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Villa Dominica Balbinot, Febbre lessicale

Questa plaquette dal titolo di Febbre Lessicale è un libro autoedito, dato alle stampe utilizzando il sistema offerto dal sito ilmiolibro.kataweb (quindi in pratica Villa Dominica Balbinot è da considerarsi autrice inedita)e è dedicata al padre, ma non è un canto di dolore per la perdita di una persona amata; piuttosto sembra la riemersione faticosa di un contenuto dolente e magmatico, quasi che il legame reciso permettesse, finalmente, alla figlia di dar voce ai fantasmi che l’hanno abitata e ancora la abitano, in una “febbre lessicale” necessaria e improrogabile; la sola che le consente di riprendere in mano il filo della vita, non solo del discorso.
La febbre, infatti , è un sintomo, è spia di un male che deve essere individuato; se diventa lessicale abbiamo anche la malattia: l’urgenza del dire.

La poesia è urgenza della parola, ma mai come in queste poesie di Dominica la parola ha transiti impervi, ricerche in bilico sul baratro, svelamenti e mascheramenti; vi si avverte tutto il dolore del dire insieme a quello del tacere, o meglio del mascherare: “….. /scartavetrata sono/ nel sudario/ che avvolge un segreto, /mescidanza/ di totemiche parole indicibili,/ e di breve ferocia.”

Il percorso psicologico di Dominica è innervato su quello razionale, anzi su quello lessicale, di padronanza assoluta della parola che le permette una lirica dura , non compiaciuta e totalmente assente di storia.

Certamente possiamo considerare questa poesia non adeguata ai canoni che sono un po’ di moda: molta narrazione, poco io, ritegno sull’identità. Il ritegno è anche la cifra di queste poesie che si lasciano afferrare solo a cuore aperto e a mente libera; allora dispiegano significanze insospettate, quasi che si sollevasse un velo e apparisse il volto della musa.

La scrittura “necessaria” di Dominica è per lei taumaturgica e per il lettore immersione in caverne carsiche dove l’aria è preziosa e preziosa la vita e l’emersione alla luce. La luce, conquista difficile e sempre provvisoria, ma anche dolorosa quando squarcia i nido d’ombra: “ La crudezza del mondo era tranquilla, / profondo era l’assassinio,/ prima che potesse accadere/ veramente qualcosa/

( nella sovrabbondanza dell’azzurro) /qualcuno doveva strapparle alla risacca, / dai fiumi della perdita.”

Versi come questi testimoniano che non è nella visione l’acuità della poesia e neppure nella sapienza poetica e nella riflessione; anzi questi aspetti si fondono in un magma, come già detto, che non è miscuglio, ma nuova creazione, identità del dettato.

C’è la febbre che non passa, che non ha medicamenti adeguati: solo le oblique parole la sedano un poco e insieme la infiammano come succede a rovistare fra le braci; “l’assoluta latitanza del salvifico” dove porta se non al restare? Eppure qualcosa è cambiato, ora è dicibile: la latitanza si può dire, come il male e il dolore; resteranno sepolti nel fondo delle foibe carsiche, materiali dolenti ma inetti a essere portati all’esterno ( si ricordi “la sovrabbondanza d’azzurro”). Già abbastanza si è svelato, si è accettato, si è tolto dal suo giaciglio d’ombra fonda.

Si potrebbe obiettare sull’oscurità che permane perché le scelte lessicali sono estremamente elaborate, a volte anche desuete, di tutt’altro che di immediata comprensione; la poetessa ne è consapevole e quasi ci gioca o , perlomeno, approfitta dell’immediato cono oscuro per spingersi oltre, quasi in una sfida con se stessa e con il lettore : ora seguimi se non temi. Eppure nelle poesie sono qua è là gettate piccole perle di retorica: assonanze ( ferocia – furori, vedeva- stava¸… ) e molti costrutti ossimorici ( decollazione di ogni lingua fiorita)

“Febbre lessicale” è un libretto di poche pagine ma talmente ipersemantico da richiedere al lettore di aprirsi alla crudità della vita, del mondo, dello stare al mondo. Quindi è un dono che chiama scienza, coscienza, appartenenza.

