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Michelangelo, Il Diluvio (img da wikipedia)

Con questo breve ma intenso poemetto che ha vinto meritatamente il premio “L’Astrolabio 2010/11” per una silloge inedita di poesia, Narda Fattori sembra narrare in versi la raggiunta consapevolezza di creatura terrestre che sa attraversare con orgoglio e fermezza le turbolente complessità dell’esistenza. Il diluvio ne è la metafora, diluvio che va sfidato, affrontato e accolto in sé, ma sempre con coraggio rinnovato, senza farsene mai travolgere. Fino al momento dei bilanci (dico momento non a caso, i bilanci non sono ancora quelli definitivi, non lo sono mai finché c’è vita…e forse Narda condividerà queste mie parole). Ed è sotto forma di (provvisorio) bilancio esistenziale che questa silloge adamantina si presenta al lettore svelando una grande umanità e a un grande amore per la vita; cose molto preziose che la poeta riesce, senza parafrasi e infingimenti a trasmetterci con assoluta persuasività. Per leggere bene questo notevole lavoro poetico, ci soccorre la bella nota introduttiva di un’altra poeta di valore come Valeria Serofilli. In quanto a me, mi limiterò a questo fugace commento:

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Raro trovare in un poeta di oggi (non facciamo distinzioni di sesso) questa “carica” solare, questa forza d’urto,questa splendida energia vitale tradotte in versi, nel loro scorrere tra il regolare, il vibrato e il perentorio. Mi sembra adeguata la metafora dell’acqua, seppure facilmente applicabile a ogni opera di sensibilità, ma leggendo il poemetto della Fattori viene spontaneo paragonare l’incedere classico delle strofe a dei ruscelli, fiumi, torrenti, laghi, mari e mai a paludi, mai ad acquitrini. Sarà la sua terra romagnola densa di umori e sapori e resa accogliente oltre tutto dal calore della sua gente, ad aver nutrito questo suo modo diretto e sensuale di far poesia? Poesia che tiene conto del fattore di comunicabilità, dell’incontro con l’altro, ma senza facili concessioni. Io sono convinta che una terra d’origine, la sua particolare fisionomia e i suoi abitanti, per non dire lo stesso articolarsi della lingua, eserciti una qualche influenza anche sul carattere dei versi.
La terra, l’acqua dolce e marina e le loro asprezze sono l’habitat interno ed esterno di Narda: smottamenti e buche e straripamenti (ma anche acqua ridarella) riflettono umori e turbamenti dell’autrice e ne rievocano le “cadute”, i dolori e le incertezze, sotto forma di disillusioni, di amarezze profonde, di dure prove subìte e sofferte, sia a livello individuale che collettivo. Ma il subire e il soffrire, per Narda, sono solo dei passaggi verso una sana ribellione, un deciso voltare pagina, un’assoluzione di sé e degli altri e soprattutto un accettarsi coi propri limiti, anzi esporli con delicatezza e andarne fiera. Fiera della sua sincerità, del suo coeur mis à nu. Mi viene in mente Sanfarà, poeta preislamico, figura che da sempre mi ha affascinato come mi affascinano certi personaggi tra realtà e finzione che difendono con fierezza la loro selvaggia indipendenza, a costo del sacrificio e della solitudine. Dopo una serie d’imprese (ovviamente anche feroci essendo un brigante) scrisse un poemetto, “Il brigante delle sabbie”, in cui con estrema sprezzatura afferma chi è lui, il suo distinguo dagli altri uomini che sono vili e corrotti e che alla loro compagnia preferisce le insidie del deserto e le belve. In un procedere incalzante di affermazioni – per negazione.
“…Ed uno non sono che dietro si tira e s’attarda e civetta /nell’accampamento,spalmato di balsami e kohl // Né sono un tafàno che compie più male che bene / infingardo, e sgomento se vien spaventato,ed imbelle;// Né sono un pauroso del buio notturno, quando incontro a un orrendo / deserto il cammello atterrito si scaglia in un cieco galoppo…”

Narda non è né scrive come il leggendario (e sanguinario) brigante…ma tutti quelli che conservano ben stretta la loro identità e non si fanno plagiare da nessuno né corrompere dalle mode e dalle prebende, mi rievocano questo mito della purezza, questa forza etica inflessibile dall’antichissimo sapore “guerriero”.
Propongo la lettura di tutto il testo di Dentro il diluvio, ma per un blog, seppure a carattere letterario (e selettivo) come questo mi è parso più consono operare una scelta: si tratta delle ultime pagine, quando questa silloge biografica, che conserva una tenuta di ritmo e senso fino alla fine, si avvia a una sua conclusione e le “acque di Narda” scendono a valle ancora ribollenti mentre lei, a ciglio asciutto, afferma: “Io so solo scrivere dei versi / e starmene da parte”.

