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Luisa Laudonio, in arte Susy Melbourne, è una giovane studentessa dell’Istituto Tecnico commerciale con Liceo Scientifico Tecnologico “G. PEZZULLO” di Cosenza. Età 15 anni, appena compiuti. Ha iniziato a scrivere il suo romanzo all’età di 13 anni e in un anno lo ha completato. E non è tutto: l’autrice ne ha già uno quasi finito – più o meno la prosecuzione del primo – e un altro in mente che dovrebbe rientrare nella categoria del giallo/horror/thriller a lei molto cara (è una grande estimatrice di Stephen King).

Si discuteva di recente con un dirigente scolastico della mia città se questo tipo di narrazione, questa storia dialogata, a volte sdolcinata, altre volte ancora un po’ paradossale e ancora altre volte vagamente erotica possa definirsi o meno un “prodotto letterario”. Questo perché, da curatrice del libro di Susy e della collana cui appartiene, ne sto promuovendo lettura e diffusione non solo tra i giovanissimi – cui mi pare piaccia molto – ma anche fra gli adulti, che nella storia sono messi un po’ in disparte, sullo sfondo, quasi come se da loro ci fosse da aspettarsi poco o niente.

Per il dirigente in questione il libro non lo è. Un prodotto letterario, intendo. È solo una maniera che hanno i giovani di oggi di parlare, di raccontare in dialoghi, sms, telefonate e altro del genere un quotidiano che appare stereotipato e omologato. Sarebbe quasi anti-culturale quindi diffonderlo fra i giovani, come se così facendo noi adulti li pilotassimo verso questa performance esistenziale. Più o meno. Francamente prendo le distanze da questa tipologia di Pensiero, che tuttavia rispetto ma non mi rappresenta.

Cosa necessita a un libro per essere un prodotto letterario? Cito le parole di Manuela Romanelli, la relatrice che lo ha presentato in anteprima, la scorsa estate, alla Mediateca Comunale “A. Tieri” di Soveria Mannelli. “È un romanzo a tutti gli effetti. C’è una trama, un percorso, una coerenza logica nello svolgimento delle azioni e dei pensieri. […] I protagonisti, che sono due ragazzi – un lui e una lei – e che si innamorano lentamente uno dell’altra, sono abbastanza caratterizzati, forse soprattutto lei, e questo potrebbe fare pensare anche a una sorta di immedesimazione. Alcuni passaggi sono poetici, quasi il canto di una giovane anima che si sta affacciando alla vita e all’amore. Altri, molti di più, sono invece dialoghi e forse per questo il libro è stato definito dalla curatrice cinematografico”.

In effetti il raccontare procede per dialoghi, che sono prevalenti, ma non mancano i pensieri, le riflessioni, gli stati d’animo, il senso di attesa e tutto quanto può agevolare nel giovane lettore un coinvolgimento immediato che, lungi dall’ essere a mio avviso piatta omologazione, è invece una necessaria e sorridente empatia, una condivisione condiscendente che crea un legame quasi affettivo fra autrice e giovane utenza, spingendo addirittura al desiderio di poter leggere al più presto un seguito della storia, che viene vissuta come propria.

La trama è semplice, scorrevole, apparentemente banale. Ma sempre con occhio vigile all’ottica da cui lo si misura e con cui se ne misura la consistenza.

Quel che viene narrata è l’adolescenza, in tutte le sue forme possibili, di cui alcune sono consapevoli in chi scrive – l’innamoramento, la voglia di sognare, il bisogno che esista quel per sempre tanto agognato, la gelosia, la rivalità tra amiche, la necessità di imporsi nel gruppo o di non farsi prevaricare – e altre invece inconsapevoli, e quindi bisognose di ricerca, di scavo quasi: tra queste la malinconica paura del domani che attanaglia tanti ragazzi oggi, e il bisogno supremo dell’approvazione dell’adulto che, sapientemente mascherato in vario modo, occultato a tratti, messo fuori scena con piccoli stratagemmi narrativi (viaggi per lavoro, ad esempio), in realtà è là, esiste, c’è, ci deve essere, e necessita più che mai per la crescita del giovane, gettato in una vita precaria e complicata.

La lettura del romanzo di Susy quindi non può che avere almeno due chiavi: una per i ragazzi suoi coetanei, che lo leggeranno come trascinati essi stessi nella storia, e una per gli adulti che indosseranno per un attimo i panni adolescenti o addirittura si spingeranno verso l’appropriazione di un ruolo cui troppo spesso si abdica, cercando di andare oltre le righe, oltre il paradosso fantasioso, oltre persino le ingenuità che la mente pensante di una ragazzina senza maschera ha disseminato qua e là. Saranno proprio tali ingenuità a generare un sorriso di rassicurante tenerezza.

La storia di Carmen e Michael si snoda attraverso vari luoghi, da quelli chiusi come la casa di lei o dell’amica, a quelli aperti, come la discoteca, la spiaggia, il parco, la scuola. Risse verbali, frasi d’amore, proclamazioni di eterna amicizia, sfide, arroganza, paura… Luoghi non solo fisici e, citando ancora la Romanelli, “ci sono invece i luoghi dell’anima: la paura di perdere quel che si ama, la voglia di rendere eterno l’amore, la gelosia furiosa e devastante, la nostalgia e il dolore. Anche quello è presente e devo dire che viene dipinto, anche se fugacemente, con tratti marcati e potenti, fino a destare commozione e soprattutto partecipazione emotiva allo stato d’animo che lo ha provocato”.

«Ripercorro lo stesso vialetto su cui  abbiamo camminato, sulla sponda del lago e noto una strana pietra a terra: è a forma di cuore e sopra v’è inciso un nome Carmen… il mio. La giro e trovo su scritta la data di quel magico giorno. Sono sicura che è stato Michael. Mi dirigo verso la panchina dove siamo stati assieme stretti stretti, la sfioro e poi mi ci siedo di sopra, facendomi spettinare i capelli dal vento. Vedo me e lui quattro mesi fa, abbracciati e uniti da un bacio. Le lacrime scendono una dopo l’altra, e non riesco più a fermarle; scappo da quel posto e corro verso casa.»

Il tempo della narrazione invece è tutto lì, in quel mucchio di mesi in cui, passo dopo passo, l’autrice narra e si narra. Luisa/Susy/Carmen, in un percorso esistenziale, autobiografico per sua stessa ammissione, è una e trina, forse perché a quest’età, come ben ci ha insegnato la grande Emily Dickinson, il travestimento è quasi un amico, un fratello, una fuga, una corsa, una speranza, un bisogno di durare, nella certezza della fede cieca che solo a questa età può essere tale. Il bisogno di affidarsi alla bellezza di amare e di respirare, e di amare le stelle, e di amare l’amore e di amare anche il dolore, quando è stato pausa angosciante e preparatoria  di un domani  più accattivante.

«Stanotte, prima di lasciarmi portar via dai sogni, mi affaccerò alla finestra e ti manderò un bacio sulle ali del vento, guardando le stelle che brillano come il mio amore per te… So che tu lo sentirai perché in quel preciso istante un brivido ti accarezzerà le labbra, ti volterai senza vedermi, ma io sarò lì, sempre con lo sguardo rivolto al cielo, guarderò la luna e non le dirò di illuminare il tuo cammino quando saremo lontani, ma semplicemente le chiederò di riflettere la mia luce piena d’amore lì al tuo fianco, affinché tu possa andare avanti grazie al mio amore.»

Grazie, Susy, per avermi permesso di leggere un frammento della tua anima.

Anna Maria Fabiano

 http://www.ferrarieditore.it/scheda_libro.php?id=71

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