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“Ho preso il cielo
e ho tessuto la terra”
L’ esperienza est(a)tica della mostra

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Santorso, alle pendici del Monte Summano ; un filo sottile si svolge dalla pianura , attraversa il paese e sale lungo il sentiero dei monaci Gerolimini. Lasciando alla nostra destra la Grotta paleoveneta di Bocca Lorenza arriviamo finalmente all’ apice della vetta bipartita del monte . Qui gli scavi archeologici hanno portato recentemente alla luce la ricca stratificazione dei santuari che dal Paleolitico in poi si sono sovrapposti nel corso dei secoli; qui sono riemerse dall’ oblio dei secoli le piccole statuine in argento della Dea Madre e di Ercole. Il Summano è il luogo di incontro e scontro di tradizioni e di miti : le antiche rappresentazioni autoctone legate alla figura della Grande Madre furono sostituite , come successe anche in altri popoli mediterranei, dagli Eroi solari dei popoli vincitori: l’ Ercole/Eracle dei Greci e dei Romani , il Cristo del Cattolicesimo.
Queste rappresentazioni non scomparvero completamente ma si rifugiarono nel mondo infero, nel grembo del monte e nell’ oscurità dell’ inconscio collettivo, da dove riemersero trasfigurate e rinnovate : un filo unisce quindi la Dea Reithia , seduta sopra un trono vegetale e circondata dai serpenti e la Madonna dell’ Angelo dell’ omonimo Santuario di Piovene Rocchette. Entrambe queste immagini femminili parlano di morte e di rigenerazione poiché sono collegate al simbolismo del drago-serpente che , con le sue spire , da sempre circonda e protegge l’ asse del mondo ( la costellazione del Drago conserva nel tempo la sua funzione mitico-astronomica poiché si colloca esattamente nel mozzo della ruota del Cosmo ovverosia nel cerchio fisso dell ‘Universo: anche per i popoli antichi l’ asse del mondo non poteva coincidere esattamente con l’ asse polare poichè il moto doppio conico della rotazione terrestre sposta lentamente il polo Nord dall’ Orsa Minore alla Lira in un ciclo temporale di circa 26.000 anni, il cosiddetto anno platonico ;  il vero asse del mondo coincide quindi proprio con l’ asse del moto doppio conico: la costellazione del Drago sembra avvolgersi attorno a quest’ asse) . Due sono i serpenti della Grande Madre : uno sta alla sua destra ed è il serpente della vita ( il serpente acquatico: le onde sono serpentiformi, ed acquatico è il luogo germinale della vita) , l’ altro sta alla sua sinistra ed è il serpente della morte ( il veleno mortale del serpente). La Grande Madre è contemporaneamente asse del Mondo e corpo del monte Summano: le due cime sono i suoi seni; essa estende le proprie radici nella profondità della terra e il suo capo si eleva al cielo congiungendo il Cielo e la Terra . Utilizziamo qui il linguaggio analogico del “mito della caverna” per parlare del mondo fenomenico che è luogo delle ombre, specchio del mondo trascendente o luogo dell’ Essere non manifestato, sede degli dei e delle cose immortali. Il serpente è il simbolo della contingenza del mondo manifestato : esso esiste in quanto principio eracliteo della trasformazione delle cose ed è allo stesso tempo la fonte della vita e della morte degli esseri poichè il ciclo della vita contempla irrimediabilmente la morte. Nel vertice della trascendenza non esistono i “serpenti” (le forme sensibili, exxoteriche) ma esiste un’unica verità esoterica: ” il” serpente ; le proiezioni ed incarnazioni di questo serpente cosmico si attorcigliano lungo il caduceo ( bastone magico) di Hermes avvolgendosi in un’ unica figura diventata non casualmente il simbolo della medicina . La capacità morfogenetica del serpente si evidenzia percettivamente al tempo della muta : la metamorfosi funzionale tra forma vitale e forma mortale ( il residuo della pelle) incarna il ciclo della vita e della morte e rende il serpente, in un certo senso, immortale: uroboro. E’ curioso evidenziare una significativa corrispondenza tra la funzione simbolica e la biologia: il DNA cellulare possiede infatti la forma di una doppia elica attorciliata ; vi è anche un’ altra corrispondenza significativa tra funzione simbolica e la botanica : il Monte Summano è conosciuto soprattutto per la presenza di una flora eterogenea assai ricca di fiori e di piante medicinali ( da cui trae origine anche il Gerolimino, liquore che prende il nome dai frati che fino al secolo scorso hanno popolato il convento situato presso la sommità del monte e di cui rimangono oggi alcune vestigia e la chiesa ristrutturata; il Gerolimino , nel linguaggio alchemico, corrisponde all’ elisir di lunga vita, il nettare dell’ immortalità) . Ciò che nel regno animale ha una valenza eminentemente mortifera (il veleno del serpente) per contrapposizione trova nel regno vegetale la simmetrica valenza curativa ( la cura erboristica) come conseguenza della logica duale, quella degli opposti , che caratterizza specificamente , nell’ ermetismo, la sfera inferiore della emanazione divina ; gli opposti traggono origine da una medesima fonte comune , l’ Essere nonmanifestato, attraverso il corpo della Grande Madre . Luce e buio, caldo e freddo, bellezza ed orrore, potenza ed impotenza, vita e morte… gli opposti non possono esistere in natura se non attraverso una dinamica della trasformazione che il taoismo ha chiamato la via dello Yin e dello Yang. Questa apparente molteplicità fenomenologica trova la propria soluzione in una trascendenza dell’ Essere che noi chiameremo e rappresenteremo come un vuoto cosmico ovverosia come il foro nel centro di un cerchio.

