Tag

, , , ,


Premio Nobel per la poesia 2011-10-21

Tomas Tranströmer, unanimemente ritenuto il maggiore poeta svedese contemporaneo, è nato a Stoccolma nel 1931.
Di professione psicologo, dopo aver lavorato alcuni anni all’Università, nonostante il successo presto raggiunto dalla sua poesia, ha continuato a svolgere attività terapeutiche in centri di riabilitazione di varie città svedesi. Pianista di notevole talent ,ha spesso composto i suoi testi ispirandosi a ritmi e forme musicali.
Benché una grave malattia gli abbia provocato una dolorosa paralisi, non ha smesso di scrivere, come testimonia la sua ultima opera Sorgegondolen (La gondola a lutto) , del 1996, e il volume di traduzioni di poeti europei e americani Tolkningar (Interpretazioni), del 1999.
Ha pubblicato sinora dodici brevi raccolte.
Noto al panorama letterario internazionale, che gli riconosceva i grandi meriti poetici, per il grande pubblico la sua poesia, che ha ascendenze simboliche, resta ancora poco conosciuta.
Sono di seguito riportate poesie tratte dalla raccolta antologica “Poesia dal silenzio” appena edita da Crocetti.

Elegia

Al punto di partenza. Come drago sprofondato
in una palude tra vapori e fumi, sta
la nostra costa vestita di abeti. In lontananza
due navi a vapore gridano da un sogno

nella nebbia. E questa il mondo inferiore.
Foresta immobile. Immobile superficie acquea
e la mano che l’ orchidea tende dal fango.
Dall’ altra parte, al di là di quella rotta

ma sospesa nello stesso riflesso: la Nave
come nube senza peso pende nel suo spazio
e I’ acqua immobile sta intorno alla prua,
quieta nella bonaccia. Eppure la tempesta infuria!

E il fumo delle navi soffia orizzontale –
la il sole vacilla nella sua morsa – e il vento sta
forte contro il volto di chi abborda.
Salire a babordo della Morte.

Un’improvvisa corrente d’aria e la tenda ondeggia,
il silenzio suona come una sveglia
un’improvvisa corrente e la tenda ondeggia
finche remota senti richiudersi una porta

lontano in un altro anno.

O campi grigi come il mantello dell’uomo di Bocksten!’
E l’isola che vola oscura nel vapore acqueo.
Regna il silenzio come quando il radar
continuamente gira nel deserto.

In un attimo si è a un crocevia.
La musica delle distanze si è diffusa.
Tutto e concresciuto in un albero folto.
Tra i suoi rami luccicano città scomparse.

Da ogni dove e in nessun luogo un concerto
come di grilli nella tenebra d’ agosto. Quale
ariete di legno incuneato, sonnecchia qui di notte
il viaggiatore ucciso nella torbiera. La linfa guida

il suo pensiero in alto verso le stelle e nelle profondità
della montagna dov’ è la grotta dei pipistrelli.
Vi stanno fittamente appesi anni ed eventi.
Dormono qui con ali ripiegate.

Un giorno voleranno fuori. Un turbinio:
da lontano parra un fumo uscente dalla grotta.
Ma ancora vi regna in estate il letargo invernale.
Da lontano un gorgoglio. Nell’ albero scuro

si volta una foglia .

* Nel testo svedese Bockensmannen si riferisce al cadavere di un uomo, morto da più di duemila anni, ritrovato intatto, perché conservato in una torbiera, nei pressi della località di Bocksten.

Un mattino d’ estate l’ erpice del contadino
s’impiglia in ossa di morto e in stracci di vesti.
Giaceva dunque ancora la quando la torbiera fu drenata,
e ora sta in piedi e percorre la sua strada nel sole.

In ogni provincia vorticano semi dorati
intorno a vecchie colpe. Il cranio protetto dall’ elmo
nel campo coltivato. Un viaggiatore in cammino
e la montagna col suo sguardo lo segue.

In ogni provincia sibila la canna del cacciatore
verso la mezzanotte quando le ali si spiegano
e il passato nella sua caduta cresce
più oscuro della meteorite del cuore.

Un’ anima che sfugge rende lo scritto rapace.
Una bandiera inizia a sbattere. Le ali si aprono
attorno alla preda. Superbo viaggio
dove l’ albatros invecchia e si fa nuvola

nel vuoto del Tempo. La Cultura è una stazione
di caccia alle balene dove il forestiero passeggia
tra bianche fiancate e bambini che giocano,
eppure ad ogni respiro avverte

la presenza del gigante ucciso.

Lieve si riflette il corteggiamento dei fagiani delle sfere celesti.
La musica, senza colpa nella nostra ombra, come
l’ acqua della fontana si alza tra le belve
finemente impietrite intorno allo zampillo.

Con archi mascherati da foresta.
Con archi come sartiame in mezzo a un diluvio –
la cabina cade sotto gli zoccoli del diluvio –
e dentro, nella sospensione cardanica, la gioia.

Stasera si rispecchia la bonaccia del mondo,
quando gli archi sono piazzati ma non toccati.
Immobili nella nebbia gli alberi del bosco
e la tundra acquosa che rispecchia se stessa.

La meta afona della musica è qui, come
il profumo di resina sta intorno agli abeti
spezzati dal temporale. Un’ estate sotterranea
vicina a ogni uomo. La al crocevia un’ombra si libera

e si getta in direzione della tromba bacchica.
La pietà induce d’un tratto alla confidenza. Lasciare
il travestimento dell’io su questa spiaggia,
dove la strada palpita e sprofonda, palpita

e sprofonda.

Cartoline nere
I
Agenda riempita, futuro sconosciuto.
II cavo mugola la ballata senza terra.
Nevicata sul plumbeo mare. Ombre
si azzuffano sul molo.
II
In mezzo alla vita accade che la morte venga
a prendere le misure dell’uomo. Quella visita
si dimentica e la vita continua. Ma il vestito
si cuce in silenzio.

Aprile e Silenzio

La primavera giace deserta.
Scuro come velluto il fossato
si snoda al mio fianco
senza immagini riflesse.

Soli a splendere
sono dei fiori gialli.

Mi porta la mia ombra,
come la sua nera custodia
un violino.

La sola cosa che voglio dire
brilla fuori dalla mia portata
come l’ argento
del banco dei pegni.

Contesto

Guarda l’ albero grigio. Il cielo dalle sue fibre
fluito è giù nella terra –
resta soltanto un cielo raggrinzito
quando la terra ha bevuto. Spazio rapito
si torce nel groviglio di radici, si volge
al verde. I brevi istanti di libertà
salgono dentro di noi, turbinano
nel sangue delle Parche e oltre.