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La libreria Libra & Associazione PoEtica

Sabato 28 gennaio dalle 18.30

Villa Samadhi, Rignano Flaminio

Un’intervista di Viviana Scarinci a Corrado Videtta degli ARGINE

1.   In che misura le tue esperienze precedenti ti hanno portato a concepire il progetto musicale ARGINE secondo collaborazioni cui è consentita, da come si evince dal vostro background, una contaminazione profonda e condizionante del risultato? Ossia che valore e potere ha per te il dialogo artistico in corso d’opera?

A dire il vero le mie esperienze musicali precedenti alla creazione del gruppo Argine sono poche, suonavo spesso con alcuni amici con cui mi esibivo alla chitarra e alla voce presso case private in occasione di feste e ritrovi. Avevamo circa sedici anni e affiggemmo in tutta la città dei volantini in cui ci offrivamo gratis solo per feste private. Invece di andare il sabato con i compagni di classe a mangiare la pizza, suonavamo in case meravigliose tra long drinks e belle ragazze. Ciò che ha formato il mio credo musicale è stato semmai lo studio della musica durante la frequentazione del Conservatorio. In quegli anni capii che usare delle dissonanze con il suono di strumenti tipo il violino o il sassofono soprano era più stimolante per me rispetto all’ utilizzo del suono distorto di una chitarra elettrica, benché ne abbia fatto comunque largo uso. Il valore della collaborazione per me è alla base del suonare. Il concetto di squadra mi piace. Applicato alle discipline artistiche o a quelle sportive o della ricerca in generale ritengo che conferisca una componente esaltante al risultato finale della rappresentazione.

2.    In che relazione poni lo studio di Conservatorio con la pratica quotidiana di generi contemporanei o che esprimono la contemporaneità. In che modo questa dialettica tra classico e contemporaneo si lega concettualmente alla tua poetica musicale?

Il Conservatorio forma il musicista in modo completo in quanto attraverso lo studio della musica cosiddetta seria che comprende secoli e secoli di esperienze musicali riesce a dare un bagaglio importante da cui attingere per la creazione di qualcosa di personale. Non ho mai creduto ai confini invalicabili tra stili e concetti. Credo semmai che anche per produrre musica contemporanea di qualunque genere lo studio dell’umanità nei secoli attraverso la musica sia di grande aiuto. Si può comporre un brano di musica punk avendo alle spalle anni di studio su fughe e sonate, il contrario è impossibile. Lo studio della musica classica non mi ha fatto mai creare preconcetti nei confronti della musica pop o rock, né la musica pop o rock ha deviato il mio interesse per il passato. L’approfondimento di un’arte attraverso lo studio accademico può solo ampliare il tuo orizzonte percettivo in primo luogo e poi quello creativo. La condizione necessaria è semplicemente avere qualcosa di vero da dire. La sostanza è in primo piano rispetto all’involucro.

3.    Le Luci di Hessdalen, il vostro album uscito nel 2004 prende il titolo da noti fenomeni luminosi ricorrenti nella valle di Hessdalen, in Norvegia. Perché la scelta di intitolare un intero album con il nome di un fenomeno fisico che ha luogo in un preciso punto del mondo e solo in quel luogo?

Quando venni a conoscenza del fenomeno a cui fai riferimento mi emozionai e lo accolsi come un segnale di cui avevo un immenso bisogno: avere la certezza che l’uomo contemporaneo in alcuni frangenti possa ancora meravigliarsi e rimanere attonito nei confronti di una rappresentazione della natura. Il percorso di conoscenza non è ancora ultimato e forse mai lo sarà. L’aspetto sociologico del fenomeno di Hessdalen rompe i piccoli confini della locazione geografica ed assurge a simbolo di una ritrovata sete di conoscenza. I globi di luce sono un fenomeno meteorologico per una branca della scienza, per un’altra rappresentano un contatto con l’al di là, per un’altra ancora la possibile prova dell’esistenza di forme di vita provenienti da altre galassie. L’elemento al centro del fenomeno è l’energia. Metaforicamente l’energia diventò il simbolo dell’album e questo si evince anche dagli arrangiamenti dei brani che lo compongono.