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La vuota infinità

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Senza principio, né fine.
Senza passato, né futuro.
Un chiarore circonda il mondo dello spirito.
Ci dimentichiamo l’ un l’ altro, tranquilli e puri, colmi di forza e vuoti.
Il vuoto è illuminato dalla luce del cuore celeste.
L’ acqua del mare è liscia e la sua superficie rispecchia la luna.
Le nubi scompaiono nell’ azzurro.
Le montagne risplendono chiare.
La coscienza si dissolve in contemplazione.
Il disco lunare riposa solitario.

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(Cit. tratta dal Il libro della coscienza e della vita in “ Il segreto del fiore d’ Oro” di K.G. Yung e R. Wilhelm, Bollati Boringhieri ed.)

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Ci sarebbero molte cose da dire sulla mostra “Ho preso il cielo e ho tessuto la terra” ma dovremmo analizzare tutti quei miti greci ed egiziani collegati al tessuto, al velo, al filo…( con particolare attenzione soprattutto a Demetra , al ratto di Proserpina, al “velo di Maya”, al mito di Aracne e a quello di Arianna). Correremmo però il rischio di annoiare il lettore e di dimenticarci delle opere in esposizione, che sono invece ciò di cui questo scritto intende occuparsi specificamente; penso di aver già sufficentemente chiarito i caratteri simbolici fondamentali atti a definire il senso di una installazione museale che è un lavoro raffinato e pregno di significato. Ora, se noi osserviamo le opere esposte, possiamo vedere come esse siano costruite e posizionate come se fossero l’ornamento nuziale di una sposa. Questa mostra infatti è un rito di iniziazione e descrive lo sposalizio dell’ anima personale e di natura femminea , decaduta nella materia, con l’ Anima universale , cosmica , impersonale, che trova il suo proprio locus nel Non manifestato. Il Museo è concepito contemporaneamente sia come il volto femminile dell’ anima sia come la caverna iniziatica posta nel grembo della Grande Madre ( il Museo è assai vicino alla Grotta di Bocca Lorenza). I temi estetici ( relativi alla “bellezza” del volto della sposa ) risuonano con gli archetipi dell’ unione mistica: i fili appesi sulle travi del tetto scendono dall’ alto verso il basso e così avvicinano, uniscono il “cielo” e la “terra” ; segnano la direzione nell’ oscuro labirinto dell’esistenza , sono i canali cribro-vascolari in cui circola l’ amrita ( il nettare dell’ immortalità) dell’Albero cosmico della vita, l’ albero di luce . Il pellegrinaggio di Sant’ Orso verso la Gerusalemme terrestre ( si veda in proposito il bel saggio di Enio Sartori, “Alle soglie dell’ alba”) non termina a Santorso ; questo viaggio nella pianura è infatti solamente la prima parte di un cammino di espiazione e di purificazione attraverso una sofferenza , per così dire, “orizzontale” in cui la conversione dell’ Eroe al Cattolicesimo ( l’ etimologia della radice del termine Orso deriva dalla denominazione della classe guerriera dei popoli nordici, iperborei, pagani ), in conformità al significato iniziatico dei “Piccoli misteri” , ne ridefinisce la prospettiva e lo trasforma nel Cavaliere difensore della fede : il Crociato o Templare. Nei “Piccoli misteri” , tuttavia , lo spirito rimane ancora prigioniero del corpo , schiavo della morte ; ora , attraverso i “ Grandi misteri” , bisogna concludere il pellegrinaggio anche in senso “verticale”: è necessario raggiungere la Gerusalemme celeste per liberare l’ anima dal corpo e diventare immortali. Iniziamo questo viaggio ed entriamo nel Museo oltrepassando la “porta degli uomini” ; ci troviamo di fronte alla scala che ci condurrà al piano superiore dove si trovano le teche museali e le opere della mostra: salendo lungo la scala, sollevando gli occhi, possiamo vedere il collier della sposa . Sulla trave centrale del tetto Annamaria Rosin ha legato, con certosina pazienza ( non sono state montate impalcature e Annamaria ha adoperato un’ asta costruita ad hoc) , molti piccoli dischi bianchi di argilla di varie dimensioni che pendono dall’ alto. Guardando dal basso verso l’ alto , il lucore di questi dischi si staglia sull’ oscurità del sottotetto : ci troviamo quindi immediatamente di fronte alla contrapposizione tra il bianco e il nero che rappresentano alternativamente “nell’ essere stesso, Arjuna e Krisna, il mortale e l’ immortale” ( Réné Guénon, “Simboli della scienza sacra, Adelphi), lo yang e lo yin, la molteplicità del mondo manifestato ( il bianco) sulla proiezione del principio unitario dell’ Essere non manifestato ( il nero). Diciamo subito che questa trave è, per analogia, sia il collier della sposa sia Albero del mondo , ovverosia l’ asse centrale immaginario della caverna iniziatica o del battistero; se consideriamo la presenza centrale della scala e il suo simbolismo (i gradini corrispondono agli stati di perfezione raggiunti nelle sfere dell’ essere), la scala stessa assume la funzione di asse del mondo. I dischi sono forati, costruiti sulla forma dei pesi da telaio o piuttosto delle perline vitree bluastre trovate nei corredi femminili delle tombe neolitiche alcune delle quali si possono osservare anche nelle teche museali, e recano impressi segni alfabetici in lingua Venetica.Ciascuno di questi dischi rappresenta lo stato variabile della perfezione pneumatica: anime bambine, anime distorte… ogni anima ha impresso il suo nome o il suo destino, cioè diventa una “pietra parlante”. L’ altezza in cui ciascun disco è sospeso è proporzionale alla perfezione raggiunta nel viaggio ascensionale iniziatico cioè si colloca sulla sfera corrispondente situata tra l’ipotetica pietra di fondamento delle fondamenta museali ( l’ apostolo Pietro nel Cristianesimo) e l’invisibile pietra angolare collocata sul tetto del museo, la cosiddetta “porta degli dei” o porta stretta del cammino di conversione Cristiano ( cioè il Cristo): ogni disco pendente forma un occhiello e può quindi essere assimilato alla “cruna dell’ ago” , al pâsha sanscrito ( nodo, anello di fibbia, altresì nodo scorsoio o cravatta) ovverosia ancora una volta ad una “porta “ di passaggio nelle sfere dell’ essere.Mano a mano che si sale per la scala dovremmo vedere anche la seconda opera dell’ artista : il diadema , cioè il gioiello posto sulla fronte del volto della sposa in corrispondenza del cosiddetto “terzo occhio”, l’ occhio del Cielo . Il diadema , piatto e di forma circolare, presenta un foro centrale ed una serie di cerchi concentrici: in quanto “cupola virtuale ” del museo, è il segno tangibile del viaggio attraverso le sfere e della “porta degli dei”. Ho detto “dovremmo”: in realtà il diadema non si vede poiché per questioni logistiche di economia dello spazio museale esso è stato nascosto da una parete fittizia ; è un peccato poiché così si perde l’estetica della profondità visiva del punto di fuga ed il senso del passaggio dal molteplice all’ unità ;  piuttosto della sorda parete avremmo preferito un velo a coprire gli occhi della sposa . Per finire, le due opere poste simmetricamente all’ asse longitudinale del museo e di identica forma e dimensione sono gli orecchini pendenti della sposa; in questo caso i dischi non sono forati, ma noi possiamo immaginare la presenza del cerchio forato nel lobo dell’ orecchio. Essi rappresentano il sole ( il disco rosso) e la luna ( il disco bianco) proiettandoci nella dimenione temporale e cosmica dell’ Universo: osservandoli insieme, ci sembra di essere di fronte alla versione femminile del Purusha, l’ uomo cosmico che smembrandosi , sacrificando se stesso, crea il mondo e le cose:

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Ananda Coomaraswamy dice che l’ essenziale, nel sacrificio, è in primo luogo dividere, e in secondo luogo riunire; esso comporta quindi le due fasi complementari della disintegrazione e della reintegrazione che costituiscono il processo cosmico nel suo complesso: il Purusha essendo uno diventa molti , ed essendo molti, ridiventa uno” (op. cit)

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Anche il Cristo, con l’ Eucaristia, divide infinitamente il suo corpo per ricondurre tutti a lui.
Z.S.
09/12/2001

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“Ho preso il cielo e ho tessuto la terra. Le prime testimonianze tessili nell’Alto Vicentino”

Con rielaborazioni moderne sul mito degli intrecci.

