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Werter Vincenzi , Donna

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È noto come la metafora sia lo strumento principe della poesia, non tanto sotto l’aspetto retorico, ma perché il significato nella poesia non è ( quasi ) mai il senso immediatamente percepito, ma un coacervo di significati che vi affluiscono attraverso visioni e la scelta tutt’altro che casuale delle parole.
Un testo poetico che tale possa definirsi dispiega le sue componenti formali , i fattori linguistici, sintattici, tematici, culturali e storici (hic et nunc) in una tessitura composita che va a definire la complessità della poesia e i suoi esiti finali.
Fabula è storia, narrazione, successione, vicende che seguono un ordine cronologico, ma anche favola, sapienza in briciole, e fiaba, incanto e stupore, comparsa e attracco della meraviglia.
La parola appartiene soprattutto al lessico della narrazione e pare poco indicato per la poesia che costruisce in verticale il pensiero, che tiene strettamente congiunti mente e cuore ( sensibilità, scavo e intelligenza), ma qui si premette manus a favola, quindi è esplicitato che si manipola la favola, la si smonta come si potrebbe fare con un oggetto.
L’oggetto qui è la vita quando viene accostata , non sovvertita, da presenze che la sostanziano e nel coacervo delle esperienze si pongono accanto luce e buio, disillusione e speranza, vitalità e morte, amore e disamore. Il tema è la morte, ma essa è appena sussurrata, va per ampie vertigini di visioni e grandi arie, si intreccia con la fabula ma non la sporca, direi che , al contrario , la solleva, prova a darle una ragione.
Seppure non numerose, le liriche di questo book spogliano con pudicizia l’autrice e la pongono davanti allo specchio della poesia che non rimanda un’immagine né bi né tri-dimensionale; piuttosto ci dona un puzzle di straordinarie immagini scomposte della profondità che si solleva ubbidiente alla parola . “ Le mani atterrano per prime / e ,dopo che cadute, continuano a salire/ (in alto un cielo minore come la neve)/ ad un certo punto della creazione/ fatte non per splendore ma per posarsi ovunque/….”; è un abbandono alla morte che ci attende, ossimoro incarnato perché possiamo parlarne solo quando siamo vivi; le mani , quanto mai semanticamente indicative della vitalità, ( toccano, scrivono, accarezzano, elaborano, trasformano, si sporcano e si lavano, cucinano e portano il nutrimento al corpo,…) partono per prime, ovviamente, e atterrano in un altrove lieve, un mondo leggero come la neve, in un cielo minore ( bellissima riflessione ) minore perché non ci è dato pensarne uno maggiore, siamo limitati dalle esperienze terrene, e comunque questa levità minore del cielo è desiderabile, ci solleva senza dolore, quasi che il distacco fosse naturale come per un uccello prendere il volo. A non abbandonarsi capiterebbe di ferirsi. Qui Margherita ci regala intense immagini di beatitudine ( le meditazioni dell’erba) e di asprezza della mano che si incide per desiderare le rose. Oh , la vita, l’amore che le portiamo, il dolore che arreca…
Anche i versi delle poesie successive cono un commiato discreto e pensoso alla fabula, che si ama perché questa si conosce, ma non si può tenere stretta e anche l’aquilone troverà una caduta di vento e la sua caduta.
Ma all’uomo è dato pensarsi oltre e vedere che qualcosa brilla nel nulla. ( bel gioco di assonanze e rime nel testo). Eppure la vita ci cattura, ci trasporta sui suoi flutti e nei suoi incanti e noi fummo per vivere , la morte è un accidente ( solo?).
Nel suo fluire, pur sempre limpido, e di grande nitore , il discorso della Ealla si contrae su se stesso, procede per ampie sinossi, per deissi incisive; al lettore è dato riempire la fabula, mettere mano anche lui. A volte il dettato si apre alla confessione che pure non riesce a descrivere la meta che c’è, è certa, esiste e fatalmente si incarna nella vita , nelle immagini frementi di vita di un cerbiatto.
“ Ho steso i dorsi illeggibili pensando che il piano / rendesse le mani più inclini a svelarsi/ Ma il sussulto degli arti reca un fondale con molte variazioni/…” : siamo quasi alla fine del poemetto, le pagine scritte non hanno saputo dire altro se non la vita, quelle bianche, pagine e pagine, sanno solo darci un ikebana di crisantemi.
Le singole poesie che compongono questa opera sono brevi, composte , di magistrale perfezione formale, ma di abissale profondità.
E’ veramente un’impresa complessa mettere” manus in fabula”.

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……………………………………………………………………………………….Narda Fattori

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Si rimanda al sito di Issuu per leggere per leggere  Manus in fabula

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