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Brezza leggera scendeva dall’alto della collina  apportando un po’ di sollievo alla calura estiva che avvampava le messi dorate  pronte alla trebbiatura. A perdita d’occhio l’immensità del giallo  che ondeggiando come un mare sconfinato di luce, abbandonava nell’aria il  fruscio leggero degli steli accartocciati. Colline, solo colline d’oro  dove il sole impietoso, sfolgorante e ancora alto sopra l’orizzonte, contribuiva a piegare ulteriormente   le spighe mature, ed a rinsecchire anche gli steli d’erba ai bordi dei fossi. Lungo il sentiero, sperduto fra i campi,  e ormai cancellato nel suo percorso sinuoso dalla gramigna e dalle ortiche, predominava assordante il frinire delle cicale. Un canto insistente e sempre uguale a sé stesso, che batteva nel cervello come il suono fastidioso di un disco rigato che si fermasse all’infinito a ripetere le stesse poche note stonate.
Nel  tratto tutto in salita, dove il sole la faceva completamente da padrone, era stata seriamente tentata di tornare indietro, di lasciare perdere il travagliato impulso che l’aveva assalita:   recarsi a piedi in quel luogo ormai abbandonato, dimenticato dagli uomini e probabilmente anche da Dio.
Nell’indecisione,   aveva alzato gli occhi che teneva fissi a  terra per evitare di inciampare nelle sterpaglie, e quello che aveva focalizzato fra il sudore che le colava fra le ciglia, le aveva fatto tirare un sospiro di sollievo: ancora uno sforzo e sarebbe arrivata sotto l’ombra dei tigli. Già ne pregustava il refrigerio e a folate di brezza ne avvertiva il profumo dolce ed inebriante. Ma la meta tanto agognata sembrava non arrivare mai, profonde buche nascoste dall’erba alta e lo strisciare di animali invisibili poco distanti  dai suoi piedi, rallentavano l’andatura già stancamente ripiegata sotto la falde del cappello.
Eppure in quei luoghi aspri ed inospitali Adele ci aveva passato tutta la vita. E proprio su quelle colline, coi suoi passi  aveva tracciato un  profondo solco di dolore, reso più penoso  da un’andatura  costantemente ripiegata sotto il peso  di ceste d’erba più grandi di lei.
Persa nelle sue meditazioni, ansimando, era finalmente riuscita a raggiungere la macchia d’ombra tanto agognata, e la brezza e il profumo della terra e la stanchezza, improvvisi, avevano accentuato il ricordo di quella donna….
Si, sempre carica come un mulo da soma. Era così che l’aveva incontrata la prima volta….
E la mente era tornata ad una luminosa domenica di maggio quando correre su quei desolati pendii non le procurava tanto affanno. Erano i giorni della giovinezza, delle illusioni, delle speranze. Dopo un’arrampicata difficile, dal torrente imprigionato nei calanchi stretti e scoscesi di quel luogo impervio, erano arrivati ad una fresca radura che profumava di erba medica e trifoglio. Si era sdraiata sulla fresca distesa e mentre si attenuava il vociare allegro della comitiva,  aveva potuto distinguere, forse portata dal vento e appena percettibile, una nenia triste e lontana.
In quel luogo sperduto c’era qualcuno…. Istintivamente aveva seguito quella voce.
Quello che gli si era parato davanti agli occhi, dopo l’ennesima salita, l’aveva l’asciata senza respiro: una massa enorme di erba, in movimento sopra le spalle di un essere minuto e zoppicante. E quando quell’essere si era girato verso di lei, aveva compreso che si trattava di una donna ormai in età avanzata.
Se l’altra l’aveva salutata, lei era rimasta senza parole. Infatti più che ad un essere umano quella donna anziana somigliava ad uno gnomo, un folletto dei boschi, un personaggio delle fiabe… Il suo aspetto,  lunghi capelli brizzolati raccolti in una crocchia dietro la nuca evidenziavano un viso lungo,  scavato, attraversato da  rughe profonde che si diramavano in tutte le direzioni come crepe sulla terra riarsa da una  prolungata siccità,  sembrava raccogliere tutti i dolori del mondo. Ma  quella miseria di umanità, veniva quasi interamente cancellata dai suoi occhi:   grandi, benevoli, dolci, perennemente velati da lacrime che sembravano sempre pronte  a sgorgare, ma trattenute, da una dignità innata  agli angoli delle ciglia.
“Adele, ma sei proprio tu? Cosa fai così lontano da casa con quella cesta enorme…. Ma quanto pesa?” Dall’abbraccio che si erano scambiate, aveva capito che la nonna  sicuramente la conosceva bene. E da come ricordavano il passato, lei faceva parte dei  ricordi  belli della giovinezza.
“Ricordi quando andavamo insieme a falciare l’erba? E i nostri canti… Eravamo felici con  niente quella volta!” E il suo sguardo si era perso lontano…..
