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Wer die Flügel des Altars
der Pfarrkirche von Lindenhardt
zumacht und die geschnitzten Figuren
in ihrem Gehäuse verschließt,
dem kommt auf der linken
Tafel der hl. Georg entgegen.
[…]
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Chi nella parocchiale di Lindenhardt
accosta le ante dell’altare
e rinserra nella loro dimora
le lignee figure intagliate,
vedrà sul pannello sinistro
San Giorgio venirgli incontro.
[…]
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Così si apre il poemetto Secondo natura (Nach der Natur) di W.G. Sebald, invitando il lettore a vedere ciò che «già si dispone a varcare / la soglia della cornice»1, che, se non portato in salvo oltre il battito dell’occhio, andrebbe perduto, così come risulterebbe vano cercare un varco nel passato, perché  «ciò che è morto / morto resta»2 e «mai più sarà vivo / ciò che è morto»3.

Nel poemetto è dunque la memoria che, anche se talvolta inganna o si dà per vinta, consente l’esplorazione di sè e del mondo, rendendo possibile la visione, un comunque andare, secondo natura e al di là della consapevolezza che  «Nel futuro / la morte sarà ai nostri piedi»4 e che  «quando il nervo ottico / si lacera, nell’aria silenziosa e immota / tutto si fa bianco / come la neve sulle Alpi.»5.

Il poema è suddiviso in tre parti:

Come la neve sulle Alpi, …E se trovassi dimora sul più lontano dei mari, La notte oscura prende il largo, imperniate rispettivamente:

sulla figura del pittore Grünewald, «di cui peraltro solo si sa/che abitò a Magonza il più del tempo, ebbe vita ritirata e melanconica / e un triste matrimonio»6

su quella del medico esploratore G.W. Steller che, «sotto il comando supremo di Vitus Bering, / la cui testa, dopo circa due secoli e mezzo, di nuovo riaffiora nella letteratura / lasciando in noi sommo sgomento»7, parte alla scoperta dello stretto marino fra i ghiacci della Siberia e dell’Alaska,

sulla propria autobiografia dalla nascita nel 1944 sotto le bombe: «[…] io crebbi sul versante nord / delle Alpi, benchè, spaventosi, scorressero altrove / gli eventi, senza avere – almeno oggi così mi sembra- / alcuna idea della distruzione»8, fino ai vagabondaggi europei «Adesso io so come con l’occhio / di una gru si possa abbracciare / un’ampia contrada, davvero / uno scenario asiatico, e come, / dal minuscolo carattere delle figure / e dall’incomprensibile bellezza / della natura sovrastante, / si impari lentamente a cogliere quel lato della vita / a noi prima invisibile»9

Secondo natura, dunque, la natura, gli elementi  o l’elemento di una malinconia che mi pare il tratto che accomuna i diversi personaggi, a partire dalla figura di Mathis Nithart, misterioso doppio di Grünewald («Qui due pittori in un unico corpo / la cui carne ferita apparteneva ad entrambi / hanno scandagliato la loro natura»10),

al medico Steller, le cui iniziali osservo speculari a quelle di Sebald (W.G.S. – G.W.S.) «Steller aveva adesso due / giovani corvi, che la sera / gli dettavano motti oracolari. / Nel metterli nero su bianco, / ne traeva conforto, pur sapendo / che nemmeno così sarebbe giunto / ad arginare quel che lentamente / gli rodeva l’anima»11,

a Sebald stesso «Ricordo che a quei tempi / tali immagini mi gettavano spesso / in uno stato quasi sublunare di grave / melanconia […] »12,

malinconia che la letteratura riflette, ma non allevia: «impregnati / d’una luce rara sono i versi / di Hölderlin e Haller, eppure / anche lì è già smarrimento, / fin dove giunge il cuore»13.

Anche i paesaggi del poemetto potentemente visionari, siano essi quelli impressi nei quadri narrati o quelli vissuti estremi e marini del Mare del Nord o montuosi delle Alpi o industriosi e industriali della Germania e dell’Inghilterra, sono percorsi di umori neri, come residui limacciosi e cinerei dell’acqua usata per spegnere la guerra e i roghi. Il rosso di incendi, reali o metaforici, è presente, infatti, in diversi punti del poema: i “capelli d’oro rosso” del probabile autoritratto di Grünewald come San Giorgio, le fiamme sul quartiere ebraico ad opera dei flagellanti, il Fuoco di Sant’Antonio somma afflizione nel medioevo, il mantello rosso funebre di Steller, i bagliori di Norimberga in fiamme, …;

ed è il rosso del sangue che, purulento, viene riversato:

«L’equipaggio, prostrato / dal furore del morbo / che attanagliava i corpi, / occhi fondi per lo sfinimento, / palati enfi come spugne, […]/ finché, da ultimo, non vi fu differenza alcuna / tra i vivi e i morti»14,così Sebald a proposito dell’equipaggio sbattuto qui e là sul mare di Bering;

tanto che il paesaggio intorno non può che, in un ultimo sussulto, farsi attraversare da un lampo o da un «niveo miracolo»15, o farsi infine freddo e lunare.

«Una falce bianca, si curva
nell’oscurità la spiaggia,
dune erbose, verso terra,
fin su, a un pianoro d’ombre
sotto montagne di nivea fosforescenza»

[…E se trovassi dimora sul più lontano dei mari, XIV]
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W.G. Sebald, Secondo Natura – un poema degli elementi, traduzione di Ada Vigliani, Biblioteca Adelphi, 2009
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Per i dipinti descritti da Sebald nel poemetto vedi anche il link http://www.wgsebald.de/lexikonstart.html
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1 Come la neve sulle Alpi, I

2 La notte oscura prende il largo, VI

3 …E se trovassi dimora sul più lontano dei mari, XIV

4 La notte oscura prende il largo, I 

5 Come la neve sulle Alpi, VIII

6 Come la neve sulle Alpi, II

7 …E se trovassi dimora sul più lontano dei mari, I

8 La notte oscura prende il largo, II

9 La notte oscura prende il largo, VII

10 Come la neve sulle Alpi, IV

11 …E se trovassi dimora sul più lontano dei mari, IX

12 La notte oscura prende il largo, IV

13 La notte oscura prende il largo, V

14 …E se trovassi dimora sul più lontano dei mari, XIV

15 Il Miracolo della neve, Roma, 352 come rappresentato nell’omonimo quadro di Grünewald

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