4.    In una tua intervista rilasciata qualche tempo fa si legge: “L’arte per me è il veicolo perfetto che crea il punto d’incontro tra l’essere mortale e l’eternità, per questo ritengo che sia un veicolo divino (…) Dan Flavin è un fulgido esempio di arte dei nostri giorni (…) Ritengo che creare arte così pura utilizzando oggetti di tutti i giorni come le lampade fluorescenti e trasformarli in un mezzo per arrivare ad un punto così alto di spiritualità, sia da considerarsi uno slancio notevole verso l’alto”. Questo tuo riferimento all’arte contemporanea nel senso di sentirla capace di un sorta di rinnovamento/ritorno a una spiritualità di cui l’artista è l’officiante mi colpisce. Puoi spiegarmi in che modo le tue scelte musicali rivolte alla contemporaneità si riallacciano a un concetto così classico del ruolo dell’artista? E come si relazione per te un ruolo così alto con la “trasformazione” che nomini e che l’artista compie sugli oggetti di tutti i giorni?

A Londra ebbi modo di ammirare alcune opere di Dan Flavin. Mi rapirono all’istante, emozionandomi per la loro sacrale semplicità, un effetto di purezza dell’arte che annienta le dispute concettuali, sebbene del tutto lecite, sulla valenza e la validità dell’arte contemporanea. Per me l’arte per tendere realmente verso l’alto deve: essere portatrice di verità nell’invenzione, manifestare l’essere dentro attraverso un’esteriorità, rappresentare l’essere vivo attraverso cose inanimate (la materia) che però prendono vita da chi sappia attingere da un bagaglio insito in un’esistenza solo apparentemente silente che è la nostra spiritualità. Se l’artista sa suscitare reazioni di profonda commozione in colui che usufruisce dell’opera d’arte, credo sia riuscito a tendere verso l’alto e ad avvicinarsi a livelli superiori di esistenza. Credo che non cambi la sostanza delle cose sapere se l’oggetto capace di tanta meraviglia sia una tela o una lampada al neon.  Un paesaggio può essere uno spunto per rappresentare sé stessi, così come un qualunque altro pretesto, attraverso la natura, anche se in realtà è la natura stessa che si rappresenta attraverso l’artista perché esso ne è parte integrante.

5.    Una grande scrittrice tua conterranea, Anna Maria Ortese, sosteneva che i veri diversi sono i cercatori di identità propria e collettiva. Che peso ha nell’ambito della tua ricerca musicale l’identità? In che modo relazioni l’identità degli individui alla capacità di custodire la memoria della loro provenienza?

Ogni individuo è portatore della propria identità consapevole o inconsapevole che sia. L’identità ha una matrice inconfutabile che è la materia genetica, l’involucro della mente ed una mutevole che scaturisce dalle esperienze e che si integra con la cultura di un’epoca o di un luogo del mondo in particolare. Un soggetto cerca se stesso dal momento in cui nasce per cui da subito inconsapevolmente attinge informazioni dall’esterno nutrendosi pian piano dell’identità culturale e sociale che lo circonda, partendo dalla famiglia fino ad arrivare ad una società globale. Chi viaggia molto ha la possibilità di trovare la propria vera identità depurandola dai fattori derivanti da condizionamenti esterni. Ma ognuno di noi ha il dovere di essere portatore dell’individualità culturale della comunità in cui si è formato. La globalizzazione del mondo può avere risvolti positivi solo se ciascuno di noi nel rapportarsi a nuove realtà riesce a vedere il diverso come un arricchimento pur rimanendo manifesto vivente della propria identità culturale. Per me la ricerca dell’identità attraverso la musica è alla base del voler essere musicista. Questa ricerca è perenne. Il mio messaggio artistico si basa sulla ricerca dell’identità che supera anche il concetto musicale sia attraverso le parole che talvolta attraverso le immagini. Il suonare assieme cercando un unicum che sia il manifesto dell’identità quanto meno delle persone che lo fanno, ha di per se un peso enorme.

Perché Libra PoEtica rende omaggio alla memoria insieme alla comunità ebraica

Il sistema prescelto per”ripulire” la Germania dagli ebrei fu, nella prima fase, costringerliad emigrare. Rendendo loro intollerabili le condizioni di vita attraverso unalegislazione sempre più oppressiva, si cercava di spingerli verso un esodo definitivoall’estero. Il bilancio di questa fase, che va dal 1933 al 1939, non ebbe moltosuccesso. Nel 1940 vi erano 520.000ebrei tedeschi, ma occorreva sbarazzarsi anche degli ebrei polacchi cheassommavano a 2.000.000 di persone. L’invasione del Belgio, dell’Olanda, dellaFrancia, della Danimarca e Norvegia fece aumentare il numero degli ebrei cadutinelle mani del nazismo. L’obiettivo prioritario, rendere judenfrei laGermania si allargò a dismisura: si trattava ora di rendere judenfreil’intera Europa. Il 22 giugno 1941 la Germania invadeva l’Unione Sovietica. Neiterritori che con estrema velocità le armate tedesche stavano occupandovivevano 4.000.000 di ebrei.