Narda Fattori

FEBBRE LESSICALE

Incateno allora le parole
al canone impuro
di febbre lessicale,
all’invisibile vaglio
di intendimento sotterraneo.
Poi le inanello
– decerebrate e affossate
come conche –
in nevrosi esangue,
nella rassegnazione contemplativa,
nel quietismo del sermone,
rivelatrici chimiche
di ipotesi congelata.

E NE SAREBBE STATA AFFETTA

Era l’odore della terra in fiore:
la sua splendente bellezza permaneva,
le faceva amare cose inermi…

Si sentiva tutta riarsa
– e con suo stesso orrore-
fino al midollo
di una sua magra esistenza selvatica.
Ogni cosa appariva troppo fredda.
troppo ampia- e desolata.
Ora si aspetta tutto dall’uomo
come una mattazione,
l’abisso oltre il giardino.
E ne sarebbe stata affetta,
da quei vivi- mutilati e imperfetti-
dai cumuli di piccole celle,
da una minima contaminazione dell’aria.
(e era il lieve velo della polvere.
dei fiori che andavano essiccandosi)

E ERA ABBAGLIANTE COME RIVELATO

E era abbagliante
– come rivelato-
quel suo sguardo ferito:
aveva voluto conoscere la causa prima,
come se una qualche condanna
dovesse spettare anche a lei…
( Ma noi-noi tutti –
non avremmo saputo escogitarlo,
il teatro infernale, quei brani segnati,
i figli che devono soffrire per i peccati dei padri…)
Al fine di non contrarre contagio
quali delitti si perpetrano
– lentamente, quasi sacralmente-
nella normale proliferazione di ogni deriva;
e forse lei era nata per precipitare,
in quella bellezza muta dei mondi curvi- e riflessi-
tra gli steli e quei crani di calcare
( in tonnellate focali
di un pesante silenzio azzurro,
con il loro carico di annegati,
-e lì nelle gore-)
Ma nel giorno dedicato al compiuto martirio
non aveva fretta – la bestia- di finirla:
e in quell’aria dilavata
era il resto incalcolabile,
la decollazione di ogni lingua fiorita,
e c’era il serpente nel cuore della madre,
( Un abisso si aprirà sempre per noi,
anche questo tuo posto può andare a fuoco,
ci sarà sempre la sfigurazione
– di quel nostro viso di vetro-
e nella vorace bocca della divinità).

TUTTI QUEI DESERTI ROVENTI
Nella luce cruda dell’alba
( nei deserti roventi)
era scaduto il tempo vincolato,
faceva ora la scoperta dei recessi:
enormi ninfee galleggiavano mostruose,
e tutto era inconsueto , troppo dolce, troppo grande…

La crudezza del mondo era tranquilla,
profondo era l’assassinio,
prima che potesse accadere veramente qualcosa
(nella sovrabbondanza dell’azzurro)
qualcuno doveva fermare le mani sanguinarie
strappandola via dalla risacca,
dai fiumi della perdita.
Ora amava con repulsione,
con le bocche che parevano piaghe,
il suo era un sentimento funerario,
sarebbe stata costretta a baciare il lebbroso
per fare più bella la cenere dei morti,
fra i profumi delle tuberose.
“Oh,
Ma il giudizio verrà …
Lui non può macchiarsi, lasciandola alla sua follia:
la decomposizione sarà profonda, profumata…
Qui dentro ogni cosa è crudele,
un fuoco madido…”
(Eppure il mondo sembrava suo
– il perituro, il suo-
tutti quei deserti roventi…)

E LE PAREVA DI NON AVERE MAI FISSATO

Era il paesaggio chiaro,
di una notte ghiacciata:
aspettava solo il sorgere del sole,
e quelle colline azzurre,
il cielo come un grande uccello…

