Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, al Premio Metauro, al Premio Minturnae e vincitore del Premio Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti pubblicazioni: “Il silenzio del cuore” (1985), “La lunga notte” (1987, Premio Giovani Città di Palermo), “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano), “L’oceano e altri giorni (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano e Ultima Frontiera e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si svolge in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale dal 2007 propone principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011). 

 

Dal poema “nuovomondo” di Tomaso Pieragnolo, Passigli Editori, 2010.

 

Nota al libro:

 

In un cerchio temporale e interiore continuamente aperto e concluso che comprende in sé creazione e distruzione, stratificate pulsioni di un mondo quanto mai reale e al contempo illusorio, il viaggio di ogni singolo essere verso l’inconosciuto confluisce nel flusso eracliteo di un’umanità vitale, errante, sempre più spesso incerta e confusa da esponenziali stimoli e vacui valori. Questo breve quanto intenso poema restituisce la visione di un luogo urgente e necessario, la consapevolezza che in questa epoca contraddittoria e cruciale solo l’Amore nel suo senso più ampio e terreno possa condurci verso un ‘nuovomondo’.

 

 

 

pagina 14

 

Forse il primo uomo e la prima donna

di colpo due colombe nella fitta

orditura, due strappi nella ripetizione

del castigo, scalzi appena eretti allo sbaraglio

della precaria luce immaginano

precipui un luogo futuro, bestiali

e spaventati ancora da improvvise

estinzioni e pazze circolazioni

di stormi, metalli e distanze;

così nudi addiacciano in strapiombi di gole

indurite e nel prodigo divenire

in frammento, mentre un bilico rapido

d’urgenze minaccia la disgregata

moltitudine e un perenne vento verde

colma franate frontiere e nascite

continuamente offerte. Caparbiamente

avanzano fra tutte le cose prescelti

con fortunale criterio, erranti giorno

dopo giorno e sopravvissuti al possente

stallo innescano l’impronta numerosa

che l’aperta asprezza muta, il corpo scricchiolante

contro l’ora e l’ereditato disordine,

bruciando ancora la netta cicatrice

che il giorno definisce in precipitosi

vertici. Ma gioioso è il creato nei suoi

molteplici fermenti, dilunga lingue mute

e selve commoventi.

 

 

 

pagina 15

 

Ma dimmi che cosa abbandona

cedendo l’ultima frontiera

l’itinerante nell’orma dei suoi piedi,

ogni momento sconvolto nella sua precedente

metà e la timorosa sopravvivenza

di ogni giorno come una memoria appena

afferrata nell’aria; un corpo conteso

e masticato dal grugno ritorto

del mare, sputato con resti

di zattera dalla plumbea gola dell’acqua,

sollevato cento volte con schiaffo

fragoroso nel saldo legame del sale,

riparato infine in mutevoli geografie

con verbo scardinato e scomposte ossa.

E nel culmine di fiumi respinti,

di scosse selve demolite, di un’orbita

che consueta frana riluttando uomo

e roccia, si decima il costante esodo,

l’orma plantare rimossa dall’urlo

del vento, il delirio culminante

sulla pietra che giunge ogni notte

macchiata dal siero di nuove estinzioni.

Ma sempre torna la luce come un lido e l’ombra

come una palpebra verde continua

a fermentare colori e reca labile

la pioggia i suoi celesti crini;

nell’interezza cresce il tempo e sogna

il recente popolo che la vita

non si smarrisce.

 

 

 

pagina 33

 

Scalzante è il passo, il muro appena

levato già rantola a valle e scoppia

la nuova falla sopra l’ultimo rattoppo;

incolume al bene, impermeabile

alla fortuna che cieca ti cerca

per evitarti, non c’è confine sufficiente

che contenga questo vagolare in terra

d’altri che non è più rotonda

ma sale verticale e dura

senza appiglio, perché possa concludersi

il giorno in mani escoriate e inutilmente

appese alla punta. Ma nella mancanza

dove solo prolifica il dolo sarà

così nascente la nuova coscienza

come ruga nell’occhio accecato da troppo

rapido appagamento, perché senza

fondare il fondo crolla il maestro

edificio e così la sorte di nascere

in buoni tempi allevati sulle macerie

del perdente e poco dopo sulla fame

dell’infante, ingurgitando tutto

nel sovrappeso di dolenti generazioni

senza più occhi che per il breve orto

e l’appagato interruttore.

