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2001

Una delle rare persone non invasive nella mia vita d’ oggi, Anna, mi sta trasportando, mentre sorseggiamo una tisana in piedi alla finestra del mio studio, sui segni sui quali attendevamo, in collegio, l’ arrivo di un genitore 0 di un parente per le vacanze estive: Giuliana, allucinata, si appostava in una quinta del cortile per soffiare di sbieco alla luna piena ai primi di agosto; Dora saggiava la durezza delle mele con il manico della scopa; Marisa, una lince, puntava dalle finestre-feritoie della chiesa i pomodori nell’orto; Carla … Anna, lei, – il racconto non e proprio fresco – guatava il grano … : spigato, giallo, quindi mietuto, il grano diritto e ondulante, nella spianata a sud del collegio “Santo Spirito”, lo vedevamo tutte appoggiate ai vetri delle camerate, rima della messa e della colazione e col plenilunio.
Era un segno “amico”, checche ne dicesse Amelia: «II grano ” traditore: picca, nelle gambe e a giugno nasconde già le bisce.» (Lei, figlia di contadini, sognava il mare «visto a volta, in colonia».)
Preservato dalla neve, abbondante anche a marzo in nel paese dell’ Appennino centrale, il grano dipingeva nostre stagioni. Quelle di Anna, per la verità, perche parecchie avevano travato il loro “pozzetto”, con gare -” a-terra e poco astrali. Io, per esempio, misuravo il tempo restante sulle contrazioni e sui languori di abbracci distanti «dieci mani, cinque, una manciata di minuti».
La premonizione vera era la luna di Giuliana: sia perché il “rilascio” di noi per le vacanze cominciava il primo di agosto sia perche quella luna sguardata mi intrigava di
suo. Avevo, infatti, chiesto subito al professore di lettere se all’inizio di agosto la luna era a picco nel cortile. «Nel cortile o nel pozzo?», aveva sorriso il professore: cosi i fili
della mia testa si erano avviluppati e, in quel momento, la domanda non aveva più il suo perché.
A chiudere, il ritocco di Anna: «Non barare. I fili del cuore. »
Di corsa, Anna, che ha accompagnato il figlio Mino a scuola e sa che ho le ultime tre ore, passa per un “buon giorno”. Mi trova sul terrazzo della camera – giusto due
minuti, c’e il freddo di gennaio – per una boccata d’aria prima della doccia.
Panoramica, insieme, sui lunghi, ripidi caseggiati di fronte, a gradinate: grossi cubi e parallelepipedi che all’ ultimo piano finiscono con timpani e rosoni e tetti spioventi 0 terrazze con ringhiere metalliche. Che pessimo agglomerato, il nostro commento chiudendo il finestrone. E che scarne e scadenti previsioni urbanistiche (< due lati. E i marciapiedi … larghi, per chissà quali strusci, visto che il quartiere non ha che tre negozi, nessun luogo per la comunità, nessun giardino, ma cementa fin
nei portafiori imponenti che segnano i terrazzi tra due appartamenti e il loro lato sulla via.
Qui, io, mi sono trasferita da poco.
Starmene da sola mi piace. Ho creato il mio tetto, dileguata la casa di famiglia, tra le colline e le strade, brecciate 0 asfaltate, lunghe strisce verso l’infinito dei miei sogni
da ragazza.
Qui, da un lato, ho tutta la luce del mattino. Mi alzo, in genere presto, e, andando in cucina per il caffe, incontro l’alba che si sbianca sul mare d’orizzonte lontano, si spande nella terra e sui tetti sotto il mio quinto livello, quando già – nel pendio che risale dopo
le costruzioni “piantate” in corpi monolitici discendenti fino al vallato – hanno cantato i galli di vecchie case di contadini ristrutturate e migliorate, recintate da siepi.

