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Gli sviluppi nel corso del tempo dell’arte del racconto hanno evidenziato e messo definitivamente a fuoco una precipua caratteristica del genere: il suo essere, in buona sostanza, un banco di prova ineludibile per chiunque coltivi ambizioni di scrittura fuori dal circuito della serialità programmatica e dalle secche di una narrazione che si consuma, soprattutto oggi, nella pura e semplice rappresentazione del dato, nell’ordinario e rituale esercizio affabulatorio che ha come unico fine quello di raccogliere i frammenti del reale e di ricondurli a un paradigma teorico preesistente, canonizzato. Il corpo a corpo con la scrittura, nel caso del racconto, avviene invece in un tempo metamorfico non mai assolutizzato, in un paesaggio altro dove le coordinate non sono mai prefissate ma si definiscono, nella loro essenzialità, solo nel farsi del discorso, nell’oltranza della narrazione – alla presenza, silenziosa e discreta, della tradizione, che agisce come propulsore e catalizzatore di voci, attraverso i fantasmi che lascia emergere, a ondate, dalle acque mobili del suo mare inattuale. Esattamente quello che avviene in questo libro.

Con gli occhi costantemente rivolti allo spazio letterario classico, al luogo dove il racconto nasce, si definisce nella sua unicità e declina i suoi statuti, i suoi modelli e, in modo particolare, le sue varianti e variabili storiche, Ivano Mugnaini dimostra di aver compiutamente attraversato e metabolizzato, da cultore e lettore attento, tutta la tradizione del moderno sul filo di quello sguardo, prediligendo talune costellazioni narrative sicuramente più congeniali alla sua filosofia dello scrivere e alla sua idea di narrazione-come-rappresentazione attraverso figure definibili unicamente per la quantità di esemplarità che inglobano e trasmettono al lettore (soprattutto, e con esiti scritturali particolarmente felici anche dal punto di vista stilistico, nella dimensione del “negativo” – inteso come concetto limite e parametro di ogni rivelazione), o per l’ironica e dolente dote di sovversione e di utopia con cui danno l’assalto, votati comunque alla sconfitta o a una incomunicabile e dolente consapevolezza, all’universo delle convenzioni, al cielo ciclico di una storia e di un tempo conflittuali e vincenti rispetto alla più elementare definizione e pratica dell’umano.

Da un capo all’altro della grande tradizione novecentesca, con una sorta di predilezione genetica per autori solo apparentemente inconciliabili per intenzioni, finalità e modalità espressive (tra i più riconoscibili, sicuramente Pirandello, Landolfi, Kafka, Blixen, Cortázar, per non dire di quelli che concorrono col loro nome all’architettura concettuale e al tessuto complessivo di talune storie, o ne indirizzano il senso attraverso ben disseminate e disvelanti aperture epigrafiche), egli trascina scientemente fuori quadro e fuori schema, rispetto agli originali, i topoi più immediatamente identificabili e traducibili, votandoli a una destrutturazione ideativa, ad uno smontaggio e rimontaggio che, se da un lato ne prospettano ed evidenziano l’incommensurabile ventaglio di utilizzi e di adattamenti, dall’altro non intaccano, se non per scarti poco significativi, l’ordine, la geometrica immaginazione cartesiana della narrazione.

La sua cifra stilistica, infatti, è caratterizzata da una scrittura piana, distesa, attraversata da un chiarore uniforme che rende cristalline le parole e le lega in una trama tutta percorribile, da un capo all’altro della pagina, senza sbalzi apparenti, senza inciampi di senso. Viene volutamente bandita ogni distopia di ordine naturale o concettuale, a favore di una sorta di anamorfico processo di lettura e di restituzione del reale che, escludendo la conversione della storia verso un unico centro significante, risolve la contraddizione della coesistenza dei possibili spostando ad arte, con eccellente tecnica mimetica, il fuoco della narrazione su ogni particolare (paesaggistico, descrittivo, dialogico, onirico, inconscio) capace di ampliare l’orizzonte della visione e di indirizzarla verso il molteplice e polimorfico trascorrere di presenze che ci circonda e ci ingloba.

