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Prima di parlare dei libri di Viviane Ciampi, vorrei dire due parole su di lei, senza affidarmi alla solita e anonima nota biobibliografica a fine testo. Viviane è persona troppo interessante per non meritare questo e altro. Lavoratrice intellettuale silenziosa e discreta, sempre disponibile, traduttrice di prim’ordine (è bilingue), operatrice culturale insieme al marito Lino Cannizzaro, ma soprattutto persona che ispira indiscriminatamente fiducia e stima non solo sul piano professionale, è donna piena di garbo, humour e lucida intelligenza, in poche parole di esprit. Forse perché è nata a Lione e per metà è francese? Almeno nel suo caso, certi stereotipi funzionano ancora. L’impalpabile fascino che sprigiona è dovuto, a mio parere, a una sua interna eleganza, al grande coraggio dimostrato in tutte le occasioni della sua vita, ai suoi luminosi sorrisi. In compagnia del marito Lino, si immerge nella natura, perlustra i boschi, ed entrambi li fotografano mettendo in luce il punto più sensibile della loro bellezza, la grande varietà degli alberi e creando video seducenti non solo a livello amatoriale. Come se ciò non bastasse la Ciampi è anche giornalista, critica letteraria, e… poeta. Queste cose – seppure importanti come la pratica della poesia, ad esempio – non le nomino per ultime a caso. Perché di tutto quello che di pregevole Viviane fa, l’aspetto più pregevole è proprio quello che lei è. Chi la conosce condivide questi apprezzamenti senza accusarmi di enfasi. Raramente mi è capitato di incontrare persone come lei, e avverto la necessità di dirlo appena mi si presenta l’occasione.
E ora passo ai libri di poesia, per lo meno gli ultimi due: Inciampi, Fonopoli edizioni, 2008 – che parafrasa il suo cognome “Ciampi” (e di inciampi, lei nella vita, ne ha avuti molti) – e Le ombre di Manosque, forse il più affascinante.
Scrive Viviane nell’introduzione a Inciampi: «Nulla trapela del destino umano. Labirinti, sensi di colpa, tremori, bruschi risvegli di dolore fanno parte del bagaglio. Talvolta si cammina,si canta, si ama, si crede nella fatalità del nome, si cresce anche attraverso gli inevitabili ma salutari inciampi. Nell’inciampare sul sentiero, non viene meno quella curiosa tendenza a controllare di che pietra, di che ostacolo si è stati vittima. E se non fosse la pietra a intralciare il cammino ma la forma di qualcosa che non conosciamo? Inoltre, sulla strada, magari a stemperare il sentimento di “finitudine”, si potrebbe incontrare la meraviglia: un volto smarrito nel paesaggio, una moltiplicazione di lingue, un invito a resistere sulla superficie di vivere».

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Abbiamo imparato a stare in equilibrio

con la pazienza, l’ironia.

(Uno si sente dire: che fai nella vita?
Torno a zero ogni mattina).

La storta la prendiamo per stanchezza
raramente per sbadataggine.

Poi tutto un reticolo di storie
e fughe dalla quiete
spargendo briciole d’anarchia.

Qualcuno in realtà
nelle botteghe come sul patibolo
a vendere chiodi conigli
callifughi.

*

Chi offriva ritira l’offerta.

E se tornasse l’attesa lo squilibrio
quel modo di dormire come un’eresia?

Di ogni cosa il battito
perduto nel biancore

ma è lo sguardo insicuro

che se può, evade.

*

Portiamo in noi l’effimero

il tratto impreciso
gli umori
l’amore
la scelta lessicale
l’implicazione cerebrale.
La domanda sarebbe
dove andiamo, ora dove
tolti gli occhi dal colore?

Ma ecco che già pensiamo al domani
nel tempo post-umano
alla formula segreta
per entrarvi.

*

Vi sono luci in più

O si tratta di un sogno?

Strano a dirsi
nella polvere evanescente
gli oggetti riposano con le anime.

E per le anime
l’universo è in linea.

*

Il bambino fabbrica una lingua

inciampa sulle sillabe
forse incontra la chiarità.

Non esiste l’esattamente

ma oh metallo dei suoni
ciò che ne consegue è magnifico.

