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La parola e la cura, puntoacapo editrice

Il volume contiene una lunga, completa, dissertazione di Gianmario Lucini sulla poesia della Serofilli e quindi la silloge “Amalgama”. Lucini si occupa di tutta la produzione di questa voce già salda e propria dell’autrice e ne detta il titolo.
Convengo che la Serofilli abbia per la parola una cura attenta e amorosa ma è la parola che crea la poesia e la cura per la parola è simile a quella della madre che cura il figlio e gli consente di crescere in salute e saldo.
La formazione classica ha tracciato in Valeria  il solco ove depositare i versi, come accordare i ritmi, come evitare lo stridore delle parole che collidono nei suoni e nel senso; il suo amore per la poesia è sconfinato ma lucido: la poesia è anche senso, non solo canto e danza, non solo Calliope e Tersicore. La poesia detta sempre al presente anche quando volge lo sguardo al passato e s’ingravida di polisemie, di visioni, di profezie.
Dunque possiamo definire lirica pura la poesia della Serofilli?
Lirica sì, ma impura perche tracima verso percorsi non solo o non tanto sentimentali. Citando Alberto Bertoni, professore universitario e poeta, possiamo dire che “ un testo poetico ………mette in gioco almeno quattro figure umane, reali e insieme fittizie, che interagiscono, cooperano ma talora confliggono nella definizione ( storica, concreta) del suo Senso.” Queste quattro figure umane sono un Autore, persona in carne e ossa, con appartenenze geografiche e culturali precise, un locutore che usa la prima persona nella scrittura, un destinatario interno al testo  ( tu) e infine un Lettore, a sua volta con una propria storia esperienziale. Dai rapporti fra questi quattro nascono “rapporti vertiginosi, che fanno dell’assenza / distanza che è condizione preliminare e costitutiva del testo lirico un campo di tensione, di congettura, di emozione, di partecipazione , e di risposta, di condivisione o di rifiuto straordinariamente ricco ma scosceso…. per cui è lecito affermare che la lirica è il campo dell’instabilità linguistica, formale e concettuale per eccellenza.” Per la Serofilli la comunicazione non è mai alterata né gioca sull’ambiguità, ma sfugge la banalità con scarti visionari di autentica vocazione poetica:
“Morsi di parola sazino spazi bianchi/lenzuola
E tu leggimi mordimi impastami
e sarò il tuo più prezioso manufatto
bilanciato dolce impastamento:
frase/ inchiostro, acqua e terra
cemento.”

Credo che raramente abbiamo letto invocazioni alla poesia così fermi e saldi e tanta devozione di amante; infatti le parole scritte da Valeria si adattano bene a un innamorato e quindi palesano il rapporto della poetessa con la poesia, carnale più che concettuale..
Leggiamo in Amalgama (miscuglio così ben riuscito da creare altro tipo di sostanza), silloge appunto senza un filo conduttore tematico che non sia quello della ragione della poesia: “ Non lapidare i bevitori di birra/tu che bevi solo coca cola/ la felicità di un foglio bianco/ non appaga lo sforzo dell’astemio/….;”… Parola corpo/ mentre scrivo per te che / espandi la ricerca per trovarmi.
 Amalgama è una silloge di maturata vendemmia poetica, che non pone diaframmi fra autore e locutore e lettore; al contrario si rivolge propriamente chi conosce la voce febbrile della poesia che detta in mente poi sui polpastrelli, viva, concreta, bruciante.
I suoi contenuti, il filo rosso che la attraversa, è il bisogno di comunicare la potenza della parola poetica e di imbrigliare il lettore in un corpo a corpo con parole che ben s’accordano fra loro ma che potrebbero mettere a nudo una distanza, sia di difesa che di incomprensione.
Non viene spontaneo  a chi non è uso alla scrittura condividere questi versi:” E tu poeta non farti lumaca/nel tuo guscio/ se a sfiorarti è mano di poesia!”

Non si creda che sia sembra semplicissima la poesia della Serofilli, o immediatamente comunicativa: nei versi si aprono iati di senso, abissi di metafore.
Qui si rivela la cura, il labor lima; ciò che poteva sembra immediato è il punto d’arrivo di un paziente lavoro di revisione e  di ricerca dell’armonia e del senso.
Ritmo, armonia, cura e senso sono le quattro parole che definiscono in maniera impoverita ma autentica la poesia della poetessa che talora si diverte anche a manipolare i classici  (Platone in “fuor di caverna..”, il Catullo di Lesbia “odi e t’amo”), le poesie che traggono ispirazione da personaggi danteschi e quelle che s’impastano nell’amore per l’uomo e i suoi giorni.
Credo che con la Serofilli si possa affermare che siamo fuori da ogni facile scuola: i suoi versi vengano da ampie latitudini e si nutrono del profondo; sono né moderne, né post moderne, né novecentesche …
Sono poesie di un grande poeta.

Narda Fattori

Amalgama

la volta che mi sorpresi/ a sfogliarmi
il nero il bianco lo spazio i miei intervalli
bilicante rimasi sugli spalti
Se continuare o se
incerta /fermarmi
La consapevolezza solo più tardi.
Sono l’impasto / da gustare piano
pagina dopo pagina, riga inchiostro pelle
carta di guscio che t’incanta molle
lievito amalgama/ caricato a molla
Adombra il rischio di pensieri imberbi
Trapianto bulbo che ti accresca , se mi sfogli
mano tesa e cogli / acini essenza
pane seme mosto
Il più ambito frutto di questo inchiostro.
Inchiostro

L’aratro ha mietuto
distanze impari a me
è nato l’inchiostro probabile
per fare capoverso

Compito del poeta

Fuor di caverna
illumino e traduco
il buio ai tuoi occhi:
vedo oltre/ oltre vado.

Pier Delle Vigne

Dal crudel atto scisso/ corpo dall’anima
ora sei pianta, mentre sanguini e parli
ma d’umano sentir è il tuo dolore
nella tragica metamorfosi che t’incarcera
chè non giusto è rivestirsi di quel che ci si
tolse
e le tue fronde selvatiche / o meglio sterpi
ti rammentino il maltolto.

Il viaggio

Rimane / dell’antica peregrinazione
la forzata usura del ricordo
sassi di percorso / mancato rimorso
perché il pasto si consumi in fretta
tra estatici sogni e bancarotta.

Altrove

La mente riverbera il trascorso
nel rifiuto dell’altrove.
Altrove, altrove …..