E le pareva di non avere fissato
mai nulla così a lungo
– come quinte nella nebbia-
quei meccanismi dell’affezione
e l’armamentario della sventura
( non sei mai stata condannnata
per nessun crimine, vero?…)
i finimenti umani, tutti.
Non aveva mai capito la natura dei veleni,
le leggera punta di amaro delle tossine
e con quel bel fiore che cresce fin sotto la forca,
le mandragore e l’assa foetida
ben oltre la barriera ultima degli alberi azzurri…
Queste le annotazioni dell’anamnesi:
“Bisognerebbe scuoterti,
quel tuo corpo è teso a arco,
sangue vorrà altro sangue allora,
-e comincerà la agonia-”
Consacrata a un dio che non conosceva
con mani profane gli si adunghiò,
era in condizione di privazione,
doveva fare in modo che non fosse lei,
a stringere il laccio.
( Lui le disse solo,
che sembrava consumata)

LASCIATE VOI ALLORA

“Lasciate voi allora
la dolente al suo lutto:
stiamo sempre annegando
– nel fiorire di un giardino azzurro-
e tutto sarà dimenticato
e a nulla si porrà riparo!”

Ancora intenta a spolverare
la sua prima morte
( indulgenza a lucrarsi una sola volta al giorno,
nei tempi cronometrici
di quel firmamento di cristallo
iniziatore di fuoco)
della sua supplicazione
non era capace di trovare il tono,
per la storia crocifissa,
per le evidenti deiezioni, talora di ribellione,
di lamento forse,
di sottomissione, anche.
Perdeva l’aureola,
l’innocente martire
– un’ossatura cubica le movenze sue
a rinchiudere-
e balbettavano- e scricchiolavano-
le figure enigmatiche,
durante l’inventario delle gocce di sangue.
Sotto quale cielo e dove
-nell’ordinato interconnettersi
degli epicicli e degli abissi-
doveva lei collocare dunque
l’agonia del morente,
accumulatore che si scarica
in quell’attimo brevissimo e allucinatorio
nella notte della Notte più lunga?…
Oh, se solo
se solo qualcosa avesse potuto mai
dissigillare poi le labbra
per un sommovimento qualsiasi degli elementi,
e dopo averlo sentito tutto, quel mormorare obliquo!
( L’Inevitabile dopo tutto è inevitabile,
– sacramentavano , gli altri,
tra i rasoi e i feretri sottili
crudamente spersi nel cerchio-
e sempre di emaciazione estrema lei
periva).

INANE A SMISURARE

In the great trouble,
oh, qui, sì, qui,
in questo scalmanato caos
di sepolcri imbiancati
(lì i dolori a calendarizzare,
quand’anche rimarrebbe
da impetrare solo
degli organi cerebrali finanche
l’ablazione,
( dopo secoli di testamenti,
e il trionfo di un arte poco esatta ,
da imbalsamatori incauti)
per quell’inquiesciente, e eretico
-per sempre e ex novo abbrugiato vivo-
ecco il ritmo dell’obbrobrio,
per quella sua nomenclatura
insapienzale e improvvida,
la lingua invano a perforare
quale ferro rovente,
gli occhi senza vista
perchè la linea d’ombra
è pure quella stessa parca Luce,
e il dogma o il canone
diaframmi azzurrati a calcinare il grido.
La carne pur tuttavia resta una carne,
e nell’overkilling
(fatto subire storto solo
a quei pochi non disumanati)
l’inno sacro questi – sciagurati e puri-
lo pronunciano quale feticcio:
“Mehr Nicht” “Non più, basta!”,
per poi essere accompagnati
al Suo Nome e ai suoi Tabernacoli
da un’onda lunga dal colore di sangue
inane a smisurare lì,
lì, per ogni dove,
lì sul terreno anch’esso tutto solo,
– e smorto-
sotto quel sole crudo del solstizio

E NELL’ATTESA – VUOTA-

Nella sua erranza
le sembrava di essere all’interno
di un tamburo percosso da un folle,
un’esile transitoria ghiandola,
un’apnea di sangue,
diffratta
nell’assoluta latitanza del salvifico.
Al dire -bianco- del silenzio
ribatteva – lei -con lapidei
florilegi argomentali,
costretta alla bellezza gelida dell’alabastro
tra le ossa biancheggianti fra i rovi
( e nell’attesa – vuota –
che la iconostasi si aprisse)

LAVACRO

Nella gora
di anonimo mucchio
di mutanti,
tra turbinii
di polvere gialla
– e pensieri
di devozione canina –
abito in una mia
luna silenziosa,
capitolata fin dentro
i dialoghi dell’inespresso.