La soluzione di sterminare sulposto gli ebrei rappresentò un “salto di qualità” nel progetto dieliminare il giudaismo europeo. Ma non si potevano assassinare in massa gliebrei olandesi, francesi, greci alla luce del sole. Occorreva studiare un altrometodo. Si fece strada la “soluzione finale”, cioe’ l’annientamentofisico degli ebrei in campi di concentramento predisposti a Oriente. Lateorizzazione di questa soluzione finale venne affidata ad Himmler e ad Heydrich.Lo spartiacque storico venne marcato dalla cosiddetta Conferenza del Wannsee,una riunione nella quale si iniziarono a coordinare tutti gli enti interessatial buon esito della soluzione finale. All’inizio del 1942 la “soluzionefinale del problema ebraico” era stata varata.

La più ampia definizione che include i Rom e Sinti, disabili e malati di mente, gli oppositori o dissidenti politici e religiosi, i prigionieri di guerra e i civili sovietici, gli omosessuali, i Polacchi e gli Slavi porta il totale di morti addirittura a 17 milioni.

Fonte: www.olokaustos.org

Perché Libra PoEtica rende omaggio alla memoria insieme alla comunità armena

L’espressione Genocidio armeno, talvolta Olocausto degli Armeni si riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il primo è relativo alla campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II negli anni 1894-1896; il secondo è collegato alla deportazione ed eliminazione di armeni negli anni 1915-1916. Il termine genocidio è associato soprattutto al secondo episodio, che viene commemorato dagli Armeni il 24 aprile. Il 24 aprile 2010 è stato commemorato il 95º Anniversario del Genocidio Armeno. Nello stesso periodo storico l’Impero Ottomano aveva condotto (o almeno tollerato) attacchi simili contro altre etnie (come gli assiri e i greci), e per questo alcuni studiosi credono che ci fosse un progetto di sterminio. Sul piano internazionale, ventuno stati hanno già ufficialmente riconosciuto un genocidio negli eventi descritti. Il nome di Vahan Kuyumgian forse a molti non dirà nulla; eppure quest’uomo è stato uno dei più grandi benemeriti della cultura armena, avendo salvato da sicura ed irreparabile perdita quell’ inestimabile patrimonio che è costituito dalla poesia popolare di Akn.

Akn, attualmente Kemalye in Turchia, è una cittadina dell’Armenia Minore sulla riva destra dell’Eufrate. Luogo d’una grande bellezza naturale, ricca di corsi d’acqua, di vegetazione e di splendidi panorami, questa città ed i suoi dintorni venivano decantati come sito ideale per l’ispirazione di poeti. Non per nulla è di questa regione la più ricca e significativa produzione di poesia popolare armena. Dopo aver trascritto, e quindi salvato, centinaia di brani di poesia popolare, un altro avvenimento mise in pericolo quanto era stato raccolto: il genocidio.

Nel 1915 Vahan Kuyumgian si trovava ad Adapazar, nei pressi di Nicomedia (attuale Izmit, in prossimità del mar di Marmara) e, in quanto deportato al pari degli altri armeni, fu costretto in poche ore a vendere –o meglio, svendere- tutto ciò che aveva per unirsi alla carovana dei deportati. Lasciò lì anche tutta la sua biblioteca e prese con sé soltanto il blocco di fogli sui quali aveva trascritto i canti popolari di Akn. Avvolse il tutto in una coperta e si mise in marcia con il chiaro proposito di salvare ad ogni costo quelle carte e di non separarsi da esse se non in caso di morte. Con grossi sacrifici riuscì a trovare un temporaneo alloggio in un albergo di Konya e lì, preoccupato per un’eventuale perdita della raccolta di canti popolari, decise di farne una copia. Cosa che fece sua moglie, passando delle notti insonni, intenta a ricopiare alla luce di una fioca lampada. Per sua fortuna Vahan Kuyumgian riuscì a fuggire e ad unirsi, come interprete, ad un reparto militare tedesco che operava sulle montagne del Tauro.

Cosicchè si salvò dallo sterminio ed al termine della prima guerra mondiale ebbe la soddisfazione di aver salvato quel patrimonio di folklore popolare armeno che è costituito dai canti popolari di Akn. Successivamente tutto il materiale raccolto lo mise a disposizione dell’Associazione Compatriottica di Akn che lo pubblicò interamente nel 1952 in un grosso volume dedicato alla memoria di questa città.

Fonte: http://www.voce-armena.info/Poesia%20di%20Akn.htm