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Quando un importante scrittore cessa di vivere, anche se su di lui è calato un velo di silenzio, improvvisamente tutti si ricordano del peso che ha avuto nelle patrie lettere. Di Vincenzo Consolo, come scrittore ma non come intellettuale, non si parlava più da un pezzo. E’ vero, la sua produzione letteraria era rimasta ferma a Nottetempo, casa per casa, opera vincitrice di uno Strega nel 1992; il successo de Il sorriso dell’ignoto marinaio si era spento negli anni ottanta, ma  Retablo, vero e proprio capolavoro di linguaggio e di visionarietà, aveva suscitato una nuova vena di emozioni per la sua narrazione dalla struttura complessa e scenografica, come appunto i retablos spagnoli. Ricordo una lettura di brani di questo romanzo allo Spasimo di Palermo, (quando a Palermo era ancora possibile godere di eventi culturali seducenti), teatro di suggestiva atmosfera per il testo ammaliante ed evocativo di Consolo. L’evento fu tale che per l’occasione una nota cantina vinicola siciliana produsse un vino che chiamò proprio Retablo.

Non si può dire che lo scrittore siciliano abbia goduto del successo popolare, quello per intenderci che fa scalare la classifica dei best sellers e che si traduce in fiction o in pellicole amate dal pubblico massmediale,  ma innegabilmente resterà nella letteratura come uno dei pochi che nell’era della post-avanguardia e della tecnicizzazione del linguaggio scelse la via più impervia, quella della sperimentazione della parola, del preziosismo e della contaminazione della lingua entro la quale immise termini lessicali di ordine aulico, lirico, dialettale, sempre con raffinata potenza espressiva. Retablo è un esempio di grande romanzo, un viaggio nel tempo e nella storia, e allo stesso tempo un  esaltante delirio d’amore.

O mia medusa, mia sfinge, mia Europa, mia Persefone, mio sogno e mio pensiero, cos’è mai questa terribile, meravigliosa e oscura vita questo duro enigma che l’uomo sempre ha declinato in mito, in racconto favoloso, leggendario, per cercar di rispecchiarla, di decifrarla per allusione, per metafora?…e qui come mai mi pare di veder la vita, di capirla e amarla, d’amare questa terra come fosse mia, la terra mia, la terra d’ogni uomo, d’amare voi, e disperatamente…Voi o la vita? o me medesimo che vivo? Com’é ambiguo, com’è incomprensivo questo molesto impulso, questo sentire intenso che chiamiamo amore!” E’ il pittore Fabrizio Clerici che invoca Donna Teresa Blasco durante il suo viaggio in Sicilia per dimenticarla. Con lui è Isidoro, monaco innamorato della cantante Rosalia, che per lei ruba e lascia il convento. “(…) era in mantellina bianca damascata, e mi fece sentire brutto, sgraziato, nel mio albàgio logoro, sudato, col mio barbone nero, carico come uno scecco di Pantelleria, così davanti a lei, fresca e odorosa, bella di sette bellezze, latina come un fuso. Breve, la sera appresso conobbi il paradiso. E nel contempo comincio’ l’inferno, l’inferno pel rimorso del peccato e per la ruberia del guadagno a danno del convento.” Isidoro  incontra Fabrizio appena sbarcato dalla nave. “…Fra merda fango e fumio di fritture di pannelle, mèuse, arrosti di stigliole, e voci, urla, bestemmie, Dio sia lodato!, e sciarre di pugni e sfide di coltelli. Ero nell’inferno. E per giorni, impaurito, cacciai mosche, e le notti dormii in dentro al fondaco coi facchini. Finchè non mi capitò quell’accianza d’oro, quel miracolo che mi fece San Francesco, del cavaliere Clerici che sbarca dalla Cala...” Tra stupori e rapimenti d’amore, fra inquietudini e malinconie, il viaggio di fuga e di dimenticanza del pittore continua nel perenne movimento dei pensieri, con la lucidità mentale di chi vuole conoscere e interrogarsi. Geniale romanzo, Retablo si insedia nel solco della grande letteratura, rivelando la modernità di uno scrittore che fece della ricerca e della sperimentazione la regola della sua scrittura.

Anna Maria Bonfiglio