Alessandro Castagna – Chiaroscuri, Novi Ligure, ed. Puntoacapo 2011- prefazione di Stefano Maldini

Accostarsi alle parole di un nuovo autore è come partire per un viaggio in un continente ancora sconosciuto, inesplorato, privo di mappe che ne abbiano già delineato la figura. È quindi un viaggio appassionante, pieno di scoperte: come su una superficie d’acqua mossa dalla brezza, si ha la sensazione che, a poco a poco, linee sottili inizino a germogliare dalla trasparenza fino a trasformarsi in una trama complessa di traiettorie e “geometrie”.

In questo paesaggio il primo elemento che ci viene incontro è di natura meteorologica: c’è un continuo dondolare del cielo tra piogge e schiarite, ombre e “nubi sfilacciate”, che ricorda molto il “movimento” di una giornata settentrionale, esposta ai mutevoli volti del clima, tra leggera imprevedibilità e imprevedibile leggerezza. Alessandro Castagna insegue infatti le inclinazioni della luce, spinto dalla volontà di non arrestarsi mai in una impressione definitiva; il suo scopo è quello di custodirle tutte, consapevole che ogni variabile possa rilasciare la sua parte di segreto. Si passa così, per esempio, attraverso rapidi cambi di messa a fuoco, dal sole che “preme vasto sui silenzi” al controluce dei due protagonisti, quindi al primo piano delle margherite, “corolle spensierate verso il cielo”, per finire con il grandangolo del tempo che “s’è perduto / tra le mimose e il vento”. Una meteorologia che è anche chimica degli orizzonti interiori, come mostrano il “crepitio nel cuore”, alter ego del bruciare delle “foglie secche nella notte”, la luce scaturita sul sentiero, che è solo “un riflesso / nascosto nelle vene” o le “sillabe sfocate”, chiaro segnale dell’opacità del male “irrevocabile”, in uno dei testi più intensi del libro.

L’esplorazione procede rivelando “distanze” sempre modificabili oppure ossimori che si sciolgono in contatti e contaminazioni fino a raggiungere, spesso, espliciti ribaltamenti di prospettiva. Il regno della natura – pietre, rami, petali, cieli, stelle – il mondo cittadino – treni, binari, tram, ospedali, colonne di cemento – e l’universo interiore – assenza, dolore, vertigine, ricordi, pensieri – perdono nel processo di conoscenza la loro apparente inconciliabilità, transitando l’uno nell’altro. Così la pozzanghera può riflettere nel suo “cuore rovesciato” la luce opaca di novembre, e l’io stesso può smarrirsi in questa avventura salvifica per ritrovarsi ancora più realizzato: “Lì puoi slegarti da te stesso, / lasciare il tuo respiro al vento: / lì adori, la tua radice è capovolta.” Anche gli elementi cromatici – il colore che “s’abbandona / per nascere in un altro” – e cronologici – un passo che morendo “già ne richiama un altro” – smettono di essere separati e si fondono in un legame di continuità, la cui immagine più esplicita richiama persino la gemmazione stagionale: “Ed ecco che rinasco, / me stesso dietro l’altro.”

Inoltrandosi lungo il “sentiero” del testo si generano allora “spazi nuovi”, assolutamente fluidi: sono i “contorni”, gli orli delle immagini, luoghi privilegiati di transito e di trasformazione su cui spesso si concentra l’attenzione dell’autore. In questi spazi la regola è il disorientamento: lo stesso che prova, ad esempio, il traduttore, quando, lungo le sue rotte, si trova in mezzo a idiomi e approdi differenti, alla ricerca di “un’altra lingua” che ancora sta emergendo. Una dimensione sospesa che, anche nei passaggi in cui Alessandro Castagna percepisce qualcosa di cieco, orfano o straniero, non diviene mai estraneità e sa disporsi nell’attesa: “e adesso guarda, il continuo / navigare delle forme, / il loro disfarsi è già risuscitare.” La “ferita” della mancanza, infatti, sulle orme di Emily Dickinson, non è mortale, ma “celeste”, è “una differenza interiore, / dove risiedono i significati.” Appunto, una “conca di cielo”.

