Le origini del viaggio

A tratti piove sopra lo struscio cittadino
nelle provincia di confine a est dell’Europa,
e palpi nell’ aria la mestizia delle donne
accovacciate sui gradini,l’abbandono dei vecchi
appisolati accanto alle catene delle scarne vacche
al pascolo su terreni rasati dalle capre
e dai cavalli dalle zampe impastoiate,
nella domenica la strada si distende piana
tra le querce , e sotto nuvole alla Constable
s’allarga una pianura dove l’occhio annega,
fluttua dentro lo spazio e poi fonde l’infinito
con lo sfarzo dei girasoli che sfumano
nel grigio perla dell’orizzonte basso.

Il perdurare

La sofferenza allucinata dentro gli occhi
ci fu compagna ai giorni di cammino
sorretti dal desiderio d’approdare
entro i primi confini d’occidente
sulla barca c’era spazio in piedi, i corpi
tumefatti, assetati, rotti di piaghe
infette sui nostri stracci intrisi di sudore
amaro il destino a chi scomparve, muto
quel padre che vide annegare i figli, ogni respiro
è ancora un dolore più grande del ricordo.

il ritorno

Ora abbiamo contenitori con le rotelle
ma ad ogni viaggio il peso aumenta
e non c’è più il facchino con la placca
d’ottone sulla giacchetta di rigatino blu,
ed a volte ti prende un po’ di depressione
perché il tuo bagaglio è ingombrante,
forse si dovrebbe portare solo l’essenziale

– ad un certa età tutto diventa indispensabile –

e c’è sempre qualcuno che sottovoce dice
“… e se fa freddo ? ” e tu rispondi tristemente
” freddo ?…..più che in questo paese ?”