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Ci resta nel dolore una cicatrice di luce
e una storia per durare le stimmate sul cuore. *

E’ domenica pomeriggio, una domenica di novembre e non sono ancora le sei; la giornata è stata grigia, ora una nebbia piovigginosa grava sui rami del cedro che penano davanti alla finestra. Anche con la luce accesa la stanza assume un’aria livida, un livore assorbito dal fuori che incombe sui pensieri di Giulia, anche loro, come i rami del cedro, stentano sotto un peso inesprimibile. Si alza, scuote le spalle per scrollare quell’ incognita pena e si dirige nell’angolo della mansarda dove la luce arriva fioca. Decide di cercare quella tenda che ha promesso a Lorenza, un’operazione che rimanda da troppo tempo. Solleva il piano del contenitore posto fra i divani e la parete. Una volta quella funzione sarebbe stata soddisfatta dai bauli; arredi gradevoli con il loro coperchio bombato, di legno più o meno pregiato. Lo sguardo di Giulia viene centrato dalla penombra racchiusa, ma le basta un attimo per individuare la collocazione degli oggetti riposti: manufatti di cui non ha voluto disfarsi pur nella certezza che non saranno più utilizzati. Rovista nel primo strato e si convince che quello che cerca è in profondità, si rassegna all’idea di dover diligentemente rimuovere le stratificazioni più recenti per portare alla luce quelle antiche. Le scatole di cartone, diverse per forma e consistenza, vengono impilate sul divano, per toccare il fondo deve penzolare sullo schienale; la posizione è scomoda e l’interno è buio, lei tasta “alla cieca” sul fondo del cassone, finalmente le sue mani percepiscono lo sfrigolio del cellofan. Prende i sacchetti, gli ultimi sedimenti, e li lancia all’indietro sul pavimento. Quello che cerca deve essere sicuramente in mezzo a quella biancheria riposta da tempo. Apre le custodie con fare svagato e, da quella ricerca svogliata, emerge il lenzuolo della mamma. La tela è grossa e la tessitura imperfetta, è ruvido al tatto e grezzo alla vista, il modesto il monogramma ricamato al centro della piega, GA è composto da due cifre striminzite e compresse in un punto pieno fitto, fitto. Anche le cuciture che uniscono i tre teli che lo compongono sono irregolari, la robustezza della tela non permette applicazioni precise. Dal sacchetto occhieggia un ricamo rosso e blu, è quello che impreziosisce il lenzuolo da sposa della nonna Caterina. Lo spiega, apre una federa: è piccola, più quadrata che rettangolare, contornata da un pizzo modesto, i bottoni di madreperla sono l’unica sciccheria; palpa la stoffa, è ruvida come ruvida era la nonna. Quel Buon Riposo ricamato a macchina sulle federe e sulla piega, a Giulia appare una beffa. La nonna il riposo non l’ha conosciuto e non ha neppure dormito sotto quel lenzuolo. A 16 anni si sposa; non era ancora “sviluppata”, ma l’hanno fatta sposare lo stesso. In casa del nonno non c’erano più femmine, le figlie erano state maritate, le altre erano morte: una donna era necessaria. Giulia guarda il bianco del lenzuolo “buono”. che bianco non è, pensa alla nonna, la rivede nello sguardo e nei lineamenti duri, un viso senza sorriso. Dè guai uns mòr” diceva sempre. Il dolore le veniva da tutti i bocconi amari inghiottiti e, da quel dolore cresceva una rabbia bassa che la incideva dentro. Sembrava forte di carattere, invece era solo perseverante nella fatica. Era sempre accigliata, aveva uno sguardo incupito dall’obbligo di guardare un mondo che non le piaceva e al quale doveva uniformarsi visto che il caso l’aveva fatta nascere femmina per servire e onorare gli uomini. Anche quando il destino riservò una chiamata particolare per il figlio Guerrino, la nonna Caterina, non si arrese, dichiarò guerra al dolore e liquidò quella perdita con la solita e straziante frase: “de guai