IDENTITA’

“Il corpo dell’uomo contiene del sangue, del flegma, della bile gialla e della bile nera. Ecco cosa costituisce la natura del corpo; ecco la causa della malattia o della salute. In queste condizioni, vi è salute perfetta quando questi umori sono in giusta proporzione tra di loro
sia dal punto di vista della qualità che della quantità e quando la loro mescolanza è perfetta. Vi è malattia quando uno di questi umori, in troppo piccola o in troppo grande quantità, si isola nel corpo invece di rimanere mescolato a tutti gli altri”. Polibio (Cos, ca. 410 a.C.), Sulla natura dell’uomo

I
La mano sinistra prova coi polpastrelli la grana
fine della pelle che ricopre la destra percorre i segni
blu delle vene si rappresenta i pori come squame
imbricate del tempo ormai in fuga da tant’anni
una luce opalescente ritarda le cose ungendole di
bianco lattescente – poste di là – senza più urgenza
ristanno sul limitare della stanza cautamente attente
e in attesa che finisca una tregua sempre contesa
dieci dita – cinque per ogni mano, poi due palmi e
come decoro poste sopra dieci scaglie d’unghie come di
luna – tutto qui – senza trascurare all’estremo più
in basso dieci dita aggrappate alle piante dei piedi
nel mezzo tra l’uno e l’altro termine territori
dimenticati – province lontane alcune contrade
addomesticate tra regioni aliene e avverso
un deserto di memorie impastate d’acqua e di terra –
ne conserva il ricordo la pelle come ustionata
non la lingua che si tace mozzata – io – questa
inquieta sillaba risuona cava all’orecchio che si fa
sordo come già avviene per l’occhio servo miserevole
d’inganni seducenti – io – ridicolo proporsi tra fenomeni
elementi ed eventi quale che sia la nostra ontologia – se pur v’ è –
a un fiato l’apparento a un ciglio caduto per accidente e sospeso
su precarie sporgenze – qui mette radici e si gonfia
d’umori come pensieri che si raccontano misteri oscuri
enigmi divini – l’io che cresce strato su strato come una
roccia sedimentaria per accumulo di materia cerebrale
di fantasie e sogni inconcludenti – l’io che smanioso si
dà statuti e norme e come un demente s’impicca alla corda
che non vede – l’io ch’è fuoco e acqua terra e aria –
e ora l’un lo tira e l’altra preme.
II ACQUA
D’acqua le fluide movenze d’acqua e acque che
discendono dal corpo mutevole variabile costanza
qui sono – così illusoria – parvenza o forse no
ci deve pur essere da qualche parte un senso
non dico un significato se le brume occupano gli
strati bassi vicino al lago ma indizi tracce che vi portino
a me – acqua allaga i quartieri del cuore – acqua per rivoli
per fossi e strapiombi per orridi e valloni all’interno
del brevilineo antro che dico mio sembiante – acqua che
bagna inzuppa i neuroni a far scintille – cortocircuito
che brucia d’un subito e poi sopito ristà quieto
d’ebete

poi talvolta acqua di furia e furore nella smania
di chissà quali sommovimenti detta dentro la rabbia attorta
di fiumare deliranti nel letto abraso scorticato e la furia
come belva che rimbalza e s’attorce in un’oscena parodia
di morte ma è sempre acqua che dirupa e infradicia –
nervi e muscoli ammollati da un urgenza che fiacca
le reni – terre che la piena ha reso deserte desolate questo
l’agone dove in agonia mi perdo del tempo che illuso
si parte in ore e giorni – solo perché l’orologio a muro –
ma è acqua che in orgoglioso recesso ribolle e s’accende
tracima dall’orlo degli occhi percorre le vie che marcano
le linee che mi fanno immagine ma non più visibile come
evaporata

d’acqua poi l’immobile starsi come in uno stagno acqua
fetida dei giorni accidiosi – si posa dilaga per inerzia –
riempie buchi del naso pertugi della scorza che mi copre
ogni piega anfratto ruga n’è colmato e occluso – acqua che
corrompe e disgrega – i lineamenti e le fattezze – d’acqua
ferma anche morire.

