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Silenzio. Il silenzio era ovunque come se ogni creatura avesse perso vita.
Anche la porta non cigolava, né sbatteva contro lo stipite sospinta dalle forti mani di Massimo, e il vento carezzava le foglie senza fruscio, il merlo si levò dal ramo silente come un agguato di predatori.
Ed era già sera.
Era un silenzio cattivo, che accendeva le luci in case senza parole, senza un messaggio di presenza di acciottolio dei piatti, di musica ferrigna dei coper-chi, di scroscio dell’acqua a lavare la verdura e la frutta. Senza voci di spiker e sarabande di cartoni animati.
Un silenzio di morte presenze. Marta scosse il capo più volte come per cac-ciare un fastidio. Lei conosceva il silenzio, anzi i silenzi.
C’erano i silenzi estivi nelle radure di collina, frantumati da un ronzio d’ali d’insetto, c’erano i silenzi marini di novembre inoltrato che odoravano di bur-rasca e di salso e si nutrivano dello sciacquio delle onde; c’erano i silenzi del-la calura pomeridiana di luglio, esasperati dal frinìo delle cicale, e c’erano i silenzi di Massimo chiuso ad ogni sollecitazione esterna, addormentato o in catatonica veglia e lei che restava in attesa e poi parlava e il muro diventava una muraglia di silenzio. Quello era già un silenzio cattivo, come quando , bambina , aspettava una lode della madre che invece neppure la guardava e le girava la schiena.
Plac. Il silenzio si ruppe e l’uovo la guardò dal piatto senza espressione. Plac. Ne ruppe un altro e poi ossessivamente un altro ancora e ancora e ancora… Non ci furono più uova da rompere nei contenitori.
Il silenziò tornò ad ovattarle la mente.
Fu allora che Marta urlò. Fu un urlo lungo, di bestia ferita e prigioniera , e ur-lò e urlò.
Massimo la scosse per le spalle: – che urli? che hai? sei diventata matta?
E sbucarono dalla loro stanza Francesca e Lele : – Mamma, ma che c’è? Non si può mai restare un po’ in pace qui… Finiscila.-
Marta continuò ad urlare e a urlare e Massimo tornò a scuoterla come un fu-scello e i figli la guardarono come un’estranea strana, che metteva un po’ paura .
– Ma che cosa hai? Vuoi finirla… Bastaaaa!- Massimo era autoritario e impo-sitivo.
-Il silenzio- singultò Marta, – Non sentite quanto silenzio!. Sono piena di si-lenzio, sono sotto una campana senza batacchio. Ecco, sentite, morde, il si-lenzio mi morde. Aiutoooo , mi fa male…. Aaahh.
-Lele chiama il 118 . Questa è andata di testa. – Tono autoritario di Massimo che intanto le imprigionò le braccia dietro la schiena e le rovesciò all’indietro la testa, premendo sul collo e poi tenendola per i capelli.
Francesca tornò nella sua stanza e Lele, dopo avere velocemente telefonato, sorvegliava la madre che mugolava soltanto perché il padre con una mano le premeva la bocca.
Un tempo infinitamente lungo passò prima che arrivasse l’ambulanza. Lele s’era stancato di restare a guardare ed era tornato a giocare alla consolle del suo video game.
Gli infermieri domandarono poco : che cosa era successo, quante volte era già capitato. se avesse dato prima segni di instabilità. Mai – fu la secca risposta- è sempre stata tranquilla e buona . Una brava moglie.
Un infermiere armeggiò con siringa e fiale, poi con decisone pianto l’ago nel braccio di Marta, da sopra i vestititi.
Marta non sentì nulla, solo che i piedi d’un tratto non la sorreggevano.
All’ospedale fu diagnosticata come schizofrenica.
Marta vedeva le figure che le si muovevano intorno ma non sentiva nessun rumore, nessuna voce. Silenzio ancora. Silenzio sempre.
Silenzio di corsie dove c’era chi stava ore appoggiato alla finestra, e di chi stava rannicchiato in posizione fetale per giorni e altri ancora che gemevano. In silenzio. Vedeva piegarsi le labbra , storcersi la bocca, una corsa di acqua lucida sulle guance … in silenzio.