[…]
Io non so fare il pane né seminare il grano
io non ho sapienza delle cose che contano
non ho la costanza dell’acqua il gusto
dolce della mela – io non sono tentata
non ho tentazioni- al mio poco mi stringo
e non è niente sì non è niente ma non lo temo
non mi fa male questo niente non trafigge

a culla si posa attorno alla mia carne
e mi para dai lividi dalle lame e dalle tarme
così che il mio pensiero non si roda
non si bucherelli e possa far passare
l’aria infetta che imputridisce attorno all’uomo

non so seminare i fiori ma coltivo sinfonie
di colori con steli e sepali e petali e profumi
sono antidepressivi naturali coltivo pace
almeno una tregua e sia fatto un nuovo
giorno con i colori di questo giardino.

*

Se sapessi qualcosa della bellezza
qualcosa che non si disfa che abbia
pienezza e il turgore del fiore sbocciato
che abbia una cima che fruscia
e il mattiniero canto dell’usignolo

se sapessi qualcosa della bellezza
impasterei questa mia carne come creta
e le darei sostanza eterna e forma
che non si disfa attorno alla corsa tonda
delle lancette e del dolore che la torce

se sapessi qualcosa della bellezza
con queste mani monderei il mondo
dall’ortica e dal loglio e dai mortai
e chiamerei a festa le creature
a festa quotidiana senza preghiere
senza piegare le ginocchia- a mani
libere di gioia e di abbracci d’amore.

Se sapessi qualcosa della bellezza
sarei altro da questa miseria storta
e dolorante.

*

La disarmonia dei gesti quotidiani
– ma quanta armonia nella carezza
di una madre sulla carne tenera del figlio-
s’infrange sull’armonia dell’azzurro
che riveste i colli il loro abito verde

la disarmonia è casuale instabile selvaggia
la signoria è dell’amore che frulla
sui rami e fa di due carni una adattate
e perfette –il cielo ha un riverbero
come uno spino di luce sull’iride

e siamo corvi bellissimi e savi e non
gracchiamo più cantiamo ninne nanne
ascoltiamo un silenzio musicale
di stelle lontane dalla creazione

di piedi leggeri su sentieri erbosi
e lasciamo che qualcuno perda la ragione
ragionando sulle sinapsi e la dura madre
il callo dell’encefalo il limbico antico

della disarmonia facciamo una veglia d’intenti
di noi che ci tocchiamo senza farci male.

*

Gli arrossati tramonti senza albe a venire
senza lamenti a vedere cadute senza rete

siete il muro che respinge e chiude
l’orizzonte tondo delle colline e sorride
lo spaventapasseri fatuo sul campo mietuto

fra rovinosi stracci s’è persa la coscienza
che fummo di pianto e d’amore

con altri dividemmo terra e pensieri
lo schianto e la tesa mano a sorreggere
i passi a venire.

Non passeri solitari sul campanile.
Non nubi Non sere. Non malattie di cuore.

*

L’alba non ha più canti d’usignoli
sgommano e rombano motori
strillano le madri e le nonne
tacciono sempre più spesso
tacciono o se ne vanno a rintanarsi
come bestie ferite.

La pelle sempre più trasparente
rivela la ragnatela azzurrata
che porta ancora al respiro
rivela la trama che potrebbe smagliarsi
e sarebbe un perdersi in rivoli
brunastri che non è rosso il sangue
dei vecchi ma scuro come acqua
sporca.

Acqua sporcata dagli affari
e dagli affanni la poca pace
il desiderio che spilla senza requie
e si fa molto chiasso con parole vuote
molto fracasso e non si canta.

Io so solo scrivere dei versi
e starmene da parte.

.

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Dentro il diluvio di Narda Fattori, con nota introduttiva di Valeria Serofilli, Puntoacapo editore, 2011

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