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Poeti mezzo addormentati, oscuri, illeggibili, in una parola: Ménglóng , così sono definiti gli autori che dagli anni 70 raccolti attorno alla rivista Jīntiān fondata da Bei Dao, e oggi pubblicata in Svezia, ormai una rivista in esilio, cercano ancora di superare l’arte concepita come propaganda politica e dare spazio alle necessità creative dell’individualità all’interno dello scavo e della sperimentazione di quelle possibilità ancora nascoste nella lingua, banalità forse scontate per l’occidente.

Un po’ sono stati tollerati, un po’ lasciati ai margini della vita culturale ufficiale, questo fino ai fatti di Tienanmen 天安门– la porta della pace celeste, del giugno 1989.

Dopo di allora, Bei Dao e altri poeti sono stati costretti all’esilio.

Invece, la poetessa Shu Ting, uno pseudonimo che significa Shū serena e ting piena di grazia, come la madonna, è rimasta in Cina come a sottolineare un’appartenenza e a condividere una storia, ha così dovuto accettare la prescrizione, ma anche gli onori, a seconda delle ondivaghe politiche di apertura e di chiusura governative, viene ridotta in silenzio durante la campagna ‘contro l’inquinamento spirituale’ poi viene invitata nell’associazione ufficiale degli scrittori.

Ci sono sempre quelli che vanno e quelli che restano, quelli che vanno sono tratti obliqui, diagonali, sono vento, quelli che restano sono verticali , penso al quadro di Boccioni, Bei Dao va, Shu Ting resta. Questi che restano sono i tratti di pioggia che cadono in autunno a Pechino, che in questa poesia non è più una città, ma un miscuglio informe di acque e terre, della città le rimangono solo le luci come sospese nella nebbia spettrale.

Il vero nome della poetessa è Gong Peiyu (龚佩瑜) nata nel 52 da una famiglia recidiva, con precedenti di anticonformismo, segue i genitori inviati obbligatoriamente a rieducarsi in campagna, lavora come operaia in cementifici, fabbriche di lampadine e tessili, nel frattempo i suoi lavori compaiono su riviste underground e poi su Jīntiān. Ha sempre vissuto in Cina.

La lunga a poesia che traduco liberamente è intitolata “Notte d’autunno a Pechino”, a Beijng , che significa capitale del nord (bei -nord) (Jing – capitale) . Bei è anche il primo carattere del nome di Bei Dao 北岛 , che significa invece isola del nord , un nome d’arte che si riferisce al freddo e alla solitudine di un’isola dopo l’esilio ma con le radici e il pensiero ancora a Pechino.

Volevo per prima cosa fissare l’attenzione sul carattere (nu), è un carattere radicale, cioè un carattere che è origine e radice di altri caratteri, e che significa donna.

L’antico pittogramma rappresentava una donna inginocchiata, in segno di sottomissione, la vita nella cina classica era dura per tutti, per le donne in modo particolare, un vecchio proverbio recita : ‘è meglio avere un cane che una figlia’, le donne erano destinate ad essere vendute al marito per una vita di schiavitù. Uno dei suoi caratteri derivati è , che significa moglie, una donna sovrastata dal carattere della scopa, cioè colei che spazza la casa.

Anche il carattere è un suo derivato che significa pace, è an nella parola Tienanmen (tiān ān mén), ed è composto dalla donna sotto un tetto, avere una donna sotto il tetto porta la pace.

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Nella IV sezione della poesia compare parecchie volte il carattere , una donna con vicino una bocca, una donna che parla, oggi si traduce con ‘come al solito’, o si usa per costruzioni verbali condizionali con se, la lingua cinese si evolve come le altre lingue con usi e convenzioni, nella lingua classica vi era invece implicita la sua filologia come accumulo di senso nei caratteri: cosa succede solitamente che possa essere usato linguisticamente per dire ‘come al solito’?, solitamente succede che le donne parlano, uso allora questa locuzione per indicare ‘come al solito’. Questa strofa in modo preverbale sembra avvisare quindi che li si annida una donna che parla, o anche che le donne parlano.

In cina oltre che parlare hanno fatto una cosa unica al mondo, hanno inventato una lingua scritta segreta comprensibile solo da loro, l’unica lingua di genere che esista al mondo, era un modo di combattere l’analfabetismo nel quale venivano tenute e di mantenere la comunicazione scritta o ricamata sui corredi tra madri e figlie lontane e la descrizione delle reciproche pene, come nel blues.

