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Nolueram, Belinda, tuos violare capillos,
sed jiuvat hoc precibus me tribuisse tuis.
……………………………..MARZIALE

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Alla signora Arabella Fermor

[…] Quanto ai seguenti canti, tutti gli episodi – ad esempio la visione iniziale o la trasformazione finale (tranne la perdita della vostra ciocca, a cui accenno sempre con rispetto) – sono frutto della fantasia. I personaggi umani sono immaginari allo stesso modo di quelli dell’aria, e il personaggio di Belinda, come è qui trattato, assomiglia a voi soltano per bellezza […]

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…………………………………………….il vostro obbedientissimo
…………………………………………………e umilissimo servitore,
……………………………………………………………………..A. Pope


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da CANTO I
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Quale da amore nasca fiera offesa,
quale da futil cosa aspra contesa,
io canto….O Musa! […]
[…]
Narra qual strana causa possa indurre
un costumato lord, o dea, a condurre
l’assalto di una belle tanto compita.
Oh, di’ per quale ancora più inaudita
e inesplorata causa sia accaduto
che dalla belle il lord ebbe un rifiuto.


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Il mio invito alla lettura di “The rape of the lock” di A.Pope nella versione italiana di Alessandro Gallenzi (Adelphi, 2009) è un invito alla delizia e alla leggerezza di questo poema “eroicomico in cinque canti”, narrante l’offesa arrecata da Lord Petre a Lady Arabella Fermor per il taglio proditorio di uno dei riccioli di quest’ultima e la conseguente guerra fra le rispettive famiglie, il tutto reso con lente lillipuziana a deformare (ingigantendo) in modo acuto e beffardo il contesto e l’episodio futili e minimali.
Lo stesso Pope nella “lettera alla signora Arabella Fermar” ad inizio del poema,  ironicamente dichiara: “[…] Gli antichi poeti, infatti, in un certo senso sono simili a molte signore d’oggi: per quanto un’azione in se stessa sia banale, loro la fanno apparire sempre della massima importanza. […]”.

Ma ecco come Pietro Citati, nella sua recensione su Repubblica del 28 dicembre 2009 , descrive l’inizio del poema: “È mattina. Belinda preme il capo sul guanciale, mentre finisce di sognare: un giovane splendente le fa avvampare nel sonno le guance, e le sfiora l’ orecchio con sussurri tenerissimi. Il sole scocca un raggio timoroso tra le cortine bianche del letto: gli occhi di Belinda si aprono, il cagnolino salta sulle coltri e le lecca il viso; la campanella suona tre volte, le pantofole percuotono il suolo, l’ orologio trilla. Vestita di bianco, Belinda si muove col capo scoperto, e adora «le celesti potenze cosmetiche». Leva gli occhi verso il viso angelico che affiora nello specchio: prende con scrupolo ognuno dei suoi tesori; ecco le gemme d’ India, agli aromi di Arabia, i pettinini bianchi in tartaruga od elefante, spilli, piumini, nèi diversi che vagano sul volto. Spartisce i capelli, fa fluire le chiome in riccioli, increspa le vesti, piega le maniche. Tutto, persino i pettini e i nèi, sa di sesso.”, aggiungendo che:  “Nessun testo, agli inizi del Settecento, possiede una simile leggerezza e grazia mondana: qualche decennio più tardi solo la Notte di Parini gioca così abilmente con i caffè e i gelati. In ogni verso, regna il piccolo o il minimo: qualsiasi oggetto viene visto col cannocchiale rovesciato; e persino il sublime scudo d’ Achille, nell’ Iliade, ricorda la conchiglia di un boudoir rococò.”.
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da CANTO II
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Di due ricci la ninfa andava fiera
(qual disgrazia per l’uomo questa era!)
[…]
……….. Amore in questi labirinti
imprigiona i suoi schiavi e tiene avvinti
gran cuori con catene assai sottili.
Mille insidie tendiam con lacci e fili
a uccelli in cielo e pesci dentro al mare,
belle trecce riescono a impaniare
l’imperial razza umana, e un viso bello
ci tira con la forza di un capello.
Quei riccioli il Barone ardimentoso
vide a ammirò; ne fu desideroso;
[…]
Per questo, prima che si fosse alzato
Febo nell’etra, aveva supplicato
Cielo propizio. Scongiurò di cuore
ogni potenza, e soprattutto Amore…
e per amore costruì con venti
bei romanzi francesi corpulenti
forniti di una fine doratura
un altare, su cui adagiò con cura
tre giarrettiere, un guanto scompagnato
e i trofei di ogni suo amor passato.
[…]
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Nella sua postfazione, Alessandro Gallenzi evidenzia “la fitta rete di citazioni e allusioni intessute” nella poesia di Pope, che sono un problema “per chi oggi si appresti a leggere Pope – o a tradurlo”, ma che appunto costituivano “per il lettore e il critico di poesia del Settecento uno dei piaceri maggiori”
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da CANTO V
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“Ridammi il riccio!” grida lei, e più volte
“Ridammi il riccio” echeggia tra le volte.
[…]
Ma ecco come sono resi vani
i disegni più arditi e i folli umani
bisticciano finché il premio è perduto!
Il riccio, con disonestà ottenuto
e tenuto a fatica, vien cercato
dappertutto, ma senza risultato.
Nessuno goda (così il Cielo impone!)
di tale premio: e al Cielo chi si oppone?
Secondo alcuni ascese sulla luna,
poiché su quel pianeta si raduna
ciò che quaggiù si perde. Lassù menti
di eroi sono chiuse in grossi recipienti:
quelle di damerini in tabacchiere
e astucci. Là si trovan le preghiere
dell’ammalato, i giuramenti infranti,
lasciti in fin di vita, cuor d’amanti
legati con un nastro, cortigiane
promesse, risolini di puttane,
pianti d’eredi, gabbie per zanzare,
farfalle secche, ceppi per domare
le pulci e i tomi scritti dal casista.
Ma credete alla Musa…la sua vista
poetica ed acuta lo osservò
salire in su […]

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Il Ratto del ricciolo, in questa versione per Adelphi,  è seguito da  Per afferrare il ricciolo (“A key of the lock”)  ovvero, come recita il sottotitolo, da “un trattato che dimostra, al di là di ogni possibile contraddizione, le pericolose finalità di un recente poema, intitolato Il ratto del ricciolo“, un vero e proprio libello che Pope attribuisce fintamente a tale Esdras Barnivel. speziale, che, come recita l’Epistola dedicatoria al signor Pope,  si incarica dunque di “fornire un antidoto contro il veleno che è stato distillato con tanta malizia dalla vostra penna e somministrato attraverso i vostri gradevoli versi”, perché “è dovere di ogni suddito di buoni propositi scongiurare, per quanto sia possibile, le funeste conseguenze di questi perniciosi trattati, e considero mio dovere mettere in guardia il pubblico contro il recente poema Il ratto del ricciolo […]”, che “[…] il poema di cui ora stiamo trattando, non solo ha fatto sciogliere un’amena riunione di beaux e di belles, ma (a quanto mi è stato detto) ha creato fra persone imparentate la stessa distanza che c’è fra  quelle legate in matrimonio […]”
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Alexander Pope: Il ratto del ricciolo, traduzione di Alessandro Gallenzi, Adelphi, 2009
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Immagini di Aubrey Beardsley per l’edizione Smithers, Londra 1896
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