***

Ho sempre sostenuto che la poesia francese, in grandi linee, si divide in quella “sentimentale”, (in prevalenza del Midi), con frange lussuose di surrealismo a volte inconsistente, sempre pronto a impressionarci, e in quella “antisentimentale” – che personalmente preferisco – asciutta, nervosa, lucida e ironica, talvolta carica di un intellettualismo criptico. In entrambe avverto il bisogno di nascondere la profondità, chi attraverso acrobazie intellettuali, chi attraverso strategie sentimentali ed emotive (viscerali no, il visceralismo in poesia appartiene di più a una certe poesia femminile italiana, nel bene e nel male). La Ciampi non è mai sentimentale, seppure la sua poesia, in particolare Le ombre di Manosque, faccia vibrare corde emotive della stessa “materia di cui sono fatti i sogni”…
Le ombre di Manosque è il frutto di un lungo soggiorno nel paese di Jean Giono, lo scrittore tanto amato da Viviane. Ombre di un passato reale e insieme immaginato, che si mescola a un presente reale ma anch’esso, dopotutto, avvertito come irreale. I fantasmi, a Manosque, piccolo villaggio dell’Alta Provenza, sono presenti come gli alberi, le case e gli orti, così come i sogni suscitati o risvegliati nelle passeggiate che Viviane compie attraverso il paese e il paesaggio, come in una sorta di pellegrinaggio sulle tracce di uno scrittore, di rêverie d’une promeneuse solitaire (parafrasando Rousseau).Entra nella vita dei contadini, vive la loro vita dall’interno e da spettatrice-documentarista. Allo stesso modo le riflessioni, le meditazioni che appartengono al regno intellettuale e filosofico, e quindi al’emisfero celebrale sinistro, si mescolano a sogni e fantasie, elaborati dall’emisfero destro. Viviane Ciampi, con il suo bellissimo libro, non solo ha inteso rendere omaggio al suo scrittore preferito, ricalcando i sentieri ancora presenti o del tutto cancellati del suo paese, ma allo stesso tempo conservare poeticamente e teneramente la memoria di un luogo ricco di tradizioni e leggende tramandate nei secoli. Infine il suo omaggio – in senso più ampio – è alla MEMORIA tout court – che per metà è “vera” e per metà “inventata” e lascia dietro a sé una lunga scia di fiaba per chi ne sa cogliere la seduzione. Lei vive e ci fa vivere quello stato di sensuale, incantato dormiveglia che certi luoghi “letterari” suscitano nei poeti e negli osservatori favoriti dal loro “sesto senso”. Come si potrebbe visitare Praga, che trasuda un passato magico, senza restarne irretiti proprio perché ne conosciamo le storie, le vicende storiche come le leggende? Manosque non è Praga, ma un semplice villaggio dotato di un suo fascino selvatico come il suo scrittore, autore di romanzi pieni di forti suggestioni e amori passionali. Chi non ricorda, tratto dal suo libro, il film omonimo L’ussaro sul tetto, diretto nel 1995 dal regista Jean-Paul Rappenau? La Ciampi compone un libro di annotazioni poetiche che è stregante come il paesaggio che le respira intorno e si trasforma nei suoi versi, in un delicato affresco realistico ma anche evocativo.

L’asso della manica sono i vecchi
che spengono le luci
che pesano le parole.
e le hanno furbe, teatrali.
Qua e là la lingua s’insabbia per timore
che riecheggi una sillaba di troppo.
Le pause sono dosate ma a volte
par di sentire un rullo di tamburo.
Sollevano orli di lenzuoli sbadigliano
nell’indecidibile.
Come i gatti
danno sempre l’idea di cercare qualcosa
In fondo a una salita.

*

Si contorce dal dolore, l’insalata,
se la mano la strappa dalla terra.
Suda, la foglia, per lo strangolamento:
Dà l’ultimo sguardo al sole
e alla coccinella.
Un vuoto al suolo resta.
Un’anima vi si stende.
Esiste, sì, l’embrione di un pensiero.
Abbozza un grido memorabile.
Ha persino una visione dell’inferno
sotto la lama del coltello
sotto il macigno del dente.
S’immagina nel ventre che la trasformerà?
Antiche leggende raccontano
Del cibo che si ribella contro chi lo consuma.

*

A guardare laggiù
con occhio di tramonto
tra le lame che dividono il giorno dalla notte
quando il reale non si fa decifrare
ti par di scorgere
una statua rosicchiata dal tempo
appena screziata di luce
………………….che – misteriosa – ti fissa.

*

Fiamme fumo terra rossa
quasi un’astrazione.
In un istante entri come in un quadro
in cui tutto avvampa ed ecco, folti, i resinosi
………………….oppure no, sono pennelli
da un artista dimenticati,
pennelli eretti che poi deflagrano
e nella schiuma cedono la chioma.
I gialli i viola erompono dai cespugli
il calore stordisce.
………………….Ti dissero il luogo è accogliente
ne vale la pena.
………………….I camion dei pompieri s’infittiscono
ai lati della strada
rombano i canadair sopra la pineta.
I paesani disposti agli steccati,
attratti, in estasi, l’iperbole nello sguardo
(lo sgomento li fa parlare
ancora più stretto il loro vernacolo)
e mentre verso l’alto il fuoco si estende
non sanno se fuggire o restare
qui
………………….nel tempo immobile con la luce che morde.