Questa lingua è la Nu Shu 女書 () shū ‘scrittura (o meglio stile) delle donne’. Una scrittura sinuosa e curva, mentre il cinese è a tratti e quadrato essendo scritto alle origini col calamo , la Nu Shu è nata invece dalle sinuosità del pennello. Una lingua scritta che ormai è in disuso, è stata combattuta anche da Mao durante il periodo della rivoluzione culturale perché segno di discriminazione che la nuova cina voleva superare, o almeno mostrare che stava superando, oggi è praticamente scomparsa ma sopravvive come oggetto strano di studio in qualche università.

La Pechino della poesia non è una metropoli, ma un paesaggio primordiale e argilloso, il vento scompagina le foglie dei pioppi che volano via come tavolette d’argilla. Intorno foreste e ombre silenziose, quelle dei primi uomini al loro primo apparire. Nella sezione I compaiono i caratteri 森 林 sono tre alberi seguiti da due alberi, significa foresta, sarebbe bastato in realtà solo il primo carattere, ma così la foresta diventa più tattile, si palpano con l’occhio gli alberi e si sente il profumo del sottobosco. Una scrittura di cose come i primi pittogrammi preistorici incisi sulle rocce o sui gusci di tartaruga, mi si forma nella mente un paesaggio mesopotamico modulato dalle analogie e dalle differenze tra le due lingue, sono entrambe le più vecchie del mondo, nascono nello stesso periodo più di cinquemila anni fa, l’una il cinese ancora parlata l’altra il cuneiforme ormai estinta. Hanno in comune il fatto di essere all’origine rappresentazioni pittoriche, entrambe non usano le linee curve , perché sono scritte con un calamo, per entrambe il cerchio è un quadrato.

Si muovono entrambe in questo paesaggio intriso d’acque arcaiche come tra i due fiumi fossili, si scavano denti, unghie e amigdale nel fango dei cormorani, questo mi riporta alla mente un’altra poetessa, la prima, lontana nel tempo e nello spazio. Il ciclo roteante delle stagioni, la natura del tempo mescolato con quella dello spazio, l’accadere delle donne come natura e antichità di parole che affondano la lingua nelle preistorie.

Una tavoletta sumera trovata a Ur del 2300 ac contiene una scritta che dice:

“La persona che scrisse questa tavoletta

Ho mio re

È Enheduanna

Ha creato qualcosa di nuovo

Che nessuno ha mai fatto prima.”

La cosa nuova mai fatta prima è la poesia, invece di scrivere sulle tavolette il solito numero delle mucche o delle misure di grano che si scambiano due città lontane, una persona che si presenta col proprio nome, la sacerdotessa Enheduanna figlia di Sargon intorno al 2300 ac, scrive degli inni religiosi, dando origine ad una pratica che continua tuttora, quella della poesia, è il primo autore conosciuto, che lascia una traccia di sé e del suo nome, nello stupore e nella consapevolezza di aver fatto qualcosa di assolutamente nuovo, che prima non c’era.

Scrivere come togliere il pensiero dal corpo, dai vincoli del corpo e della voce, dai limiti anche della morte per renderlo autonomo e per certi versi immortale.

Comunque è un uscire dalla natura per uscire dalla preistoria, e cominciare a lasciare tracce, questo accadimento viene raccontata in forma mitica nell’epopea sumera, e ha come catalizzatore sempre una donna. Nel poema di Gilgamesh, gli dei per contrastare questo re arrogante e violento, creano un suo doppio, Enkidu, l’uomo allo stato di natura, vive con gli animali, si abbevera con le gazzelle. Allo scopo di renderlo idoneo alla vita di città e poter conoscere Gilgamesh per sconfiggerlo, gli viene riservato un trattamento particolare, viene inviata da lui una prostituta esperta, dopo aver giaciuto con lei gli animali lo fuggono, non lo riconoscono più come qualcuno di loro, in qualche modo “ ha appreso la cultura” così gli rivela la donna, avviene qualcosa attraverso di lei che lo distacca completamente dal resto della natura, dal resto del creato e questo qualcosa che succede è ignoto. Una cosa nuova che segna il passaggio dalla preistoria alla vita civile di città, e per me, ogni volta che ci penso, è un inspiegabile mistero.

