Non t’amo. Io guardai, col sorriso,
nel fiore del molle tuo letto.
Ha tutti i tuoi occhi, ma il viso
non tuo. E baciai quel visetto
straniero, senz’urto alle vene.
Le dissi: «E a me, mi vuoi bene? »
«Sì, tanto! » E i tuoi occhi in me fisse.
«Per sempre? » le dissi. Mi disse:
Per sempre!Risposi: «Sei bimba e non sai
Per sempre che voglia dir mai! »
Rispose: «Non so che vuol dire? »
Per sempre vuol dire Morire. . .
sì: addormentarsi la sera:
restare così come s’era,
Per sempre!

.***.

Il LAMPO

(Poesia scelta da Sara Ferraglia)

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì e si chiuse, nella notte nera.

***

ANNIVERSARIO

( Poesia scelta da Cristina Bove )

Sono più di trent’anni e di queste ore,
mamma, tu con dolor m’hai partorito;
ed il mio nuovo piccolo vagito
t’addolorava più del tuo dolore.
Poi tra il dolore sempre ed il timore,
o dolce madre, m’hai di te nutrito:
e quando fui del corpo tuo vestito,
quand’ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore;
allor sei morta; e son vent’anni: un giorno!
già gli occhi materni io penso a vuoto;
il caro viso già mi si scolora,
mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno
freddo de’ morti, nel tuo sogno immoto,
tu m’accarezzi i riccioli d’allora.

31 di dicembre 1889.

***

Pascoli e il risotto (scelta da antonella pizzo)

Giovanni Pascoli usava la poesia anche in cucina. Chiese la ricetta del risotto milanese a un amico giornalista di Milano che gliela mandò con tutte le rime in ai. Questa  è la risposta di Pascoli all’amico giornalista.

Amico, ho letto il tuo risotto in …ai!
E’ buono assai, soltanto un po’ futuro,
con quei tuoi “tu farai, vorrai, saprai”!

Questo, del mio paese, è più sicuro
perché presente. Ella ha tritato un poco
di cipolline in un tegame puro.

V’ha messo il burro del color di croco
e zafferano (è di Milano!): a lungo
quindi ha lasciato il suo cibrèo sul fuoco.

Tu mi dirai:”Burro e cipolle?”. Aggiungo
che v’era ancora qualche fegatino
di pollo, qualche buzzo, qualche fungo.

Che buon odor veniva dal camino!
Io già sentiva un poco di ristoro,
dopo il mio greco, dopo il mio latino!

Poi v’ha spremuto qualche pomodoro;
ha lasciato covare chiotto chiotto
in fin c’ha preso un chiaro color d’oro.

Soltanto allora ella v’ha dentro cotto
Il riso crudo, come dici tu.
Già suona mezzogiorno…ecco il risotto
romagnolesco che mi fa Mariù.

***

CONTRIBUTO DI LUCETTA FRISA

Per Giovanni  Pascoli e il canto degli uccelli

Desidero sottolineare molto brevemente qualche verso in cui Pascoli, ”del quale non si finisce mai di scoprire le occulte rispondenze di rime e di assonanze, le snodature e annodature di ritmi, le simmetrie di strofe e di versi, il gioco delle allitterazioni, le progressioni dal tono discorsivo alla temperie lirica e retorica” (1), fa uso dell’onomatopea, un uso innovativo per la poesia dell’epoca. Era un ascoltatore sensibilissimo dei suoni naturali, in particolare della voce degli uccelli, che forse gli ricordavano il suo “nido” familiare, disgregato dopo la morte del padre e infine ricomposto a Barga: l’innovazione, all’epoca (non so quale poeta, prima di lui, coltivò la stessa idea), consisteva nell’introdurre nel suono della poesia anche quello degli amati uccellini: se il suono naturale è impossibile da riprodurre esiste però quello imitativo-onomatopeico a cui il poeta attribuisce una sorta di simbolica estraneità, accomunandolo idealmente al suono di una lingua straniera come l’inglese –( suono estraneo per chi non si mette in ascolto della natura, per chi vive in città e non in campagna come lui). È interessante questa apparente contraddizione tra la sua familiarità col canto degli uccelli reali e l’effetto di estraneità, non appena lo stesso canto viene introdotto e reinventato in un componimento poetico: come a suggerirci l’estrema importanza del suono in poesia, e la sua origine animale. Scherzando, potremo dire che certi versi pascoliani fanno il verso degli uccelli…

Non a caso, credo, il suo poemetto Hammerless Gun che troviamo in Canti di Castelvecchio è dedicato ai due ragazzini inglesi Percy e Valentine. ( Qui il poeta insieme ai ragazzi con un fucile a cani interni sembra andare a caccia proprio di suoni) Tutto, nei Canti, vibra e respira: tutto è VOCE e SUONO. Si può dire che questi canti sono metapoetici, che Pascoli, tra questi suoni di terra e cielo, tra queste voci di vivi e morti, tra il fruscio delle foglie e dei rami e, appunto, tra i canti degli uccelli, abbia inteso comporre – non so fino a che punto intenzionalmente – un inno al proprio paradiso domestico e selvatico, ma soprattutto ci mostri la metafora della sua idea stessa di Poesia.