L’irruzione del non-detto, che rappresenta una sorta di volano generatore del movimento e della disposizione della materia di parecchi racconti, rimanda alla specificità di un procedimento compositivo di matrice affatto poetica – ma con una sostanziale differenza, comunque, che ne rovescia i parametri consolidati pur alimentandosene in modo sotterraneo e insistito: vale a dire che alla creazione di forme, alla vocazione che detta e sostiene un disegno unitario, sia pure definito nei limiti del possibile, o soltanto intravisto a barlumi tra le pieghe e gli anfratti di una lingua che si dice abitando il segno, Mugnaini predilige la dimensione della parabola, una processualità significante che registra, in un percorso di chiara impostazione e ascendenza fenomenologica, ogni possibile smottamento, ogni permanenza o infrazione dell’ordine del discorso, ogni variazione, abnorme o impercettibile, che investe le figure del suo teatro quando sono spinte inesorabilmente, dal desiderio o dal caso, o dal concorso incendiario e corrosivo dei due elementi, davanti allo specchio di una vicenda di cui sono ignare pedine o della quale cercano di forzare le sbarre, varcare i confini, svelandone contemporaneamente la trama e il gioco perverso.

In questa attenta ricognizione di mondi, concreti e palpabili anche quando la loro natura è sostanza immaginale o inconscia, in questa ri-codifica dell’esistente in corso d’opera, senza parametri dati a priori, l’autore resta coerentemente ancorato a una lingua “classica”, i cui segni sono cifre e coordinate di una geometria finalizzata al comprendere. E infatti, ci si accorge, fin dal primo approccio alla pagina, con immediata e solo apparente facilità di osservazione, che da ogni angolo visuale è sempre possibile guardare al fondo della narrazione e della storia; per scoprire subito dopo, con crescente stupore, che l’estrema leggibilità e la trasparenza espressiva sono un espediente-vortice che ingloba l’occhio e lo scaraventa in una raggelante e straniata atmosfera metafisica, dove l’ordine delle categorie – universale/particolare, alto/basso – è invertito, investito da una corrente emozionale che costringe la ragione allo smacco, alla resa, in nome di una superiore istanza etica non scritta: la stessa resa all’inevitabile che nel suo ordito geometrico trascina e consuma i personaggi, li consegna ad un ordine altro, all’improbabile, all’imponderabile – come fossero sillabe, sonore o mute, restituite alle cadenze di un alfabeto sconosciuto o, forse, nient’altro che piccole creature sperdute, immobili e pietrificate davanti a se stesse, riportate al mistero delle cose, all’insondabile humus di ogni esistenza.

I suoi personaggi si muovono tutti disperatamente alla ricerca di qualcosa: qualcosa a cui non sanno dare nome e voce, divorati come sono da una febbre che gli impedisce di raccogliere quei lacerti di autenticità coi quali potrebbero, se solo riuscissero ad afferrarli e a decifrarne il senso, ricostruire il (loro) mondo; oppure di qualcosa che hanno già dentro da sempre, che custodiscono come un segreto nell’attesa che la vita, cedendo a caso da un versante inaspettato, increspando per pura follia di vento la superficie glaciale dei giorni, gli sveli l’attimo, l’incomprensibile fuoco che ha piantato il seme nella loro carne, ne ha fatti, magari, depositari, ignari o recalcitranti, di una libertà impossibile da reggere in mezzo agli altri, impossibile da partecipare ad altri se non a se stessi. In ambedue i casi, ad ogni modo, la volontà di agire (o il suo rovescio) è sempre figlia della speranza (o della sua negazione), e la speranza è immediata proiezione verso l’altro – una dimensione che manca totalmente a coloro che vivono senza sapere di averne cancellato lo spirito o di averlo sepolto dietro porte che è inutile forzare, perché mai più si apriranno.

