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Larry Rivers and Frank O'Hara, Stones, 1958

[…]

Dio mio come vorrei sognare per non dire dormire è notte
l’aria fina mi avvolge tutto come uno sciame piove e sono
raffreddato sono un vero essere umano con veri ascendenti
e una buona dose d’estasi ma cosa te ne fai di un bambino
come me se non mi mangi tu dovrò mangiarmi io

che strana maledizione la mia “generazione” siamo tutti
come fiori nell’Agassiz Museum degli eterni ardenti
non mi toccare ché se tremo suono come i campanelli
cinesi al vento io mi sono fatto sismografo tutto qui
e se un gesuita ti squadra per sempre poi tintinni

[…]

………………………………………………………………………………………………………….da “PER IL CAPODANNO CINESE E PER BILL BERKSON

………………………………………………………………………………………………………….(FOR THE CHINESE NEW YEAR AND FOR BILL BERKSON)

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Nelle strofe sopra riportate di questo poemetto che ne conta più di 25, O’ Hara tratteggia uno dei temi caratteristici della sua poetica: quello di uno “sciame” umano, nevrotico, goloso o più spesso affamato, capace anche di essere dorato;  uno sciame di umani che, al pari di api o vespe o tante monetine d’oro o gocciolature come nei quadri di Pollock, presenta un vivere caotico, dispendioso e aleatorio,  ma tutto sommato, nei ritmi, tanto più in quelli moderni, meccanico;

un vivere nel quale la poesia funziona quindi come estrattore, in progress, di quello (altro) che può (e deve) uscire.

Scrive, a questo proposito, John Ashbery nella introduzione a Frank O’HaraLunch poems” ( Mondadori,1998):
«Frank O’ Hara buttava giù le sue poesie in fretta e furia, in strani momenti – nel suo ufficio al Moma, per strada, per pranzo e addirittura in una stanza gremita di gente – per riporle poi in scatole e cassetti e finire proprio per dimenticarsene
[…]Perché la poesia di Frank è tutto tranne letteratura. Appartiene ad una tradizione moderna che è antiletteraria e antiartistica , richiamandosi ad Apollinaire e ai dadaisti, ai collages di Picasso e di Braques […], alla musique d’ameublement di Satie che non era proprio fatta per essere ascoltata»

Naturalmente, lo sciame richiama il cibo e il ronzare d’amore e porta con sé questo indissolubile legame
(nei versi sopra, tiene, addirittura, conto del bambino, del fanciullino O’ Hara: “se non mi mangi tu dovrò mangiarmi io”, e lo fa in modo splendido perché nel rivolgersi a Dio suona, per forza di cose, perversamete antropofago…,);

lo sciame infine è anche quello interstellare, nella tensione alla “buona dose d’estasi” (quotidiana), surrogata e perciò tutto sommato ancora terrena,
o in quella al piacere della dissoluzione, della morte (“col piacere intenso di rotolarsi nel fango / c’è chi lo chiama Via Lattea. […] / dove vive allegra e salta la brigata dei teschi”)

Né manca in questi versi il richiamo non solo alla propria “generazione” (Ginsberg), ma anche alla tradizione letteraria (“sognare per non dire dormire” per es.),
né, soprattutto, manca il cuore:

“Il cuore ce l’ho in tasca, Poesie di Pierre Reverdy”

