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Ecosistema fragile il maschio, pensò Monique. Marcel, davanti a lei, beveva il caffelatte. Faccia slavata. Labbra smorte. Risveglio opaco sulla collina di Vence. Eh sì, quella notte lei aveva sferrato un non piccolo attacco al suo orgoglio di maschio. Gli aveva spiegato che da un po’ i loro ritmi non si accordavano affatto, gli aveva illustrato particolari che sarebbe stato gentile tacere e aveva aggiunto, per colmare la misura, che la collina sopra Vence, dove vivevano da oltre diciassette anni, non era il luogo più bello del mondo. Il marito l’aveva guardata con aria meravigliatodolente, imburrando con violenza un pezzo di pane. Monique aveva continuato implacabile. D’accordo! Quello era un luogo da privilegiati. Pastini coltivati a oleandri e magnolie. Un paradiso. – Ma chi dice che i privilegiati siano felici? – aveva concluso, assaggiando il suo succo di frutta. – Io qui mi sento una prigioniera!
Luise servì degli ottimi croissants alla mandorla. Monique li assaporò con calma, mentre finiva di bere il caffé.
– Non hai fretta di andare a lavorare stamattina? – chiese il marito meravigliato.
Era vero, non aveva fretta. Avergli fatto del male le dava un senso di potere, e se ne stava a goderselo tranquilla.
– Aprirà Marguerite. Non c’è problema, – disse in punta di lingua, sistemandosi la coda che raccoglieva i lunghi capelli biondi.
Passarono Annette e Susan, pronte per andare a scuola, e Luise che chiese velocemente qualche indicazione per il pranzo. Poi tornò il silenzio. Monique si rimise a contemplare quelle che a tutti gli effetti le sembravano le rovine di un buon rapporto. Perché in fondo era sempre stato un buon rapporto il loro, e non soltanto a detta di amici e parenti, il che poteva essere relativo, ma anche a parere dei diretti interessati. Un matrimonio veramente riuscito.
È già primavera, pensò mentre percorreva le strade che attraversavano la collina e si fermava ad osservare il cielo della Provenza limpido e schiarito dal vento.
– Partiamo? – aveva detto al marito a cena. – Non ti andrebbe un viaggio?
Lui aveva a lungo parlato del problema degli olivi e dell’azienda che, pur ben avviata, negli ultimi anni aveva dato non pochi problemi. La concorrenza spietata degli altri paesi mediterranei, l’immissione sul mercato di prodotti assolutamente poco rispondenti ai criteri di onestà e di sapore, stavano rendendo la vita difficile a chi cercava di vendere prodotti biologici senza adulterazioni di sorta. Era per questo che lui non poteva nemmeno pensare di lasciare in quel delicato momento la sua azienda.
Monique gli aveva ricordato che, anni prima, il problema erano state le bambine e, prima ancora, la vecchia madre.
– Il fatto è che per te il mondo è questo, sembra che tutto il resto non esista, – aveva insistito con insolita enfasi. Non le interessava particolarmente che suo marito volesse o non volesse partire. L’importante era trovare un pretesto per tirare fuori un po’ del suo malumore.
Marcel aveva spiegato, a lungo e con calma, che in realtà lui era un sedentario, quella era la sua natura, ma che, nonostante ciò, avrebbe desiderato farla contenta, magari con un viaggetto in un momento più favorevole. Poi s’era messo a riordinare i suoi sigari e si era disinteressato dell’argomento.
Mettere in ordine i sigari, catalogare cartoline e foto, archiviare il passato e possederlo era per lui fonte di grande piacere, e se ne serviva per compensarsi delle inevitabili frustrazioni che la vita gli elargiva. La pipa ad acqua richiedeva le sue cure, così pure le numerose macchine fotografiche a cui aveva affiancato un vasto repertorio di strumenti tecnologici: masterizzatore, scanner e via dicendo. Si rinchiudeva nel suo studio per ore.
– Il tuo ideale di vita sarebbe un eremo – commentava talvolta Monique, vedendolo chiuso nel suo guscio.
Con il tempo però s’era creata anche lei una vita parallela. In definitiva potevano dire di loro: le nostre vite scorrono indipendenti, ogni tanto si incrociano.
Ma indipendente è forse un termine troppo ambizioso, farebbe presupporre una vera autonomia e libertà che in realtà per Monique era abbastanza limitata. Quando serviva la sua presenza era sempre lì. Generosa di aiuto e di parole. Alle volte invidiava le amiche libere da impegni familiari. Loro sì che potevano godersi la vita!
Mentre attraversava in macchina le strade che percorrevano le colline, Monique pensò che non era affatto vero che la casa di Vence non le piacesse. Bastava che aprisse il cancello di legno e si trovasse a percorrere il breve tratto di lastricato, che portava al portico fiancheggiato da un roseto, perché sentisse un senso di appagata meraviglia. Gli alberi che crescevano rigogliosi in quel piccolo paradiso, di cui conosceva – per così dire – ogni foglia, le erano sempre sembrati dei compagni più che degli oggetti inanimati. Aveva curato lei stessa che il giardiniere disponesse le magnolie e gli oleandri nei punti più adatti, e aveva amato le palme e le agavi, che preesistevano, come fossero dei gioielli di famiglia. La campagna le piaceva in ogni stagione, in ogni momento dell’anno riservava delle sorprese. La primavera era poi la stagione migliore!
Ma sapeva perché aveva parlato così. Conosceva bene la ragione del suo malumore. Ne era cosciente, come sempre sappiamo quello che veramente sentiamo, soltanto se lo vogliamo riconoscere. Solitamente però la strada più facile, e apparentemente meno dolorosa, è quella di negare, anche a noi stessi. Allora diciamo non so, non capisco, non mi rendo conto, e cerchiamo i più futili diversivi per stordirci e non trovarci di fronte a quello che pensiamo davvero.

da Il cielo sulla Provenza (Campanotto 2004) di Marina Torossi Tevini