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Lorenzetti - particolare

Dicono gli annali: quando i monaci di Clonmacnoise
eran tutti in preghiera dentro l’oratorio,
sopra di lora, in aria, apparve una nave.

[…]

uno della ciurma scese a strattoni per la corda
e lottò per disimpigliarla. Niente da fare.
«Non sopporta la nostra vita quaggiù e annegherà»,

disse l’abate, «se non l’aiutiamo noi». Detto fatto,
la barca libera fece vela, e l’uomo risalì
dal meraviglioso come l’aveva visto lui.

[S. Heaney, Veder cose]

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Questa poesia conclusiva del libro, descrivendo il rapporto del meraviglioso immaginativo che «preme contro la pressione della realtà», ne contiene anche l’inizio, e perciò da essa parto per segnalare questa lettura come importante approfondimento rispetto diversi input e riflessioni che mi sono giunti, fra gli altri, da post recenti, aventi tag di poesia civile, indipendente, poesia e ruolo, o titoli espliciti a richiamare il mercato poetico, o, ancora, post in qualche modo riparatori nel rendere tributo ad un autore (specie se scomparso e scomparso sua sponte).

Seamus Heaney infatti in queste “Lezioni di Oxford”  indaga la poesia, la sua forma d’arte e di (r)esistenza, e lo fa anche da lettore, attraverso la finissima disamina di testi lungo diversi tempi e luoghi.

A scanso di equivoci, comunque, nella introduzione, e prima di discutere il testo poetico “Direttiva” di R.Frost come “difesa allegorica della poesia”, Heaney riporta R. Pinsky (“Le responsabilità del poeta”): «Un artista non necessita tanto di pubblico, quanto di sentire un bisogno di rispondere, una promessa di reagire […]»

Ed è questa necessità – pressione, che nel suo espandersi si va a costituire in una vera e propria promessa, ad essere chiamata in causa in questo libro;

una pressione del meraviglioso, così come intravisto da chi sa veder (le) cose, che tuttavia, per forza di quelle stesse cose, è sempre a rischio di implosione o di essere sviata dal potere («Non sopporta la nostra vita quaggiù e annegherà», dicono i monaci della nave-arca, «Ho visto cose che voi umani..» ribadisce il replicante prima di morire);

una pressione che, dunque, è intrinseca alla poesia dato che, come Heaney riporta da “L’angelo necessario” di W.Stevens, la poesia «è una violenza interna che si oppone a una violenza esterna», o, in modo complementare, «una forza animale che avvicina alla ferocia», come indicato da Stefano Guglielmin in risposta ad una discussione sul suo blog («[…] da parte mia cerco di non dimenticare il rapporto fra parola poetica e umanità, che ha con sé una dis-umanità, una forza animale che avvicina alla ferocia, non bisogna dimenticarlo»).

Ma per quanto questa azione costituisca un campo di forze, Heaney è consapevole che, rispetto alla sua effettiva incidenza sull’esterno, un qualsiasi militante, (anche solo suggestionato da «qualcosa che ha letto da qualche parte» – come ironicamente scrive Heaney), avrebbe da ridire, diventerebbe un “fischiatore”, perché «Una operazione del genere non interviene sulla realtà ma […] offre una risposta alla realtà che ha un effetto liberatorio, di verifica, sull’individuo; e tuttavia capisco perché un ruolo del genere parrebbe insufficiente ad un militante politico. […] Le parti impegnate non sapranno apprezzare una mera immagine – per quanto inventiva e originale – del campo di forza in cui agiscono. Vorranno sempre che la riparazione della poesia rafforzi il loro punto di vista».

Così, pure riconoscendo che «nel lavoro della poesia c’è una tendenza a porre una realtà alternativa sul piatto: una realtà che può solo essere immaginata, ma che nondimeno pesa perché è immaginata all’interno del campo gravitazionale dell’attualità e può perciò reggere il confronto» e che l’opera di un poeta può risultare spesso avere una forza politica – anche solo di “irritazione”, Heaney con Frost, sostiene, che il suo «movimento va dal piacere alla saggezza, non viceversa», e che, «anche se questo può sembrare scontato, vale la pena di ripeterlo alla fine del Novecento, nell’attuale contesto di temi politicamente approvati, reazioni postcoloniali e scritture di tutti i tipi che vorrebbero rompere il silenzio».

È a questo punto, e su questo punto, allora, che Heaney può richiamare i poeti «a non sottovalutare un altro imperativo, che è quello di riparare la poesia in quanto poesia, di sostenerla come categoria a sé [… ]»;  inoltre, in quanto tale, la sua riparazione, ci dice ancora Heaney (e ce ne dà dimostrazione leggendo, come già accennato, proprio in questo libro e in profondità altri autori), avviene anche attraverso il lettore, perché (e qui cita Borges): «Se le pagine di questo libro ammettono qualche verso felice, voglia perdonarmi il lettore la sgarberia di averlo usurpato io, anticipatamente. Le nostre quisquilie differiscono poco; ordinaria e fortuita è la circostanza che tu sia il lettore di questi esercizi, e che io ne sia l’estensore ».

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da Seamus Heaney , La riparazione della poesia – Lezioni di Oxford, traduzione di Massimo Bacigalupo, Fazi Editore, 1999

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*piccola nota: i corsivi, qualora non messi fra virgolette, sono miei

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