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Le “Figlie di Choro” vivevano recluse, giorno dopo giorno passavano il loro tempo fra dormitori, refettori e stanze dove raffinavano la loro arte vocale o strumentale dirette dai loro maestri; la domenica, facevano sentire le loro voci angeliche oppure il suono di clavicembali e violini al popolo riunito per la messa, incantato dalle melodie e dalle voci disincarnate che scendevano celestiali dall’alto, diffondendosi dalle grate dietro le quali stavano nascoste le “Figlie di Choro” dell’Ospedaletto, o le “Putte di Vivaldi” della Pietà.

Erano le orfanelle raccolte dagli ospedali della Repubblica Veneta, pie istituzioni finanziate dalle Scuole Grandi ( confraternite a base religiosa) e da benefattori, dove venivano curati i malati, ricoverati gli anziani e educati gli orfani; le bambine e le fanciulle più dotate potevano approfondire i loro studi per diventare virtuose del canto o negli strumenti. Qui nacque il termine “Conservatorio”, poi diffuso in Italia ed Europa, a indicare il luogo dove le fanciulle povere potevano conservare intatta la loro verginità mentre studiavano il canto, fino al momento in cui potevano uscire se richieste in moglie.

Bisogna dire che alcune fra le più brave preferivano continuare la loro vita fra quattro mura per dedicarla ad un’arte di cui erano orgogliose; potevano diventare le maestre delle allieve più giovani, ed avevano il permesso di recarsi a teatro, sempre velate però.

Le “Figlie di Choro”dell’Ospedaletto, edificio monumentale situato vicino alla chiesa di S.Giovanni e Paolo, potevano anche esibirsi, con un repertorio non sacro ma mondano, dentro un’apposita sala da musica, non grande ma deliziosamente affrescata con effetti di trompe l’oeil da Jacopo Guarana; il loro concerto si svolgeva su prenotazione per conoscitori e musicofili, oltre che per eventuali aspiranti mariti, e anche qui il canto ed il suono strumentale si diffondeva da grate che nascondevano le fanciulle.

Però, novità strana ed eccezionale, nel 1777 Jacopo Guarana dipinse, entro una ricca scenografia di colonne, esattamente il consesso delle invisibili musiciste, tutte intente a suonare ispirate circondando un bellissimo Apollo seminudo, che non ha come strumento la sua cetra regolamentare bensì un moderno violino, mentre dietro una colonna spunta il maestro napolaetano Pasquale Anfossi ( frequenti erano gli scambi musicali tra Venezia, famosa per le Putte, e Napoli, illustre per i suoi castrati); al centro della scena, una fanciulla è rivolta verso il pubblico, guarda davanti a sé risoluta e sorridente, mostrando uno spartito.

E’ un vero e proprio ritratto, e sappiamo anche il nome di questa virtuosa del canto, Chiara Bianchi: nessuno, neppure il curiosissimo Giacomo Casanova, poteva vederla in faccia, ma, in virtù della sua arte, questa donna invisibile ebbe l’onore di essere immortalata sulla parete di una preziosa sala da musica, restaurata qualche anno fa.

Molto significativo anche il testo dello spartito, che contiene l’incipit di di un’aria d’opera composta dal maestro Anfossi con parole di Metastasio: “Contro il destin che freme / di sue procelle armato / combatteremo insieme”. Era probabilmente l’aria preferita e anche il motto delle “Figlie di Choro”, ragazze perseguitate dalla sorte fin dalla nascita o dall’infanzia, che però avevano trovato il loro personale riscatto attraverso la musica. Consapevoli del loro valore, pubblicavano libretti con i propri repertori, nei quali non mancavano opere appositamente composte per le migliori di loro. Avevano un grande spirito di gruppo, tanto che osarono denunciare i loro superiori che le avevano private di alcuni ambienti in cui erano abituate a vivere.

A fine Settecento, una forte crisi economica incombeva sull’Ospedaletto; poco dopo, Napoleone avrebbe fatto piazza pulita di istituzioni come quella – e non solo. La Serenissima Repubblica era vicina alla sua caduta. Ma una sorte ben diversa attendeva le virtuose del bel canto, che stavano ormai definitivamente ripiazzando i castrati: la grande opera lirica italiana si stava avviando verso il suo apogeo.

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