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Nemes Nagy Ágnes: tre poesie (traduzione di Davide Castiglione)

Nemes Nagy Ágnes (1922-1991) è stata una delle maggiori poetesse ungheresi del Novecento, nonché notevole traduttrice, dal tedesco (Brecht) ma soprattutto dal francese (Racine, Corneille, Hugo, Molière). Una (forse l’unica) selezione di sue poesie tradotte in italiano è Solstizio (Empiria, 1988, trad. di Marinka Dallos e Jole Tognelli), che credo però essere ormai di difficile reperibilità. Le prime due versioni sono pubblicate anche sul mio sito (www.castiglionedav.altervista.org), l’ultima invece è un inedito.

Jég

 

Belémfagy lassan a világ,

mint téli tóba nádbugák

kis torlaszokban ott ragad

egy kép, egy ág, egy égdarab

ha hinnék Benned, hallgatag

széttárnád meleg tenyered,

s az két kis napként sütne fönn

a tél felett, a tó felett

hasadna jég, mozdulna hab

s a tárgyak felszökellve mind

csillognának, mint a halak

***

Hasonlat

Aki evezett kezdődő viharban,

képtelenül feszítve kvadricepszét

a lábtámasz szikláját tolva el,

s akinek akkor súlytalan maradt

váratlanul a jobbkeze, mivel

repedt nyélről a lapát hátracsuklott,

és aki akkor megbiccent egész

testében –

az tudja, amit én.

 

***

A formátlan

A formátlan, a véghetetlen

Belepusztulok, míg mondatomat

a végtelenből elrekesztem

Homokkal egy vödörnyi óceánt

kerítek el a semmi ellen

Ez a viszonylagos öröklét,

ép ésszel elviselhetetlen

 

Ghiaccio

 

Gela in me il mondo pian piano,

come i fiori di canna d’inverno sul lago,

là nelle piccole barricate si attacca

un ramo, un pezzo di cielo, un quadro –

se credessi in Te, apriresti silenziosa

i tuoi tiepidi palmi e splenderebbero

come due piccoli soli lassù in alto

sopra l’inverno, sopra il lago,

si fenderebbe il ghiaccio, la schiuma

si agiterebbe e gli oggetti, guizzando,

luccicherebbero sempre, come i pesci.

***

Paragone

Chi remò nella tempesta imminente

e gonfiò, incapace, i quadricipiti,

spingendo il macigno del puntapiedi,

con la mano rimasta in quel momento

senza peso all’improvviso, per cui

dall’impugnatura il remo franto

scivolò via all’indietro,

e chi in quel momento fa un cenno

con tutto il corpo –

quel che so io, è quel che sa lui.

 

***

L’informe

L’informe, il senza fine.

Ne muoio, da quando ho cintato

il mio dire dall’infinito.

Con secchiate di sabbia recingo

un oceano contro il niente.

È questa l’eternità relativa,

a mente sana insopportabile.

 


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