L’ansia di pienezza che li divora, allora, a fronte dell’impossibilità di darle corpo e di abitarla, diventa la vera protagonista di pagine intense, attraversate dallo stilo di una sotterranea ironia disvelante e da una pietas mai apertamente dichiarata e partecipata, che si indovina a tratti in quegli squarci di sospensione, fantastica quando non deliberatamente surreale, che proiettano luci inimmaginabili su queste fragili figure di vinti, azzerando, insieme al tempo della storia, le ombre malate che ogni esistenza si trascina senza trovare mai il coraggio di guardarle negli occhi e di nominarle una ad una. Ed è proprio questa nominazione mancata lo specchio in cui è più facile per il lettore riconoscersi, trovare, nel labirinto di destini che le varie storie disegnano, il centro, l’equazione che rende leggibile tutto l’intricato groviglio di cifre che ci confina e costringe all’immobilità del silenzio e del sogno, la stella cometa che orienta e segna l’orizzonte possibile e il cammino – un faro diventato sconosciuto e invisibile, inservibile ormai, a chi è da sempre accampato nel suo confortevole e anestetizzante cono d’ombra; inesistente o incomprensibile per quegli esseri che hanno rinunciato ai loro occhi per paura di guardare frontalmente le cose che mareggiano all’altezza delle loro vite, e di ritrovare riflesso in esse, negli atti, nelle speranze, nelle piccole apocalissi quotidiane disattese, nel tempo che trascorre e se li lascia irrimediabilmente indietro, il loro vero volto, la loro sottile e inquieta parvenza di verità.

Il peccato originale di questi esseri è tutto nell’incapacità di pianificare vie di fuga essenziali e vitali, di immaginare mappe possibili di evasione, di risvegliare la parte inviolata, latente, di un’esistenza quasi tutta sacrificata al superfluo: ed eccoli, allora, impossibilitati a varcare la soglia che gli si dischiude, proprio nel momento in cui un dato, un oggetto, una parola, uno sguardo laterale e distorto viene per incanto a increspare l’ordine del vuoto e il familiare e il quotidiano si fanno precipizio: voragine che nell’attimo estremo dell’agnizione proietta fuori dalla storia, nella follia immota di chi contempla il proprio ritratto su una parete vuota. Eppure sempre, ad ogni istante, una piccola crepa si apre sulla superficie uniforme dell’esistenza, ad ogni istante un’altra si allarga fino ad inglobare l’occhio nella metamorfosi che rende illeggibile ogni trama conosciuta, nella sovversione silenziosa e inarrestabile dell’alfabeto delle stagioni: l’universo muta pelle costantemente nell’indifferenza di uno sguardo assuefatto agli oggetti e alle immagini di una familiarità consunta e rituale, di una abiezione dell’ordinario che proietta sull’altro, sul difforme, paure inconfessabili, quasi ad esorcizzare il particolare fuori quadro, la lettera superstite di una pagina mai scritta.

Solo l’umanità più derelitta e marginale, solo coloro ai quali il destino ha strappato finanche il ricordo del nome mantengono intatta la capacità di immergersi nello stupore quotidiano di ciò che da tempo immemorabile si dà, all’insaputa delle nostre paure o delle nostre pallide aspirazioni e velleità, nella pura gratuità dell’atto: un atto di amore smisurato verso la vita conservato gelosamente nel palmo della mano, una mano sempre pronta ad aprirsi in segno di offerta proprio quando all’apparenza la tendono nel gesto di chi sembra chiedere; oppure sulle labbra, che per sublime, incomprensibile sfida all’indifferenza e al rifiuto disserrano per pronunciare parole senza senso, per raccontare storie che non hanno mai voluto possedere né esserne prigionieri, fedeli a quel respiro di libertà che li accompagna sulle strade dove posano i loro inudibili passi.

L’evasione da un universo esistenziale scandito da giorni tutti uguali, dall’impossibilità di confidare finanche alla persona amata che la sua presenza non rientra più nel cerchio perfetto del sogno che ci abita, si snoda lungo i paesaggi e le linee di una geografia umana che l’autore ricostruisce, traccia su traccia, con geometrica cura, seguendo il furore quieto e la precisione minuziosa, maniacale, dei suoi personaggi – soprattutto quando credono di avere in mano, ben saldi, i fili del proprio destino, si illudono di deciderne la rifrazione e l’angolo di incidenza, come fosse una lente lavorata con l’arte immaginaria dell’ottico che non sono e non saranno mai: una mappa perfetta, ma invariabilmente disattesa da una mano invisibile che scompagina ogni segno conosciuto, decifrabile, e precipita nell’atmosfera difforme di chi può solo avvertire i suoi passi, i suoi pensieri, le sue emozioni parte di un gioco infinito che lo trascende: ci si lascia indietro la morte, come in una corsa in salita contro i propri fantasmi, solo per accorgersi di essere da sempre un graffio di polvere sul margine più in ombra del suo interminato disegno.