un s’mor”. Giulia, ripiega il lenzuolo con cura amorevole e nel tempo di una requie pensa alla nonna che deve aver trovato pace solo nel riposo eterno. Nel sacchetto c’è anche il lenzuolo buono della mamma, anche questo illibato, esibito sì ma mai usato. A differenza di quello di tutti i giorni, ruvido e grossolano, questo è di cotone leggero, di cotonina dice la mamma; esisteva il lino ma quello era per i ricchi, per i contadini il cotone era un lusso per le occasioni speciali e la canapa per i giorni ordinari. Anche il ricamo è semplice, sicuramente è stato scelto quello che costava meno, quello più sbrigativo. Confronta i due lenzuoli e pensa che le donne non hanno mai saputo concedersi nessuna piacevolezza, ciò che può essere bello e gradevole non lo usano, si lasciano però scartavetrare in una quotidianità sgarbata e da una trama ingiusta e imprecisa. Le lenzuola nelle loro piegature nascondono storie uguali nell’apparente rassegnazione a un destino di sacrificio che non era né ovvio, né naturale, né dovuto; storie diverse per i contesti nei quali si sono dispiegate ma unite nella stessa orditura. Le vede, la nonna e la mamma, sedute davanti al telaio. Nella penombra opprimente della stanza i colpi del loro battere strappano il silenzio, la fiamma del lume palpita, i fili s’intrecciano in un’alternanza controllata, il tessuto si allunga, la storia continua e si ripete! La tela, che sia semplice, a rigatino, o a spina di pesce nei suoi fili frena i loro pensieri, trattiene la rabbia e tacita il dolore; un dolore che non redime: contamina! La vita passa in mezzo all’intreccio ordinato dei fili, sempre di corsa. Tra un battere e l’altro del pettine c’è il lavoro, quello vero, quello che ti rompe la schiena, ti torce le braccia e ti artiglia le dita. La tessitura e il cucito sono il passatempo serale, il lavoro della notte; un tempo sottratto al riposo.
-Ci sei?- si sente domandare.
Giulia sobbalza, se la cercano saranno quasi le 7.
-Arrivo, è tutto pronto- rassicura.
Deve andare, ma prima vuole riporre tutta la mercanzia sparsa sul divano. Fra le lenzuola della nonna e della mamma c’è anche il suo, candido nella morbidezza del lino; lo sfiora appena, con i polpastrelli, segue il contorno di quel pizzo a tombolo che non le è mai piaciuto. Anche quello è un lenzuolo che non è mai stato sgualcito; se ne sta lì con gli altri a testimonianza: una, due, tre generazioni che si sono passate quel filo ritorto, il bandolo di tre storie che hanno trovato riparo in sacchetto di cellofan.
-Accendo il forno? – la sollecita la voce che sale dal basso.
-Lascia, faccio io, sto scendendo! Si alza e ripone tutto in fretta, facendo però attenzione a sistemare le lenzuola sul fondo. Abbassa il piano del cassone che si chiude con un tonfo brusco. A quel punto ricorda che non ha cercato la tenda per Lorenza. Chiude le persiane, lasciando fuori il buio, la nebbia e la pioggia: quel tempaccio ha dato consistenza ai ricordi, ma lei lo sa “ si cerca nel grigio e si trova altrove”.
In cucina Gianni, suo marito, si affanna intorno al tavolo per stendere la tovaglia, lei accende il forno che si illumina smorto. Dopo una decina di minuti sono seduti a tavola, la conversazione langue e nelle pause di silenzio il suo pensiero ritorna a quel pomeriggio che si è trascinato fra noia e fastidio.
-Stai scuotendo la testa, a cosa pensi?- le chiede il marito-. Mente all’improvviso:- Penso che siamo solo a Novembre e che la Primavera è troppo lontana. Lui la guarda senza stupirsi e senza coinvolgersi; conosce lo spessore dei malumori stagionali di Giulia. Entra in crisi alla fine di Novembre, il malessere si amplifica in prossimità del Natale, per sfumare e alleggerirsi a fine Gennaio quando la luce si riappropria degli spazi dovuti per godere di un tempo debito
.-Il pane?- le chiede Gianni.