 

 

 

pagina 43

 

Ma è questo l’ultimo uomo o il primo

se con deteriori forme e ripartito

errore disarticola il futuro in sboccato

rumore e permanente gorgo che precario

rende l’idioma e urgente, recando

intransigente miseria che dura

comprime e senza rotta l’ultima

palpitante stella nel vuoto che balza

eccessivo devolvendo il proprio declino;

e un minimo dubito può nascere

e nascosto, alla vista inabitato

affacciarsi, andando in cerca d’ombra essere

fronda, perché imbizzarrita appare la vita

e a volte precaria scalciando striglia

l’uomo che giace inerte nel suo orgoglio.

Cerca terra per un nuovo legno o solo

il possesso di un successivo

giorno, il luogo dove nessuno uccise

la colomba o errando d’incatenare

la programmata sventura con perseveranza

sterminata, perché l’uomo sia terrestre,

terrestre l’avvenire e una memoria

che non si offuschi, perché un giorno possa

nascere in origine dell’amore

contro stridi di smodato rumore, inetta

sovranità e abulica crescita

di sola materia che per se stessa

prova compassione e rimedio.

 

 

 

pagina 50

 

E che nelle tue mani io senta stridere

il bosco, la stilla costante che appura

come un astro la crescita del movente,

l’odore che notturno arrampica d’invisibili

linfe, o il rigurgito dell’ape sulla lingua;

e un mattino di recente autunno siano

i tuoi baci lungamente attesi per notti

di solo una immobile stella, stordisca così

il mio grido contro il minerale del cielo

e precisati in questa folle rocca senza

sentinelle sull’albero cieche giungano

le vivenze ai tuoi piedi, donna

dolce la tua testa mi sfoglia il petto

come un’iride caduta al fondo, descrivi

petali con la tua saliva ed è

un paese intero l’amore, è un indugio

attraverso il tempo, possiamo

tornare ad essere i primi con solo

un pudico abbraccio se percorrendo

il parallelo incolume un bilico riduce

la nostra distanza, così io avrei

più mani per toccarti, dita

per raccoglierti, braccia per accoglierti

e nomi per destarti, potremmo essere

dove i pesci lisciano via, raggiante mia,

salto di gioia se tu mi distrai,

come una sete mi abbevero a questa

sola stilla che non si stacca, considera

le mie parole come un dono e fanne

un fascio di rami verdi ancora, affinché

dal mio sonno io veda accomiatarsi gli inganni.

 

 

 

pagina 60

 

Ma stride un rifiuto e snida luoghi

abbandonati, stringe nelle sue secche

mani contro la crudezza solo

una rosa che dissuona fin qui e l’equivoco

verbo a tutti sbraita con disabile

idioma, rivolge il suo costante

rovescio e in quantità trasparsa replica

al giorno una forma d’oblio che non termina,

uno stesso finale, la millesima

mostra di vana forza che divide

il colore, divarica il mese, istiga

il nesso e volge promesse; forse è il declino

di molti secoli, o l’arresa permanenza

nel senno di limiti e nella terra,

le età diversamente accumulate

in necessarie metà che sole

non s’aprono ed errando cercano

il disperso tatto. Ma è nello scoppio

rapido d’un seme la fronte del nitido

giorno, il frutto di fallibile

specie o forse solo il luogo che per te

voglio eternamente conservare.

 

pagina 62

 

Perché ero al tuo corpo destinato

come il nascituro alla stella più

lontana congiunta solo nel momento,

ero ai tuoi fianchi fusi aderente come

la nebbia al tronco dilatato e alle tue nari

una densa umidità d’un tratto inalata e forse

per questo non sono nell’esistere

incappato senza camminare, ho potuto

oltre vedere ciò che il tuo naso deciso

additava, più in là della rumorosa

terra e di dimore cumulate senza lemma,

per essere nuovamente un uomo e una donna

nella solitudine riconciliati,

spogliati con tutto ciò che vuole

sussistere e l’abbondanza disertare

del vecchio Dio senza nuovi frutti e da tanti

malanni giungere per una volta

all’inizio della vita.

 

 

 

pagina 63

 

Perché all’inizio della vita tende

ogni buona cosa, il fugato dubbio

o il decente perdono che l’ottusa

insistenza attanaglia, la madre verde

di rugiada estenuata e fresca

di nubi e di recenti piogge

che il suo nuziale attende perigliosa

ancora incerta tra l’amore e l’odio;

è il millesimato astro che non può

esistere nemmeno un’ora staccato

dal suo eccesso, affinché ogni stilla viva

per sempre attratta da due roghi e della luce

l’esatto alternarsi, perché sia possibile

in vece amarsi e più non sapere

se qui comincia davvero un nuovomondo

o se ciechi viviamo la fine del tempo.