La seconda chiave attraverso cui sono filtrate le lontananze e le vicinanze, intrecciata a quella pittorico-fotografica – in un gioco di compenetrazione e diluizione del differente, cui abbiamo accennato, che è poi lo stesso principio da cui sgorga la metafora – è di chiara matrice musicale. Le trame del testo sono intessute di armonie trovate, recuperate o riconosciute, ma anche di “sillabe stonate”, come le persone indifferenti; tuttavia la “dimora” dominante resta quella che ospita i “silenzi”, raccolti nel “cesto” dell’opera come in un prato i fiori. Questo avviene soprattutto nei terreni fecondati da una meditazione che diventa subito “conversazione” con i nuclei delle domande e delle esperienze; una meditazione che ha la forza, imprimendosi nella memoria, di generare parole illuminate. Di rovesciamento in rovesciamento, fino alla comprensione dell’unità: “Ogni ombra sa fiorire la sua luce / se solo la metti a testa in giù: / le lacrime che stridono la pelle / si fanno melodia.” Si avverte distintamente, infatti, avviandosi al termine del cammino, il senso crescente di una accordatura riuscita: la poesia diventa tutt’uno allora con il “suono dell’onda,/ che quando si spezza sulla riva,/ si apre e poi / si ricompone.”

C’è un motivo ulteriore, infine, un dono che continua ad accompagnarci anche dopo aver attraversato questa foresta di note e rifrazioni. È un invito quasi sussurrato dall’autore a non fermarci, a proseguire, a intraprendere un altro viaggio, ciascuno verso il proprio “fuoco”: un risveglio dell’esserci, un contatto incandescente con presenze che rompono la solitudine dell’immaginazione, restituendo così linfa alla nostra visione e alla nostra vita. Un percorso in cui è necessaria, però, la stessa apertura delicata di Alessandro Castagna: una “voce” che non copre ma “accoglie”, come l’“arco” di uno strumento musicale che “si tende sul silenzio”; un “respiro” ampio, che si lascia abitare dagli infiniti e imprevedibili ritmi della realtà. Solo così arriveremo a liberare il nostro canto, stupiti di trovarci, ancora una volta, come lui, “una briciola più in là”.

 Stefano Maldini

Luglio

Nell’alba di luglio sgualcita
odora poi bianca l’assenza,
un soffio di notte
ancora fra le dita.

Poi i secondi sull’orlo
di un vetro arroventato
e gli occhi a poco a poco,
quelli sconosciuti.

Appassisce il sole
di un altro giorno d’estate,
lenti i suoi respiri
sui binari del tram.

***

Pozzanghera

Specchio di acqua torbida,
pallida reminiscenza di ouranòs,
così a lato, rifletti nel tuo cuore
rovesciato questo novembre
opaco fatto di pioggia, gocce
testarde, ma resta una carezza
di nubi sfilacciate a sera-
navigano lente sul tuo dorso
somigliano a questi miei passi.

***

Il mio giardino

Guarda, i rami fioriti del ciliegio
che muti rampano sul cielo:
lo stringono nel giorno.
L’occhio corre, afferra il nulla,
si dondola sul bianco,
già insegue un movimento.
Il mio giardino, un petalo che cade:
ogni colore s’abbandona
per nascere in un altro.

***

Milano,
al parco

Sotto i rami

Un sogno è custodito in cima al colle
e vado a visitarlo
per incontrare il giorno.

Ti apre un ricordo: il rosso
del tramonto, noi adolescenti-
e la panchina sotto i rami.

Come un bagliore ti riporta
su un tempo che ti ricompone:
canzoni sussurrate, rime leggere.

***

Foglie secche

Bruciano foglie secche nella notte
-un crepitio nel cuore-
si espande il tempo,
tocca i confini.

Quel viso assorto, così lontano:
oltre il vetro opaco
che rinchiude la mia voce.

Eppure l’aria è piena di profumi:
non puoi piegare un fuoco
riporlo muto in un cassetto.

 

 

Alessandro Castagna è nato nel 1978 a Milano, città dove tutt’ora risiede. Insegna inglese.  Alcune sue poesie sono apparse sull’antologia Tredici Cadenze, Giovani poeti in Pavia (Puntoacapo, 2011) e sulla rivista Farepoesia. Chiaroscuri è la sua raccolta d’esordio.

sito personale

http://alessandrocastagna1978.wordpress.com/