Lei vide che le rivolgevano la parola, pazienti, medici e infermieri. Avevano camici bianchi, molti portavano occhiali e stringevano una cartelletta sulla quale annotavano mali, malori, medicine, mai guarigioni. le facevano doman-de, cercavano i suoi occhi. Lei non sentiva nella sua cuccia di silenzio. Riu-sciva a dire: – Il silenzio… dappertutto il silenzio – e tornava ad urlare, così aumentavano le pillole da ingoiare ma non ci furono pillole e iniezioni a trarla alla voce. Come un tuorlo dentro l’albume dentro il guscio, dentro il conteni-tore…
Si era solo chetata. Stava silente, con gli occhi sbarrati, ubbidiente mangiava, ubbidiente si lavava. Niente d’altro, non più una parola, un terrore.
Massimo venne a trovarla un paio di volte. La guardò severamente- le aveva giocato un brutto tiro- e infatti le disse:- Sai che confusione in casa? I ragazzi non fanno niente, solo casino e io non sono capace di tenere in ordine la casa , di fare la spesa, di far da mangiare. Per ora viene la Rosina, ma non so quanto potrò durare a pagarla. Quando ti decidi di parlare? Qui mi hanno detto che ti curano , allora sbrigati, a casa c’è bisogno di te. E’ finita la pace. Sbrigati.
Marta si era adattata a quel silenzio, lì era disarmato, non le faceva più paura.
Si affidava agli infermieri: pensassero loro a lei.
Una mattina la rivestirono, le fecero la valigia e la condussero fino all’ambulanza che lasciò le strade di città per addentrarsi nell’estrema perife-ria, già con i campi in vista.
CASA FAMIGLIA
PER MALATI PSICHIATRICI
era scritto sulla targa di ottone di una grande casa, accuratamente recintata con sbarrette di ferro verniciato e con un ampio cancello ad apertura automa-tica.
Sulla soglia una ragazza bruna, spettinata e smunta la guardò con interesse; quando le passò davanti le disse rabbiosa:- tu non sei mia madre.-
Marta capì anche se non udì nulla.
Le assegnarono una stanza con una donna anziana che pure lei non parlava ma piangeva spesso, senza singhiozzare.
Alla mattina le facevano un’iniezione e dopo la colazione in sala da pranzo doveva prendere altre due pillole. Nell’arco della giornata contò che le veni-vano somministrate sei pillole diverse. Bianche, rosa , azzurrine. Poi gocce in poca acqua nel bicchiere. Lei ingoiava, beveva e taceva.
Se ne stava la gran parte del giorno seduta su una poltroncina e non reagiva a nessun stimolo, non aveva curiosità.
Presero a rimproverarla, lo capì dalle espressioni dei volti.
Allora si mise anche lei a piegare carta per farne fiori, a modellare pongo, a cucine perline su strisce di stoffa. In silenzio.
Vide i dottori confabulare, immaginò sulla sua renitenza ai farmaci, però era buona, non dava fastidio.
Un giorno anche lì venne Massimo, la osservò per qualche istante , poi scosse la testa:- sei una causa persa.
Se ne andò e non tornò mai più. Lei sentiva lo scorrere del tempo nella debo-lezza delle gambe e delle braccia, nei capelli che ora avevano fili bianchi, nel datario appeso nella sala ricreazione che mutava giorno, mese, anno.
Anche la ragazza era ancora “ospite”. La avvicinò e la osservò minuziosa-mente: come camminava, le pieghe amare della bocca, le ciglia ancora lun-ghe, i capelli che incanutivano, le mani spesso inerti sul grembo, lo sguardo perduto in un territorio ignoto.
Cominciò a sedersi accanto a lei a pranzo e a cena.
Capitò che fece scoppiare una rissa perché un altro ospite le si era seduto ac-canto a pranzo e lei doveva dunque cedere quel posto così poco ambito ma che diventò in quel momento un territorio da rivendicare.
