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Wislawa Szymborska, una delle più grandi poetesse del  Novecento, si è spenta il giorno 1 febbraio 2012. Voglio sottolineare la data della sua morte quasi come stessi ponendo una lapide sulla sua sepoltura ideale; una data per ricordare che se il suo esile corpo ha consumato il suo tempo terreno la sua essenza in spirito è rimasta nelle sue parole e nelle emozioni, riflessioni e appagamento che ci ha lasciato in eredità. Nell’aprile del 2008, per le “Giornate di Cultura Polacca”, la poetessa premio Nobel era arrivata in Sicilia, dove nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, aveva incontrato studenti, intellettuali e  pubblico per una lettura dei suoi testi.

Sono sempre nervosa quando vengo all’Università. Voi non ci crederete ma io non ho alcun titolo di studio”. Con questa affermazione Wislawa Szymborska spiazzò l’uditorio. E questa frase, pronunciata con quella semplicità che è solo dei “grandi”, ci porta a ricollegarci al discorso che tenne in occasione dell’assegnazione del Nobel: “(…) Non ci sono professori di poesia. Se così fosse, vorrebbe dire   che si tratta d’una occupazione che richiede studi     specialistici, esami sostenuti con regolarità, elaborati teorici arricchiti di bibliografia e rimandi, e infine diplomi ricevuti con solennità. E questo a sua volta significherebbe che per diventare poeta non bastano fogli di carta, sia pure riempiti dei versi più eccelsi – ma che è necessario, e in primo luogo, un qualche certificato con un timbro. Ricordiamoci che proprio su questa base venne condannato al confino il poeta russo, poi premio Nobel, Iosif Brodskij. Fu ritenuto un “parassita” perché non aveva un certificato ufficiale che lo autorizzasse ad essere poeta…”  Wislawa Szymborska era nata a Kòrnik il 2 luglio del 1923 ma nel 1931 si era trasferita con la famiglia a Cracovia dove frequentò il liceo. Interrotti gli studi per problemi economici, iniziò a lavorare presso le ferrovie dello stato riuscendo ad evitare la deportazione in Germania. Cominciò a scrivere giovanissima e presto venne accolta nell’ambiente culturale polacco. La sua prima raccolta di poesie “Per questo viviamo”, che doveva essere pubblicata nel 1949, non passò la censura perché ritenuta priva di “requisiti socialisti” e vide la luce solo nel 1952. Come molti altri intellettuali della Polonia post-bellica, nelle sue prime opere Szymborska restò fedele all’ideologia ufficiale della PRL ma in seguito ne prese le distanze, rinnegando anche i suoi due primi libri, di uno dei quali vietò addirittura la ristampa. Oggi è la poetessa polacca più conosciuta al mondo e nel suo Paese i suoi libri raggiungono vendite che superano qualsiasi altro genere di pubblicazione. La sua poesia parla la lingua della semplicità ma all’interno dell’immediatezza semantica vive la complessa realtà umana con le sue contraddizioni, le sue sfide, la sua rassegnazione e la sua coscienza. L’ironia e l’autoironia di cui porta la cifra non sono che il ribaltamento della prospettiva di lettura, il fine “filosofico” che si nutre della quotidiana vicenda antropica.

Scrivere un curriculum

Che cos’è necessario?

E’ necessario scrivere una domanda,

e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto

è bene che il curriculum sia breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.

I viaggi solo se all’estero.

L’appartenenza a un che, ma senza perché.

Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.

E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.