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“Devo pensare a scrivere per sentirmi vivo, posto che la vita che faccio, tra tanta virtù che ho e che mi viene attribuita, e tanti affetti e doveri che mi legano e paralizzano, mi priva di ogni libertà. Io vivo con la stessa inerzia con cui si muore. E voglio scuotermi, destarmi. …Scrivere sarà per me misura d’igiene”. Sono parole di Svevo che ribadisce: “Io non so pensare senza la penna in mano” e nel lungo periodo di intervallo tra la pubblicazione senza successo dei due primi romanzi e la stesura de La coscienza di Zeno più volte dichiara di aver rinunciato alla letteratura non però alla scrittura. Il fittissimo epistolario di quegli anni costituisce in un certo senso un surrogato per chi si è negato qualcosa che pure per natura gli è vitale ed anche in fondo un involontario banco di prova per una ridifinizione del rapporto vita-letteratura e prepara Svevo alla stesura di quella “autobiografia che non è la sua” in cui, in un gioco di specchi, il personaggio-scrittore compone e scompone l’esistenza ricreando il passato alla luce delle esperienze successive con la fluidità che la parola possiede e la sua capacità di dire e nel contempo di non dire, di affermare ma anche di insinuare dubbi sulla veridicità di quanto affermato.

Svevo è stato una delle passioni della mia giovinezza. Che cosa mi attirava di lui? In primo luogo la capacità dell’autore di non prendere i suoi personaggi e se stesso troppo sul serio. Vivevo allora in un ambiente in cui si usava dividere in modo piuttosto manicheo bene e male, correttezza e scorrettezza, e la mia natura era portata a rifiutare quelle grossolane semplificazioni. Ma era per me difficile talvolta prendere posizione in modo plateale, perché nella vita capita che affetti e vincoli siano tali che talvolta ci si ritrova un’esistenza cucita addosso in modo abbastanza stretto.
Svevo entrò subito in consonanza con le corde della mia anima per la sua capacità di guardare le debolezze umane con occhio intelligente e ironico, riuscendo abilmente a svelare le mistificazioni.
“Devo scrivere come misura d’igiene”, con la nota abilità nell’esprimere in modo apparentemente banale grandi verità Svevo afferma quello che è lo scopo dell’arte: aprire mondi inesplorati, dare una sbirciatina agli abissi della coscienza, dire parole che sfuggono alla logica riduttiva che presiede alla comunicazione.
Ben poca cosa è la parola se considerata solamente nella sua valenza comunicativa. L’arte può attingere più in fondo. Esprimere strati più profondi della coscienza. Farli affiorare.
Con Svevo inizia davvero una nuova era. Un’era in cui l’avventura della parola ci avrebbe portato a scoprire valenze inedite della stessa (pur con tutte le aberrazioni e gli eccessi) e ci avrebbe spinto lontano da quegli ancoraggi forse troppo semplicistici che nel passato avevano rassicurato l’uomo, dandogli l’illusione di comunicare davvero.
In Svevo sono presenti due anime in conflitto: l’artista che vorrebbe perseguire l’arte (e solo l’arte) in modo disordinato e senza tener conto dei limiti che la rigida realtà sociale gli impone e l’uomo, il borghese inserito a tutti gli effetti nella società del tempo, che, come egli stesso afferma, “ha troppa virtù e troppa gli viene attribuita” tanto che si ritrova “legato da affetti e vincoli” che gli consentono una banda molto ristretta di oscillazione. La nevrosi che quell’esistenza dissociata inevitabilmente produce si cura, come afferma Svevo, con lo scrivere. Ma che posto può avere la letteratura in una società capitalistica “in cui il potere economico ha soppiantato ogni altro valore”, in cui cresce sempre di più la divaricazione tra realtà e apparenza, tra essere e avere? E’ questo un interrogativo che Svevo si pone sin dalla stesura del primo romanzo Una vita. Il borghese Ettore Schmitz considera la letteratura un “vizio”, sintomo di inettitudine e di malattia, ma pure continua a scrivere, anzi talvolta si rammarica (come risulta dagli appunti del suo diario) di non aver scritto abbastanza. “ Perché solamente la parola può fermare il tempo e andare al di là della vita” e solo quello che è ricreato dalla parola ha una vita non contingente. Perché solo la letteratura può “correggere la vita”, secondo i suoi desideri, può riplasmare “l’orrida vita vera”.
Svevo nella sua esistenza è un borghese affermato eppure con si identifica col suo ruolo né si accontenta della sua vita. Ritiene l’arte superiore. “L’identità si conquista solo nella scrittura che conserva la memoria del passato, fissa il presente e accoglie le fantasticherie del futuro. Grazie alla scrittura ci si dona l’illusione di scampare alla condanna del non più essere”.
I libri di Svevo si lasciano amare per la capacità che l’autore ha di prenderne le distanze dai miti della classe borghese, di porre dei distinguo, di vivere in un rapporto dialettico con se stesso.
Ricordo che negli anni in cui insegnavo mi chiedevo se sarei stata capace di far amare ai miei alunni i personaggi sveviani. Non capita spesso di riuscire a trasmettere completamente le nostre emozioni ed anzi, più si è emotivamente coinvolti, più le nostre parole escono paradossalmente impacciate. Il messaggio che avrei voluto trasmettere ai ragazzi era questo: da Svevo dovremmo apprendere a essere meno ridicolmente seri, a scherzare un po’ sui ruoli che ricopriamo, a conservare le nostre irriducibili punte di individualità anche se queste ci costeranno qualche “assenza” dalla vita. Credo di non esserci mai pienamente riuscita. I personaggi sveviani non piacevano ai ragazzi. Non piaceva Zeno che appariva troppo insicuro e incerto, che non raggiungeva i propositi che si prefiggeva o che ne otteneva per caso degli altri.
Figli dell’ideologia dell’efficienza, dell’iperattività e del successo ad ogni costo, come potevano amarlo? Avevo l’impressione che nelle loro menti l’ inetto sognatore non riuscisse del tutto a fare presa. Lo guardavano con diffidenza e forse inconsciamente, mentre lo accusavano di debolezza, in realtà ne temevano la potente forza corrosiva.
Ho sempre pensato che la lettura delle opere di Svevo possa essere un intelligente antidoto alla banalità di certi messaggi che la nostra società trasmette. Svevo potrebbe insegnare ad essere un po’ meno preda dell’apparenza, ad avere un po’ più di spessore d’anima.
L’ironia e l’autoironia sono arti supreme di vita. Ci proteggono da molte aberrazioni.

Marina Torossi Tevini