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DISTANTE UN PASSO DA LORO  ( “A STEP AWAY FROM THEM” in originale qui)
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Sono in pausa pranzo, così
me ne vado a zonzo fra gialli taxi
ronzanti. Prima, giù per il marciapiede
dove gli operai si inzeppano il torso nudo
lercio e lucido di Coca-Cola
e tramezzini, con gli elmetti gialli
sulla testa. Buon riparo dai mattoni
vaganti, credo. Poi, su per l’Avenue
dove le sottane scattano sui tacchi e
svolazzano al getto d’aria delle grate.
Scotta il sole, ma i taxi mettono tutta
l’aria in subbuglio. Mi saltano agli occhi
i saldi degli orologi da polso. Tra
la segatura ci giocano dei gatti.
…………………………………A diritto
fino a Times Square dove l’insegna
luminosa mi sputa fumo in testa, e più su
piovono le luci a cascata. Nello sgancio
di un portone c’è un negro con il suo
stuzzicadenti, se lo rigira con languore.
Gli ammicca una biondina di fila: lui
sorride grattandosi il mento. D’improvviso
tutto strombazza attorno: è mezzogiorno
e quaranta di un giovedì.
………………..Che piacere di giorno
la luce al neon, per dirla con Edwin Denby,
e così le lampadine accese di giorno. Mi fermo
a farmi un cheeseburger al JIULIET’S
CORNER. Giulietta Masina, moglie di
Federico Fellini, è bell’attrice.
E cioccolato al malto. In un giorno simile
una signora tutta volpi
monta il barboncino
su un taxi nero.
…………….…Oggi è piena di porto-
ricani l’Avenue, e ciò la fa calda e bella.
Prima è morta Bunny, poi John Latouche
e Jackson Pollock. Ma è piena la terra
di loro quanto ne era piena la vita? E uno
va e uno torna da mangiare,
scansa le riviste con le figure porno
e i cartelloni della CORRIDA e
i Manhattan Storage Warehouse,
che abbatteranno presto. Un tempo
credevo ci facessero
l’Armory Show.
………………..Un bicchiere di nettare
papaya e via a lavorare. Il cuore
ce l’ho in tasca, Poesie di Pierre Reverdy
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1956
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da 2 POEMS FROM THE OHARA MONOGATARI (in originale qui)

1[...]
2

Dopo tanto viaggiare in un tempio così sacro
con gli zoccoli di legno così duri sotto i piedi
anche il tè diventa amaro e duri i sentimenti
che terrazza smisurata per un’unica serata

non c’è più nessun oceano
né vedo l’oceano sotto i trampoli
mentre me ne sto a poltrire

mani ai fianchi e piedi ai polsi
nudo nei pensieri
come il nerbo ricavato dalle calze ultrasottili

è accesa la radio la sigaretta tirata
col piacere intenso di rotolarsi nel fango
c’è chi lo chiama Via Lattea in
terre di un inverosimile Occidente sugli alberi
dove vive allegra e salta la brigata dei teschi.
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1954
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I versi qui presentati sono da Frank O’Hara  “Lunch poems, Mondadori Oscar poesia del Novecento, 1998, a cura, traduzione e posfazione di Paolo Fabrizio Iacuzzi .
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Larry Rivers and Frank O'Hara, Stones, 1958

un sito di riferimento:  http://www.frankohara.org  dove è possibile ascoltare audio originali di diverse poesie, per es.   “Lana Turmer has collapsed
LANA TURNER CROLLA SVENUTA // Camminavo svelto quando improvvisamente /cominciò a piovere e nevicare / e tu dicesti che grandinava / ma la grandine ti picchia duro sulla testa / e quindi, invece, nevicava e / pioveva e avevo così fretta / d’incontrarti ma il traffico / si comportava tale e quale il cielo / ed ecco che all’improvviso vedo un titolo / LANA TURNER CROLLA SVENUTA! / non nevica mica a Hollywood / non piove mica in California. / Per quanto mi riguarda sono stato a un sacco di feste / comportandomi da perfetto cafone / ma non sono mai – dico mai – arrivato a crollare svenuto /oh Lana, alzati dài, fallo per noi. / (riporto trad. di Luca Giachi da postfazione “Per pranzo e per amore” di Paolo Fabrizio Iacuzzi)

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Leggi anche Frank O’ HaraPersonism: a manifestoqui
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Larry Rivers, Double Portrait of Frank O'Hara, 1955

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Frank O’Hara (Baltimore, 27 marzo 1926 – Fire Island, 25 luglio 1966)
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ulteriori cenni biografici e bibliografici qui
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immagini da wings.buffalo.edu  che presenta, oltre ad altre immagini, anche il testo della poesia “Why I Am Not a Painter”

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