Ma l’odore inebriante ed intenso dell’erba falciata e le mani dell’anziana, ormai livide e doloranti per trattenere il grande peso, avevano  prontamente fatto virare i pensieri sulla smisurata cesta. Da trasportare parecchi chilometri più in là. Un rapido sguardo d’intesa  e la soluzione a portata di mano.
Così mentre i giovani trasportavano il pesante fardello, lei  raccontava storie di  vite perse in un passato ormai morto e sepolto: matrimoni, funerali, malattie, malocchi, chiacchiere e tradimenti  successi alle persone che avevano condiviso la giovinezza nel   minuscolo paese arroccato ai bordi del precipizio. Già lo si vedeva comparire in lontananza.
Un paese di fantasmi, ormai. Infatti, gradualmente ma inesorabilmente tutti se ne erano andati. Solo lei e qualche anziano erano stati costretti a restare. Profondamente menomata nel fisico dalla poliomelite, senza un lavoro, dove avrebbe mai potuto andare?
E  man mano che le luci delle case abbandonate si spegnevano e le porte venivano sigillate con grossi lucchetti, lei si era adattata all’oblio. Aveva dolorosamente costatato che per lei non poteva esserci niente.
Nel tempo, tutto si era trasformato.   E per non morire si era aggrappata alle storie di altre vite, forse inconsciamente in attesa di un affetto qualunque, che d’altra parte nessuno si era mai, neanche lontanamente sognato, di manifestare.
Era come la grande quercia che  per sopravvivere aveva prolungato le sue grosse radici oltre la roccia, dove  casualmente si era trovata a crescere, per superarla e trovare più in là, la linfa vitale con cui sostentarsi.
Il fruscio leggero delle foglie  mosse dalla brezza  l’avevano riportata alla realtà. Aveva respirato profondamente, guardandosi intorno con mal celata ansia. Il sole stava iniziando il suo percorso verso un tramonto infuocato. Doveva fare presto se non voleva ritrovarsi sola in quel luogo sperduto, avvolta in un buio, che sarebbe stato totale. Dagli anziani aveva sentito raccontare  di fatti inspiegabili successi a viandanti solitari nelle notti di luna piena. Lei non ci credeva, ma… Un brivido le aveva attraversato la schiena e l’aveva spinta a rialzarsi con un’energia   che in quel momento non sospettava più di avere.
Di nuovo nella luce accecante, persa in un mare ondeggiante di spighe. Già, un mare.
Quella vecchia signora,  il mare non l’aveva mai visto e non riusciva neanche ad immaginarlo. Vani erano stati i tentativi di farle intendere l’immensità…
Lei conosceva il gorgo del torrente dove lavava i panni e abbeverava le pecore e immenso per lei, significava molte volte quello specchio d’acqua. I suoi occhi si illuminavano mentre lo descriveva: l’acqua, come per miracolo, scendeva limpida e brillante dalla cascata  che era sempre stata lì e che  portava acqua sempre, anche  nei periodi  di grande siccità. Qualcosa di più grande, da qualche altra parte, non poteva esistere.
Ma col passare degli anni ed il consolidarsi di quella loro incredibile amicizia, la domanda sulla vastità del mare era tornata nei discorsi con insistenza ed ostinazione. Era diventata come un copione obbligato della stessa scena da imparare a memoria.
Così, se nei loro incontri lei continuava a raccontare incredibili storie sui vivi e sui morti di quell’angolo di mondo dimenticato, un mondo che nella sua mente aveva perso i confini fra il reale ed il fantastico e quindi  un certo tale, ad esempio, aveva quasi lasciato morire di fame il vecchio padre infermo legandolo ad una sedia; oppure ai piedi della collina dove, dal pendio più ripido si era staccata una grossa frana,  molte persone erano scomparse sotto l’enorme massa di terra, ed un paesano passando al tramonto da quelle parti, aveva rivisto una di quelle donne ma vestita di nero e con una candela accesa in mano che lo guardava con tristezza….., immancabilmente, prima di tornare a casa lei  poneva la stessa domanda: Come poteva la terra contenere tanta acqua tutta in un posto? Lei proprio non lo capiva. No, non lo capiva. Anche perché lei doveva tribolare non poco per averne anche solo un secchio in casa per le sue necessità. C’era qualcosa che non andava nella distribuzione dei privilegi. Dio doveva avere sbagliato da qualche parte, quando aveva creato il mondo. E poi tanta acqua e tutta salata, ma perché? A cosa serviva?
Quelle sue domande, semplici e apparentemente inutili, sembravano quelle formulate da una bambina ma a volte mettevano nella condizione di non sapere rispondere in modo convincente e non riuscivano a  saziare la sua avida curiosità. Tornavano  quindi a riproporsi  come un ritornello opprimente….
Opprimente, come il gracchiare dei corvi che in quell’ora del tramonto affidavano le loro rauche tristezze alle prime avvisaglie della sera. Li guardava  appollaiati sui pochi rami scarni che erano serviti a fare da cappello ai pagliai vicino al torrente. E forse impauriti dalla sua presenza avevano spiccato il volo tutti nello stesso istante, innalzando verso il cielo la loro rumorosa protesta.