Viene facile ricordare quanto centrale per la sua opera fu la ricerca del musicista, compositore e ornitologo francese Olivier Messiaen (1908-1992), che quasi un secolo dopo, studiò profondamente il canto degli uccelli per “riproporlo” in musica in diversi lavori. Lui era un musicista e Pascoli un poeta che nelle parole e nei versi avvertiva in modo particolare il riverbero sonoro e musicale della lingua.

Vagabondando qua e là tra i versi pascoliani:

In LA PANIA (rivolto al monte)

[…]

Di un tuo sciame,che scende
più giù per la valle remota,
qual tremulo nuvolo, e splende.

Lo segue un tumulto canoro;
ché timpani,cembali,crotali
chiamano il nuvolo d’oro.-

Dico: egli ride,roseo, ma scorso
il suo minuto, ridiventa azzurro
e grave: io scendo lungo il Rio dell’Orso,
ne seguo un poco il fievole sussurro.

E ne segue un tac tac di capinere,
e ne segue un tin tin di pettirossi,
un zizteretetet di cincie,un rererere

di cardellini. Giungo dove il greto
s’allarga, pieno di cespugli rossi
di vetrici: il mio luogo alto e segreto.

Giungo: e ne suona qualche frullo, un misto
di gridii, pigolii, scampanellii,
che cessa a un tratto. L’hammerless m’ha visto
un fringuello, che fa: Zitti! sii sii

(sii sii è nella lingua dei fringuelli
quello che hush e still,o Percy,in quella
di mamma: zitti!tacciano i monelli)…

E sento tellterelltellterelltelltell (llsai?
tellterlltelltelltell nella favella
dei passeri vuole dire come out! Fly!

scappa, boy, c’è il babau!)…dunque più nulla
silenzio. Odo il ruscello che gorgoglia,
e non altro. Il fringuello agile frulla
e, lontano,finc finc… Cade una foglia…

[…]

E seguono altri suoni in poesie dedicate ad alcuni uccelli: come il tin tin del pittiere, il tac tac della capinera e l’ Uid wid dell’allodola. Un concerto alato e melodioso che Messiaen, se avesse avuto modo di leggere il poeta italiano, avrebbe,forse, molto apprezzato.

Nota: 1) Antonio Baldini : dall’introduzione a Giovanni Pascoli- Poesie, Mondadori,1951

***

CONTRIBUTO DI VIVIANE CIAMPI

X AGOSTO
***foto di Viviane Ciampi

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero; disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là nella casa romita,
lo aspettano, aspettano invano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

La poesia di Pascoli che qui si trascrive è una delle più tragiche e lancinanti della letteratura italiana. Eccoci di fronte a una pagina in cui il poeta dispiega la sua capacità di penetrazione nelle pieghe più segrete dell’animo umano. Nella notte che pare la più dolce (quella di San Lorenzo, appunto, quando tutti stiamo a naso in su a guardare il fenomeno delle stelle in libera discesa), il poeta scorge le stelle cadenti come «un pianto di stelle». Quella notte, infatti, fu ucciso il padre ed è con questa poesia, urlo tra gli urli, che ne rievoca la terribile fine.

La sua disperazione, tuttavia, non è un monologo delirante e meno ancora sfogo informe e grezzo: egli riesce a intridere le sue quartine d’una grande tenerezza, che non è accettazione passiva del Male. La poesia diventa sublime quando Pascoli, con parola purissima, contrappone il cielo «infinito, immortale» al misero «atomo opaco del Male», ovvero la non innocente Terra che ospita gli uomini malvagi. Queste contrapposizioni, del resto, si ritrovano in molti versi di Pascoli si pensi a “Il lampo” dove «la terra ansante», si rispecchia in un «cielo ingombro». E i buoni sentimenti che sempre si attribuiscono al Pascoli, quasi come rimprovero, in realtà (senza mai l’abbandono totale al buio) ci mostrano il mondo nella sua crudele realtà.