Finì che la ragazza si alzava presto al mattino per occuparlo fin dalla colazio-ne e quindi guadagnarsi il diritto per prelazione.
La donna anziana si ammalò, fu trasferita e non se ne vide più l’ombra. Il suo posto in camera fu preso dalla ragazza con uno dei suoi violenti attacchi d’ira.
Prese a parlarle.
– Mi chiamo Elisa, dicono che sono ciclotimica. Spesso m’incazzo, altret-tanto spesso non mi frega di niente.
Per quel giorno non disse altro. I giorni seguenti aggiungeva sempre una nuo-va informazione personale: sua madre l’aveva abbandonata quando aveva quattro anni….. il babbo si era unito con una donna che non l’aveva voluta e quindi era finita in un collegio …. le monache del collegio non la toccavano mai con una carezza, solo con violenti schiaffi “ per raddrizzarla” diceva-no…. era fuggita dal collegio tre volte, la prima volta era riuscita a tornare a casa e suo padre l’aveva subito riportata indietro… lei aveva fatto in tempo a vedere una bella culla in soggiorno…. una culla, un bambino… un’altra volta era andata a casaccio per le strade, era salita su autobus che non sapeva dove andassero e se la gente le chiedeva da chi andava rispondeva – da zia Cle-lia…. l’avevano ripresa dei vigili mentre si aggirava intorno ad un capoline-a… doveva aver fatto la spia un signore che la fissava voglioso e che le aveva offerto delle caramelle che lei non aveva voluto…. si divincolò senza succes-so stretta fra le braccia di un vigile che dalla caserma poi la riportò in colle-gio…. la terza volta era più grande, più furba… aveva cercato una stazione ferroviaria, si era aggregata ad una famiglia , poi per non farsi beccare senza biglietto aveva fatto il tragitto quasi tutto nella toilette.
Era arrivata in una grande stazione, con la cupola, e ampie strade … la città, famosa, molto bella. …un ragazzo l’aveva avvicinata, era gentile, le aveva of-ferto un panino , lei aveva chiesto altro pane , solo pane e dell’acqua. Era sta-ta accontentata e poi l’aveva portata a visitare una chiesa bellissima e poi.. l’aveva portata in un parco, per riposare…. qui aveva tentato di baciarla e lei gli aveva morso a sangue un orecchio e l’aveva graffiato con forza sul viso… i poliziotti l’avevano trovata due ore dopo, mentre dormicchiava su una pan-china dello stesso parco, sfinita. Erano accompagnati dal ragazzo con un grande cerotto sull’orecchio e strisce di mercurio rosso sul volto , mercurio cromo, per disinfettarlo… sembrava dipinto come un indiano che andasse in guerra…..che coraggio l’animale… aveva preso a calci i due poliziotti e ten-tato di graffiare anche loro …. dopo qualche giorno d’ospedale … le assisten-ti sociali, il giudice per i minori, la diagnosi…. , ciclotimica, pericolosa agli altri, l’avevano portata lì e quasi rimbambita di pillole…. ma adesso faceva la buona… però se stava sempre calma temeva la lasciassero andare via, era maggiorenne , ma lei non aveva un posto dove andare, non sapeva fare nien-te…
Tutto questo aveva impiegato tre settimane a venir fuori.
Ora la ragazza le carezzava i capelli, le buttava nello sciacquone le pillole, a volte s’accucciava nel suo letto dopo aver controllato che gli infermieri dor-missero.
Un giorno le chiese. “ Vuoi essere la mia mamma?”
Marta sentì distintamente la domanda ma non sapeva se doveva risponderle con le parole. Con il capo annuì.
Elisa la abbracciò. Marta imparò a fidarsi di lei come Elisa si era fidata di lei.
Marta parlò, sottovoce. Solo con la figlia.
L’uovo di silenzio si era rotto ,….ma adesso? Che fare? Dove andare?
Due foglie in un cielo vuoto erano, neppure cadere potevano, si erano appena rialzate.
Ci penserò..- si disse Marta.
Ci penseremo..- disse Elisa.
Narda Fattori