*

I contadini chinati bruciano sterpaglie.
Con mille precauzioni evitano
quel fumo diffuso
che impregna le lenzuola
e fa fremere corvi
di cui nessuno tesse le lodi.
Strofinano le palpebre
col rovescio della mano,
si lasciano distrarre
da frulli d’ali.
Poi tutti quanti a spalancare gli occhi.
Chi non sa
cerca di capire
perché mai il cielo abbia
assunto quell’insolito colore.

*

Denso il cielo come un unguento
e dense voci quassù più dense di tutti i venti.
Allora accade questo, accade
che nessun volo appare più mirabile.
Ma si guarda con l’impeto che sgretola le nubi
con occhi purificati si risale il vuoto
fino al nucleo di tutti i vuoti.
A che pensi? ti chiedono.
Chissà. Forse al fatto che tutto si tiene:
la valle lacustre
le strade fintamente ritoccate
le ville con piscine d’un azzurro illogico.
E pensi che a tutto si sopravvive.
Anche agli scandali.
Alla bugia d’ogni giorno.
Alle sgrammaticate lettere d’addio.

*

Immagini spesso l’inverno
e come i contadini lo vivono.
Mantengono l’ansimare
d’una fratellanza d’intenti,
tirano fuori racconti bollenti
resi più ariosi dal vino
che si beve la vita.
A gennaio il raccolto d’olive
ed ecco una festa di reti.
………Come una grande barca, allora, la campagna.
Prima di lavorare i rematori della terra
alzano le braccia a candelabro ruotano
attorno alle mogli che come diavolesse srotolano
fasce di flanella sperando che le schiene
così imbottite non si arrendano.
Per il resto
le notti sono acidule di poche trame.
Riti di piumoni, caloriferi.
Qualcuno vive senza amore
ma è un morire giorno per giorno.

*

C’è chi dice
cantiamo
tanto domani si può dormire.
C’è chi pensa ai fantasmi sugli appendiabiti
alla salute delle olive
al logoro governo che s’incarta.
Uno di loro cercherà un nome negli archivi.
Un altro poterà l’alloro
poi delle foglie, farà ghirlande.

*

Il bello dell’infuocata campagna
è questa difficoltà di pensare o meglio
questa fuga dal pensiero pensante.
Stai qui in balia di due finestre
con le tende che s’impigliano
ai fantasmi familiari o tessi la tela dell’ore
con la schiena appoggiata al muretto a secco.
A mezzanotte i cinghiali avanzano
fino alle case, arrivano lenti cuciti all’ombra.
Tremi. E loro lo sanno che tremi
e spezzano i rami mangiano vermi
sgranocchiano radici e albicocche.
Ne ascolti il grugnito l’ansimare.
Se li illumini con la torcia trovata in cantina
scappano e ti fai quercia olmo o fior di cappero
purché tornino a spaventarti.

*

Stanotte quattro luglio duemilaotto
clangore di ambulanze sulla collina.
La civetta celebra la sua presenza
vicino a questa o quella casa.
Qualcuno – una donna – si cinge di morte.
Morta per scelta dicono.
O per stanchezza.
Ma no. Un ramo spezzandosi la salva
…………………e il cielo, bonario non la trattiene.

*

A tratti intriga
l’ultima luce solare
l’infimo raggio verde
raro più di un doppio arcobaleno.
Indaga i volti
tra i rami
non scalda più le dita
ma forando una striscia di luce
qualcosa disancora di ciò che sai.
Narra un’antica leggenda
che dopo averlo scorto
si acquisisce il dono di leggere
in trasparenza nel cuore della gente.

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Viviane Ciampi è nata in Francia, a Lione, il 19 giugno 1946. È co-fondatrice della rivista d’arte e cultura on line Progettogeum (www.progettogeum.org) e redattrice di Fili d’Aquilone on line (www.filidaquilone.it). Ha tradotto vari saggi dal francese di Bernard Noël, poi apparsi sulla rivista di Donatella Bisutti “Poesia e Spiritualità”, Viennepierre edizioni, e per la rivista annuale di Jacques Darras e Jean Portante “Inuits dans la Jungle”, Ed. Le Castor Astral, un’ antologia delle poesie di Alda Merini. Ha curato e tradotto l’antologia “Poeti del Québec” Ed. Fili d’Aquilone 2011. Collabora, dal 1998, come traduttrice al Festival Internazionale di Poesia di Genova e ad Alliance Française della stessa città. Ha pubblicato: Domande Minime Risposte, Ed. le mani 2001; La quercia e la memoria, Ed. Il ponte vecchio 2004; Pareti e Famiglie Ed. Liberodiscrivere 2006; Inciampi Ed. Fonopoli 2008; Le ombre di Manosque, Ed. Internòs 2011. Dirige la collana di poesie “Stelle vagabonde” per le edizioni Internòs, di Chiavari.

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