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Il 30 agosto 2011 è stato pubblicato l’ultimo libro della Marzano, affermata filosofa italiana che vive in Francia ormai da anni, edito dalla casa editrice Mondadori: Volevo essere una farfalla”.

Volevo essere una farfalla” non è un libro sull’anoressia com’è stato da taluni definito forse troppo frettolosamente, ma piuttosto un racconto sul come l’anoressia l’abbia accompagnata per anni, costringendola quasi a sopravvivere più che a vivere, a rimettersi quotidianamente in gioco e in questione a prezzo di dure lotte con se stessa, a voler infine riprendere a vivere a tutti i costi.

L’autrice ci fa dono di un libro autobiografico il cui tema centrale verte sul modo in cui l’anoressia le abbia insegnato a vivere, ad accettare i difetti, l’imperfezione, il non poter tenere tutto sotto controllo. L’ordine, la ragione, la perfezione, il controllo del cibo: un diktat della mente sul proprio corpo che per anno l’ha ossessionata e quasi annientata.

Quello che emerge dalla lettura del libro è un grido di sofferenza, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, l’urlo di un corpo spezzato [brisé] e lacerato che vorrebbe tornare ad essere leggero, leggero come una farfalla come recita il titolo, libero dal peso, dalle oppressioni, dalle incombenze e dalla gravità del vivere quotidiano. Chi tenta il suicidio è di norma una persona che desidera la vita con tutte le proprie forze, proprio come la Marzano che, con il cibo, instaura un rapporto ambivalente e patologico fin da adolescente e che la porterà al confine tra la vita e la morte, relegandola a vivere in bilico sul filo sottile che le separa. Ma Michela non vuole rifiutare la vita, non disdegna il cibo: lei ha fame, fame insaziabile di vita, di affetto, di cibo, di conoscenza, di tutto: per la prima volta racconta di essere sempre stata eccessiva, di innamorarsi troppo, di pretendere troppo da se stessa e dagli altri, di impegnarsi troppo.

 Quali sono i meccanismi che si insinuano poi in una bambina ancora piccola, che si sente abbandonata dalla madre ricoverata in ospedale per due settimane, e che esperisce giorno dopo giorno un complesso rapporto con un padre autoritario il quale esige da lei sempre e soltanto la perfezione assoluta? Ecco insinuarsi la dicotomia tra l’essere e il dover-essere, tra ciò che si è veramente, che si desidera –  un’adolescente con tutti i sogni, desideri e aspirazioni – e il tu devi kantiano, la necessità di dover essere sempre la più brava della classe, la più preparata (lei stessa lo ammetterà: “Non è da tutti vincere il dottorato alla Normale”), anche se poi si laurea con i suoi 35 chili e i capelli che le cadono perché doveva essere la migliore, a dimostrazione del fatto che lei è speciale, che ce la può fare, nell’erronea convinzione che suo padre non la amerebbe se non fosse così. Emergono così paure, violenze, ricordi del passato, che è sempre lì, dietro la porta, pronto ad assalirci se i nostri meccanismi di difesa non vigilassero costantemente.  Quanta difficoltà e fatica nel liberarsi da quei retaggi ancestrali e dalle norme che ci vengono inculcate sin da bambini, e che ci portiamo dietro, dovunque andiamo. Non basta allora scappare, non è sufficiente dimenticare, è necessario soffermarsi attraverso un incessante esame di se stessi, parlare e affrontare definitivamente tutte le paure.

L’autrice (foto) parla in seguito anche dei suoi rapporti con gli uomini, degli uomini che ha incontrato sul suo cammino e che non amano vedere una donna che piange perché si sentono fragili e disorientati dalle lacrime, e che la lasciano anche se lei è la donna della loro vita.