III ARIA
Aria pompano i mantici dei miei polmoni aria
inspiro espiro sollevando le coppe dei seni ritmo
blues o forse altro ma certo così malinconico e sibili
dalle feritoie come in guerra e chi potrà mai dire
che non è una guerra dove s’affaticano i fanti e
pori come bocche affamate ingoiano come fosse l’ultimo
refolo d’aria – disgraziati – tutti sì bene allineati con
un pennacchio in testa – ho provato quella volta –
a trattenere il respiro finché un rombo m’ha rotto
i timpani e aperto le valvole di sfiato – come una
vecchia locomotiva a vapore

ubriaca sì anche a volte ubriaca se lascio che mi entri
dentro e mi percorra strada dai mille sentieri e le svolte
improvvise e gli inciampi ma aria sempre poi divenire solo
alito e finire ma – temo la putredine di quando ostinata e
tenace esala come fiato che s’adagia e svapora e m’attossica
malanconia – in lunghi drappi neri quale acquerugiola
sulla mia pelle fredda stende la ghiaccia d’un fiato che sa
di morte e mi ferisce quell’ostile silenzio di deserto
inerte e inospitale – aria ferma che m’ottunde i sensi
come un fiato corrotto povero d’ossigeno – ogni apertura
pertugio crepa o fenditura oppressa e soffocata

aria – come un pesce nell’acqua – mi cinge alfine sorella
nera mia follia
IV FUOCO
Bruciano soli di ieri e di oggi soli di brace arroventata bruciano
ferite a cielo aperto come incisioni da bisturi o carni dilaniate da
belva indomita e selvaggia – fuoco liquido percorre cavità segrete
appartate clandestino come sangue mestruale nella confidenza
dei giorni indecifrabile – fuoco fuoco – che cova in recessi taciuti
nella dissimulazione di giorni sempre uguali ma – avviene poi che
preme e incalza magma cocente e tormentoso in condotti bui –
budelli incogniti e forestieri – e non v’è modo che veda la luce
appena sotto la pelle rovente addenta muscoli e nervi – pervicace
nell’ossuta sequela degli anni

Fuoco rosso-sangue lungo le arterie fluisce inesorabile nella conta
dei giorni se canuti sortiscono scarnificate immagini di resa torva e
accigliata – fiume di fuoco che lascia traccia di bruciato che
m’attossica e mi perde ma – più spesso fuoco predone che s’acquatta
nell’imo fondo come larva – fantasima che si fa dimenticare – e
l’anima rimpannucciata furioso fuoco serra e stringe nell’angolo
per l’assalto finale – non c’è scampo – fuoco rapido quasi indolore
così forte e brutale – solo cenere bianca pura immacolata
V TERRA
Fatta di terra spessa e greve – terra bruna grossolana –
dozzinale materia prima non certo giacimento di cristalli
di rocca diamanti nemmeno terreno ordinario e più spesso
di riporto – nella bocca la bocca stessa e la china delle reni
terra che l’acqua intride con dita aspre avventate – pane
azzimo pentecostale –

terra desertificata per lunghi anni d’assenza – né preci
né ragioni nutrirono speme o disianza d’amore – terra già
polvere cipria sterile di mondi siderali dove risuona il
silenzio ma – sempre terra nella memoria sabbiata di uadi
traccia labile di remota stagione fiorita – ma quale –

sabbia – non più terra – che trascorre confusa rena senza
forma o talvolta occasionale per un soffio di vento per un’
orma accidentale oh terra di terra siamo fatti scabrosa inetta
terra cruda depredata spoglia di sogni – ci fu un tempo quel
tempo che fui terra inesausta per scommessa o forse onore
di giovinezza – ora terra di torba annegata nel pozzo.

Da Trama e Ordito, Manni Editore 2007