Uno sbuffo le sale fino alle labbra che lo bloccano serrandosi; è una domanda superflua, lui sa benissimo che la domenica sera il pane viene riscaldato perché recuperi un po’ di fragranza, quindi non può essere altro che nel forno. I loro sguardi s’incrociano: imbarazzato l’uno, contrariato l’altro. Vorrebbe dirgli:-Prendilo!- invece modifica l’imperativo in un pacato indicativo:- E’ nel forno, puoi prenderlo.-Ma scotta!- ribadisce Gianni. Aveva dimenticato che suo marito non avvicina i polpastrelli a qualsiasi utensile domestico che abbia avuto un contatto con la fiamma.
-Ok, lo prendo io.
E’sufficiente che si giri, il forno è alle sue spalle; a mani nude afferra il pane e con naturalezza lo posa sulla tovaglia. Percepisce un leggero fastidio, il pane scotta ma lei non si brucia. Ricorda quando la mamma provava la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Inumidiva la punta dell’indice della mano sinistra e sfiorava la piastra per valutarne la temperatura; anche la nonna armeggiava intorno ai cerchi della stufa caldissimi munita solo di un pezzo di carta che nel contatto si arroventava. I polpastrelli di quelle mani si erano inspessiti:- jà fàt e’ còp – si diceva. Pensa a come le donne siano riuscite a fare il callo al dolore; per molte di loro il dolore diventa un compagno di vita, imparano a conviverci, lo addomesticano e così diventa familiare, per altre invece la convivenza diventa una quotidiana resistenza e nella costanza dei loro esercizi si induriscono dentro e fuori: si temprano, cominciando dai polpastrelli.
La cena si consuma in fretta, parole rade scivolano in frasi sfilacciate; questa sera non hanno neppure il pretesto di parlare del lavoro, sono rimasti a casa, ognuno impegnato in faccende silenziose. Sparecchiano, Gianni va in salotto, a lei rimane la tovaglia da ripiegare. Sotto l’insistenza dei pensieri si siede e pensa alla nonna Caterina e al disagio che provava quando l’aveva vicina. Quella nonna non si sedeva mai; non rammendava, non sferruzzava, non le insegnava le orazioni come faceva invece la nonna Zaira. Anche l’umore della mamma peggiorava quando la nonna era per casa; con lei diventava più severa e ingiustamente più cattiva. Ora Giulia comprende la ragione di quelle reazioni: la mamma doveva dimostrare alla nonna che aveva imparato la lezione e che ora insegnava alla figlia la grammatica del filo. Voleva dimostrarle che sua figlia aveva già in mano quel filo ritorto e che avrebbe imparato a stringerlo senza mollarlo anche quando le sembrerà filo spinato. La nonna! La vede, nel letto supina con le lenzuola tirate sotto il mento; il nonno si è appena staccato da lei, una rotazione sul fianco e dorme, anche le foglie di granoturco pigiate nel saccone stanno trovando la loro quiete. Dormirà la Caterina? E’ molto stanca, si addormenterà in fretta ma ora, con lo sguardo trafigge il buio, vede “le travi”. dove sono appesi: il lardo, i salami e la coppa del maiale che hanno ucciso per Sant’Antonio. Nel dormiveglia pensa alla sua spossatezza ma nessuna lamentazione corrompe i suoi pensieri: quelle provviste sono il frutto delle loro fatiche, loro mangeranno sempre, sanno cos’è il lavoro e poi, quei quattro figli maschi sono una garanzia. Quello è l’orizzonte sul quale Caterina chiude gli occhi, serra le labbra e si addormenta. Non c’è sospiro per il lamento ma non c’è neppure un fiato per il ringraziamento; lei non si sente in obbligo verso nessuno, quel poco che ha l’è la su fadeiga . Giulia stringe fra le braccia la tovaglia che non ha ancora piegato. Sa, che i primi figli della nonna Caterina sono nati a due anni dalle nozze: sette maschi, uno dopo l’altro. I primi tre sono morti, a pochi mesi, uno dopo l’altro, Guerrino invece è morto a 22 anni. Dopo i sette maschi è nata la mamma, l’unica femmina, alla quale la nonna ha messo subito in mano quel filo e l’ha trascinata nella sua ferita, slabbrata e sempre viva. Gianni entra in cucina con il cordless in mano comunicandole:- E’ Lorenza- glielo passa con un gesto pigro e si eclissa. Giulia appallottola la tovaglia sul tavolo e scambia con la figlia informazioni sul reciproco far niente della festa.