Il correlativo della fluidità e leggibilità dell’esercizio e del dispositivo narrativo che Mugnaini mette in atto in ogni racconto risponde, in definitiva, ad una tensione interiore che allinea la tessitura di ordine estetico a un dettato filosofico di sostanza etica – per cui ogni trama viene ridotta all’essenziale (è la fabula stessa a farsi gioco del mondo e totalità ermeneutica) per far trasparire, fuori da ogni opacità e aporia dottrinale, l’estrema ratio gnoseologica del racconto. Forte della lezione, ampiamente metabolizzata, del narrare morale di Socrate, di Erasmo, di Schopenhauer (le cui voci, tra tante altre di analogo timbro, risuonano più ricorrenti e familiari dietro le quinte dove s’inscena l’equazione finale di ogni vicenda), egli lascia che la fenomenologia delle storie e degli eventi si dispieghi in un susseguirsi esemplare di figure del disvelamento, in una recita che trascorre in parallelo con ogni nostra possibilità di interpretazione, di coinvolgimento, di naturale proiezione in forme, da riscoprire o da ricostruire, di azione volta al futuro, di legami da rinnovare, di bellezza. E’ un movimento incessante, una tensione al mutamento che salva, una dialettica circolare che si ripete all’infinito in cadenze sempre nuove, animata da un ritmo segreto, inarrestabile, in cui uomo e natura (“due scrigni… dei quali uno contiene la chiave dell’altro”) si scambiano i segni e i suoni dei rispettivi alfabeti fino a confonderli. Quando dietro ogni maschera non c’è più un volto ancora capace di trasformare la finzione suprema in autenticità ritrovata, ma un vuoto ontologico, una parvenza d’essere, un simulacro costretto inevitabilmente a inciampare, e a franare, contro il muro del suo doppio rimosso, perduto, quel movimento impone di rialzarsi, di raccogliere i propri frammenti e farne sogni da seminare nei giorni, riprendere la corsa con questa consapevolezza nuova, guardare il mondo e noi stessi con lo sguardo inaugurale del primo respiro.

Francesco Marotta

Ivano Mugnaini è nato a Viareggio. Si è laureato in Lettere con una tesi sul teatro rinascimentale europeo. Scrive per alcune riviste, tra cui “L’ Immaginazione”, “La Clessidra”, “Nuova Prosa”, “Il Grandevetro”, “Gradiva”, “La Mosca di Milano” ed altre. Ha pubblicato la silloge Inadeguato all’eterno e la raccolta di poesie Il tempo salvato . Il suo racconto lungo dal titolo Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio, e il racconto Un’alba da Marcos Y Marcos. Ha pubblicato inoltre la raccolta di racconti La casa gialla e i romanzi Il miele dei servi e Limbo minore (Piero Manni, Lecce). Di recente uscita il volume di racconti L’algebra della vita (Greco & Greco, Milano). Dirige la collana di narrativa della casa editrice Puntoacapo. Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario”, http://www.ivanomugnaini.splinder.com . Scrive recensioni su film e lavori teatrali. È autore di testi premiati o segnalati in concorsi letterari, tra cui il Premio “Loria”, il Concorso “Nuove Lettere”, il Premio “Eraldo Miscia – Città di Lanciano” e il Premio “Teramo”. Tra i critici che si sono occupati della sua attività letteraria ricordiamo: Andrea Camilleri, Ferdinando Camon, Vincenzo Consolo, Michele Dell’Aquila, Luigi Fontanella, Gina Lagorio , Paolo Maurensig, Raffaele Nigro, Elio Pecora, Antonio Spagnuolo, Giorgio Saviane.