Anche in amore Michela sembra volere o tutto o niente, mentre l’unica cosa al mondo che più desidererebbe è quella di essere abbracciata. E non importa se lui è più grande, se è il suo professore, se l’abbandona, l’importante è dirlo sempre e comunque, come se le parole non dette perdessero di consistenza rispetto al mero pensarle: ecco spuntar fuori l’espressione più temuta e desiderata al tempo stesso, ti amo. Cinque lettere che in italiano suonano in una determinata maniera:  è infatti diverso dire ‘ti amo’ da ‘ti voglio bene’, o ‘mi piace’. Ma il ti voglio bene non le basta, non la soddisfa, lei vuole di più. E qui entra in gioco la lingua francese con tutte le sue accezioni, sfumature e ambivalenze.

Ricominciare a studiare una lingua sconosciuta, che suo padre conosce poco, lei in Francia ci è andata per seguire un uomo che pensava di amare e non perché si considerasse uno di quei cervelli in fuga di cui oggi è tanto di moda parlare, tornare a fare analisi in francese, in una lingua che non è la sua, non è la lingua materna, la lingua del cuore e del pensare. E l’inconscio, in che lingua ci parla l’inconscio? Ed ecco la scissione interiore di Michela, l’italiano che le fa dire ti amo, emblema della sua vita passata in Italia, e il francese del je t’aime, un peu, beaucoup, passionnément, à la folie.  Da una parte, c’è l’amore vagheggiato, sognato, anelato: quello impossibile. Proprio perché impossibile, esso non esiste nella realtà. E dall’altra parte, c’è quello vero, fatto di quotidianità, di condivisione, di discussioni, di piatti da lavare impilati nel lavandino e vestiti da stirare, quello che deve limitarsi ad accettare l’altro per quello che è, in quanto altro, la cui alterità sarà sempre irriducibile, non potrà mai essere fagocitato o del tutto inglobato dal Medesimo, proprio perché le persone non si cambiano, ma si possono solo smussare gli angoli, accettare insieme dei compromessi, cercare di ammorbidirle. E poi c’è sempre quella porta che dev’essere lasciata aperta, affinché l’altro si possa sentire libero di andarsene quando vuole, se è quello che desidera. L’altro potrà starci accanto, certo, sempre a modo suo, perché non è un nostro riflesso, costruito a nostra immagine e somiglianza, non sarà mai come lo vorremmo. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente, anche se quello che ci fa star male continua a gridare dentro di noi, anche se parlare era diventato necessario per poter fare pace con se stessi e poter spiegare i motivi per cui si è diventati quel che si è oggi, ci sono sempre delle stanze segrete, dei segreti intimi che nessuno conoscerà mai, cui gli altri non potranno mai accedere. Ed è a questo che serve la filosofia: la filosofia non è una disciplina arida, il sapere nobile par excellence proprio perché non serve a nulla.

La filosofia deve insegnare l’arte di vivere, la gioia, deve poter raccontare il dolore, la morte e la finitezza ma deve anche aiutare a superare i conflitti, le contraddizioni, ad accogliere i difetti, a perdonarsi, accettarsi ed essere maggiormente indulgenti verso se stessi.

La filosofia non servirebbe a niente quindi se la si riducesse in un sistema di tesi e antitesi, se fosse resa sterile, svuotata di contenuti, impoverita allorquando si pretende di spiegare tutto lo scibile racchiudendolo all’interno di un sistema metafisico rigido e valido una volta per tutte. In realtà non esistono verità o spiegazioni incontrovertibili: non la si può banalizzare declassandola a ricetta per la felicità; la filosofia è e deve essere spirito critico, occhio lucido e disincantato sulla realtà e deve poter aiutare a sfuggire allo specchio deformante dello sguardo di altri.

Questo in definitiva il messaggio della Marzano, che condividiamo in pieno e ringraziamo, per aver voluto mettere a nudo il proprio cuore e la propria anima, per aver saputo accettare le contraddizioni, superato il timore dello sguardo critico e pietrificante di altri, e averci fatto dono di questa preziosa e coraggiosa testimonianza.

Emanuela Catalano

Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori 2011, p. 210, € 17,50.

 La Biblioteca di Babele, Philosophia,