Mostra realizzata dal Museo Archeologico dell’alto Vicentino e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, con istallazioni di Annamaria Rosin.

Dal 12 novembre al 15 giugno – Museo Archeologico dell’Alto Vicentino – Santorso

“L’idea di una mostra sulla tessitura nasce dal particolare contesto dell’Alto Vicentino  la cui storia è curiosamente e costantemente intrecciata alle trame e agli orditi che hanno abitato, prima le case e poi gli opifici, di questa terra. Essa non poteva avere sede migliore di Santorso, da dove arrivano alcuni tra i più antichi resti di telai rinvenuti in Italia, scoperti all’interno di  abitazioni della seconda età del ferro (VI – II secolo a.C.),  e che fu residenza di uno dei fautori dell’industria tessile italiana: Alessandro Rossi.
La mostra si snoda attraverso un percorso espositivo che valorizza gli strumenti legati alla filatura e alla tessitura, nonché gli accessori di abbigliamento, dalla preistoria al medioevo; espone per la prima volta alcuni dei pesi da telaio rinvenuti durante  gli scavi dell’area PEEP di Santorso e di Castel Manduca a Piovene.
Lungo il percorso il visitatore potrà toccare con mano la consistenza di alcune fibre tessili e provare a tessere la tela grazie alla riproduzione di un telaio verticale come quelli rinvenuti a Santorso.”

“Accanto agli oggetti saranno esposte delle istallazioni di arte contemporanea realizzate da Annamaria Rosin, insegnante presso l’Istituto D’arte “Corradin” di Este (PD), esperta di tessitura antica e già collaboratrice del Museo Nazionale Atestino. Le opere, ispirate al rapporto della tessitura con il mondo femminile e la mitologia, sono state precedentemente fotografate da Renzo Pietribiasi presso il Parco Storico di Villa Rossi, con l’intento di dar loro un ulteriore collegamento al territorio, scegliendo un luogo di particolare suggestione paesaggistica e dal forte valore simbolico, poiché sono il frutto di sentimenti ed emozioni nati dall’incontro dell’artista con le testimonianze storiche della tessitura nell’Alto Vicentino, dalle sue origini all’età moderna. Fotografie e opere d’arte saranno presentate in un catalogo con nota critica di Tina Bodini.”

“Passi, intrecci e trame.  Storie, racconti e immagini della filatura e della tessitura
La mostra s’inserisce all’interno di un progetto, promosso dai servizi educativi della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, che unisce diversi musei della provincia  sul tema dei filati e degli intrecci, con un ricco calendario di iniziative che vanno dalle più antiche testimonianze appartenenti ad età neolitica, conservate presso il Museo Naturalistico Archeologico di Santa Corona a Vicenza, fino ai primi telai verticali rinvenuti all’interno delle case-laboratorio, individuate nell’abitato dell’età del ferro di Santorso (VI), l’attenzione sarà poi rivolta ai tessuti antichi, e alle problematiche connesse, con una giornata di studio presso il Museo Civico “L. Zannato” di Montecchio Maggiore (VI), dove sono conservati alcuni importanti frammenti di tessuto di età longobarda.
Accanto a specifici percorsi espositivi saranno realizzati, nelle varie sedi,  dei laboratori appositi, pensati per gli adulti e per i bambini, a cura di esperti di animazione didattica, che aiuteranno a capire “ come si faceva a fare”.
Il ciclo si concluderà con una tavola rotonda presso le Gallerie di Palazzo Leoni montanari a Vicenza dove, esperti dell’arte tessile, antropologi e filosofi affronteranno con sensibilità e sapere scientifico il tema della tessitura: “lavoro lieve” che per secoli ha scandito “i giorni e le ore” delle donne.”

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Note:

si ringraziano Annamaria Rosin per la gentile concessione delle foto relative alle sue opere e Sergio Zanone per la segnalazione della mostra e la condivisione con VDBD della sua ricchissima esperienza.

Il testo ultimo qui virgolettato costituisce l’introduzione relativa alla mostra sul sito “Santorso Archeologica”