 Un silenzio solenne ora  avvolgeva  lo spiazzo dei pagliai.  Se alcuni erano ancora integri, altri, a forza di prelievi e di tagli erano ridotti a smilze colonne dorate che non si capiva bene come potessero ancora reggersi in piedi. E il vapore che vedeva sprigionarsi dalle loro sommità conferiva a quel luogo un alone di magica suggestione e di mistero.
E in quell’atmosfera che la riportava indietro nel tempo, sentiva ancora riecheggiare le sue parole  “Preparati, ti porto a vedere il mare…” 
L’altra, incredula e impaurita, immediatamente aveva rifiutato.  Ma poi non aveva saputo resistere alla tentazione.
E si erano ritrovate insieme, di fronte all’immenso……
Ricordava con immutata emozione e rivedeva con gli occhi di allora, il  volto teso e sbiancato per l’emozione di quella povera creatura ritta su una gamba sola, essendo l’altra molto più corta. A bocca aperta non riusciva a spiaccicare parola ed emetteva solo un debole: “Oh Signor… Signor quant’acqua….”. Persa nel  suo stupore aveva  vacillato: la grande distesa in movimento le dava la vertigine. L’aveva sorretta, infondendole sicurezza.
Ma ciò che ricordava ancora con un groppo in gola e con profonda tenerezza, erano state le sue lacrime. Silenziose, dignitose,  espressione della grande emozione che sentiva. Copiose, le bagnavano le guance, raggiungendo  il vestito per morire fra le  mani storte da una vita di stenti,  ma incrociate sul petto come in segno di muta preghiera, di ringraziamento all’eterno.
Quello, era iniziato come un  giorno qualunque, uno come tanti. Ma  quell’essere dall’aspetto disgraziato e respinto dal mondo, con la sua capacità di meravigliarsi di fronte alla vastità del creato lo aveva illuminato con la sua luce.  E quella luce aveva investito entrambe. Le aveva avvolte in un alone di mutua elevazione interiore che non aveva bisogno di parole per essere compreso. Nel più profondo della sua anima quella donna era riuscita ad entrare in simbiosi con  un universo, grande, meraviglioso abitato da un Dio nel quale aveva sempre creduto, che l’avrebbe capita e consolata. Ed i suoi occhi raccontavano con  grande semplicità la dolcezza  dell’angolo di paradiso che ora abitava dentro di lei. 
Era felice, e sorrideva commossa fra le lacrime…..
Ma certo, si era sbagliata. Il suo giudizio  su Dio era stato affrettato. D’altra parte  gliel’avevano insegnato sin da piccola che tanto Lui  sapeva sempre cosa fare. E tutta quell’acqua lì, in un posto solo era… giusta. E sembrava una distesa di pietre  preziose, ora che raccoglieva tutti i bagliori del tramonto….
Nella sua vita non aveva mai visto niente di così meraviglioso, lo avrebbe ricordato sino all’ultimo respiro. Ma  quel giorno era successo un miracolo ancora più grande: nella sua semplicità aveva capito che adesso il mare lo poteva portare dove voleva. Bastava chiudere gli occhi e lui era lì, ancora lì, sempre lì,  in qualunque luogo essa fosse stata…..
I tre gradini di fronte  erano comparsi inattesi e sconnessi. Aveva rischiato di cadere. Il cancello di ferro battuto, sprangato. A tentoni, ora sperava di trovare fra le crepe e i buchi nel muro di cinta, la chiave del lucchetto. Un sorriso, l’aveva sentita sotto le dita proprio nel punto più alto, nel tratto fatto di mattoni.  La griglia aveva girato cigolando rumorosamente sui cardini, aprendosi su un mondo dominato da erba alta, ortiche e dall’abbandono. Fra  miseri ruderi, qualche croce rotta, vasi rovesciati e ramarri impauriti, dopo una breve ricerca,  l’aveva ritrovata: quasi cancellata dall’edera, senza fotografia,  una tomba piccola, come di bimba.
 “Nessuno si ricorderà mai di me…. Non sono servita a niente, se non a soffrire” diceva sempre amaramente.  Guardando le condizioni di quel luogo, forse aveva ragione. Ma  aveva molto amato e in quel tardo pomeriggio estivo qualcuno era andato a trovarla.
Nella brezza avvolgente della sera,  si era seduta sopra un grosso masso proprio lì accanto. Sapeva che non avrebbe potuto restare a lungo,  ma prima di tornare sui suoi passi,  aveva voluto tornare con la mente a quel giorno con lei, un giorno qualunque ormai perso  nel tempo dei ricordi. Era possibile, glielo aveva insegnato lei. Bastava chiudere gli occhi e per un attimo in fondo all’anima  si sarebbero raggiunte, in qualche modo.
 Ancora una volta avrebbero rivisto il mare. Insieme.  Ne era sicura.