Mi godo il paesaggio arioso, morbido, che cambia colore in rapporto alla luce e alle stagioni, predominando il verde delle querce e della macchia, delle ginestre e dei cipressi
che marginano palazzi padronali dell’ottocento 0 separano una proprietà e, più oltre, cingono il cimitero su una rotondità dolce e solenne.
Qui riprendo fiato, riprendo l’impulso a ricaparrni da una oscurità che mi ha colonizzata. Qualcosa, molto, si è stramato: devo ricominciare.
«Si – velocissima Anna nell’ultimo dopopranzo di ammonimenti -. Ricominciare. Et voila.»
Ironia che mi fa bene … io essendo sempre e da sempre pesantuccia: un sassolino diventa un sasso, una polla d’ acqua si espande in una cateratta, una pioggerella mi inzuppa come un diluvio, la benzina che segna rosso mi catapulta in una panne da deserto, un ingorgo in centro e assimilato ad una catastrofe, una spesa imprevista mi scaraventa nella indigenza … e via elencando. Figuriamoci in quali groppi sono stata negli ultimi anni venati di senso
della fine fino alla sosta analitica seguita alle perdite.
Nell’affetto, dunque, che ci lega da tantissimi ho molta gratitudine per questa arnica che sa sdrammatizzare e ridurre all’ osso [e questioni, che mi strattona ma non fino a costringermi a tenerle la collera. Capace di ridere di se, dei miei facili slittamenti nella tragedia o nel dramma e di quel che accade o non accade nel mondo. Capace di dire le sue cose intime, con pudore e sommessamente ma capace di dirle; capace di aspettare, senza indelicate
interferenze, che io apra alle mie, di rispettare dolori non raccontabili o del tutto incomunicabili.
Affetto, si, ma incupito se predilige freddure o non mi lascia finire. Non da oggi reagisco cosi.
«Vado a casa», strombazzava quasi rompendomi i timpani.
«Di grano e basso», replicavo scocciata.
«E’ alto. Cinquanta centimetri.»
Mi innervosiva il timbro euforico, quella sua sicurezza che nascondeva malinconia della lontananza e anche un suo essere diversa da tutte noi, più sola in fondo, meno cercata. Alzavo il mio: «No. Trenta, venticinque centimetri. Non è maggio, e aprile! Non ci sono le lucciole e nemmeno le cicale!»
(Amelia mi aveva informata sul tempo del grano con lucciole e cicale.)
«Cinquanta centimetri. Viene mamma. Vado a casa. Si.» E Anna si dimenava (< «Chi abita lì ??», chiede Anna che – il giovedì è molto indaffarata con le pulizie, per cui e una bella improvvisata la sua visita, pur sapendo, io, che il motivo e la paura che io mi rivoltoli troppo con me stessa e le mie tristezze (nessuna delle due la vuole chiamare depressione) – poco fa ha parcheggiato di fronte al mio caseggiato, nella via sul cui marciapiede danno le finestre della camera e il terrazzino.
Non 10 so, non ho mai visto nessuno. Ne me ne sono interessata, presa nella cura di questa mia nuova casa e di me e anche per una innata autosufficienza .. In più la neve, che da una settimana e galaverna sulle cime degli alberi oltre gli ultimi parallelepipedi, mi prende solo al tramonto, quando il cielo e rosso tra i tetti e le scalette.
Nessun’altra attrattiva, da questa versante: forse i cipressi di una villa privata, come lame dietro i palazzoni.

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A lettura iniziata parrebbe di trovarsi davanti ad un’antologica autobiografica, un po’ affabulata, ma comunque con tutte le caratteristiche di chi parla di sé in prima persona, quindi la serie di racconti che portano per titolo date o anche più distesamente parole, metafore di stati , situazioni, eventi, in realtà costituiscono materiale di romanzo, ovvero di trapassi di situazioni affabulate fra realtà e fantasia. Il tempo , lungo i racconti , non scorre in senso lineare: c’è una situazione iniziale che dà ragione dell’identità della scrittrice, della sua formazione, poi procede per analessi e feed-back, con abbondanza di compartecipi, attanti dell’avventura umana della protagonista, la quale si caratterizza per una sua spiccata e tenera riflessività, come vista da chi ben più adulto la narrasse con sguardo benevolo .
Pur nel sovrapporsi di stili narrativi, abbastanza costante resta il flusso di coscienza, il soliloquio che s’impadronisce della scrittura e quindi si muove per sentieri analogici, per assonanze di stati d’animo, o , al contrario per opposizioni, non lasciando tregua al lettore che deve tenere in mano tutti i fili che tessono una immensa ragnatela con tutti compartecipi anch’essi al lavoro, o abbandonarsi al flusso della scrittura, che è piacevole, ironica, e anche miscelata fra lingua dotta e lingua piana, fra dialetto e citazioni dal greco, dal latino, dal francese.

Molti dei racconti presenti nel “romanzo”  (Giardini d’aria di Maria Lenti) sono apparsi in riviste ( “Ut”- “Fermenti”, “Novanta 9”, “L’area di Broca”) e in raccolte antologiche.

…………………………………………………..Narda Fattori