– Non siamo usciti, era impensabile uscire con questo tempo! – lamenta Lorenza- dove potevamo andare? Giulia evita di recriminare sul tempo e su “quella domenica”.
– Sai ho cercato la tenda che mi avevi chiesto, senza trovarla. Dovrò cercarla meglio. Lascia che la figlia le racconti le prodezze dei bambini, poi la interrompe sulla descrizione delle secrezioni bronchiali di Paolo per chiederle a bruciapelo:-Il lenzuolo che ti ha ricamato la nonna Lucia lo usi?- Quale- precisa Lorenza – quello con il mio nome ricamato a fiorellini? Giulia sta per rispondere:-Si, quello, …. il lenzuolo buono! Si concede solo la parte affermativa della frase eludendo l’ultima espressione. Sì, l’ho usato ma poche volte; sai è troppo esigente per essere un lenzuolo. Il lino si stropiccia, il ricamo s’increspa e, figurati se perdo le mie ore per stirare un lenzuolo! Quando sente in sottofondo il vociare baruffato dei nipoti, la saluta affidandole due baci per Paolo e Sara. Appoggia il telefono sul marmo che le restituisce una carezza fredda. Guarda il disordine e decide di sistemarlo. Piega la tovaglia, sciacqua quei due piatti, il pentolino e i bicchieri; mentre aspetta che la schiuma defluisca nello scarico intasato pensa ai bambini e si chiede se loro riusciranno a sfilacciare la resistenza di quel filo. Mentre lo scarico borbotta intenzioni di rigetto, lei pensa che i piccoli, con quel filo ritorto, potrebbero fare tante cordicelle sottili, facili da recidere e semplici da riannodare con piacere e tenerezza. Anche lei ha insegnato a Lorenza la grammatica del filo, ma è stata attenta a non condurla nel suo mondo ripiegato; la rettitudine chiesta alle donne non sempre percorre rette vie. Insieme alla morfologia della trama e dell’ordito lei ha voluto trasmetterle il piacere della tessitura, l’emozione dell’intreccio e il gusto dei colori. Sbrigate le faccende residue vede che il gatto che la fissa implorante di là dal vetro: è rimasto tutto il pomeriggio sul terrazzo. Apre la porta-finestra e lui entra miagolando in cagnesco; prima di chiuderla, guarda il cielo indistinto nel buio, denso e basso. Accosta le persiane che, si lasciano combaciare docilmente, quel buio aggrottato le si pigia addosso, però Giulia il buio ha imparato ad attraversarlo. Sa che bisogna percorrerlo:pazientare,perseverare e procedere: prima o poi finisce. Conta sulla punta delle dita confortandosi sottovoce. Passeranno Novembre, Dicembre e un po’ di Gennaio poi, come diceva la nonna Zaira, che con i santi aveva confidenza: – Par Sant’Antòni, un’oura bòna – e in quelle giornate nelle quali la luce indugia più a lungo potrà immaginare “il verde a venire”.
LORETTA BUDA

racconto dal libro”DONNE,STORIE AL FEMMINILE”    
editore PAZZINI- Villa Verucchio ( RN)

*Narda Fattori da “Cronache disadorne”