Separarsi dalla natura e non potere più ritornarvi per colpa di quel linguaggio che è nel limes tra le emozioni e il corpo, tra il pensiero e le cellule che lo generano.

Mi chiedo se il linguaggio sia una cosa appresa o è innato come un istinto.

Il sinologo B.Tchan Cheng ha scritto un libro sull’origine dei caratteri cinesi radicali dai gesti umani (‘L’écriture chinoise et le geste humaine’ – Parigi 1937 ) confrontandoli con i gesti degli indiani delle praterie americane.

Il carattere di erba ad esempio che ha questa forma è analogo ai gesti degli indiani d’america che con le due mani davanti al petto sollevano le dita a indicare l’erba, ancora, il segno di centro, di mezzo, in cinese è , gli indiani d’america con il linguaggio dei gesti fanno un cerchio con il pollice e l’indice di una mano, con l’indice dell’altra mano segnano la mezzeria, i due segni sono del tutto uguali. Dal momento che l’America sembra sia stata popolata dalle migrazioni attraverso lo stretto di Bering, mi sembra plausibile la comune radice preistorica, che sembra segnare il momento del distacco attraverso un segno, un carattere del linguaggio dalle altre forme più primitive e corporali di comunicazione come i gesti.

Penso sia proprio un instinto, quindi qualcosa di innato, che ci spinge ad usare il linguaggio in qualsiasi situazione. Da piccolo abitavo in un cortile, e mia nonna andava a trovare spesso la signora Maria, che era arrivata da poco dalla Sicilia, da Mazara del Vallo, mia nonna naturalmente parlava in dialetto lombardo, e la signora Maria in quello siciliano, erano due donne già anziane e con l’esperienza del mondo. Quando assistevo a questi impossibili colloqui spesso stuzzicavo mia nonna dicendogli :

“cosa vi siete detti?….cosa ti ha risposto?…, mi riassumi?..”, e lei sorrideva, perché tante parole sfuggivano dalla loro comprensione reciproca, forse la maggior parte, però c’era sempre un uso irrinunciabile del linguaggio che col tempo lo scavo e la fatica portava sempre ad una maggiore comprensione, e comunque si capivano anche per il suono della comune esperienza umana della guerra, della povertà e di un marito che a volte eccedeva con il vino, che poco a poco ha portato a stabilire una profonda comprensione linguistica in un linguaggio intermedio tra i due dialetti. D’altra parte, il padre di mia nonna è emigrato per tanti anni in America, come tanti altri, poi è tornato, in paese le donne della sua età avevano imparato a dirci ‘forball’ per indicare il gioco del pallone e ‘scrima’ per il gelato, mia nonna aveva col tempo assunto una duttilità plastica particolare nel modellare il linguaggio.

E forse il germe di questo si trova in generale nei mammiferi, quest’estate abbiamo adottato una famiglia di gatti, una mamma coi cuccioli nati nel cortile della scuola, che confina con la nostra casa, quanda ha fame la gatta viene da noi e miagola un suono acuto, noi allora riempiamo le ciotole, lei mangia, quando è sazia assaggia anche dalle ciotole dei piccoli, e solo allora emette un miagolio diverso, un suono più basso un’onda più lunga, a questo punto i quattro gattini indifferenti ai primi miagolii si affacciano alle sbarre del cancello e si avvicinano per mangiare. Una prima modellazione plastica del suono.

Un’ultima osservazione riguarda la traduzione, questa è sempre una sorta di accordo sindacale con l’autore, ad esempio il titolo della poesia letteralmente sarebbe “Notte d’autunno inoltrato a pechino” ,per me sarebbe bastato “L’autunno a Pechino” , il compromesso è “Notte d’autunno a Pechino”, che l’autunno sia inoltrato, in italiano e per il mio gusto, annulla la musicalità della frase annacquandola in un allungo, in cinese invece si aggiunge solo una sillaba e una maggiore informazione.

Il mio modo di procedere è quello di costruire per prima cosa una griglia dei caratteri con il significato principale e le possibili varianti. Poi si applica la grammatica che è sostanzialmente posizionale e prevede l’uso di particelle strutturali.

Quindi si arriva alla parte soggettiva che riguarda la scelta lessicale tra le varianti, e da ultimo l’adattamento al mio linguaggio e alla versificazione dell’italiano.

Per questi ultimi passi la traduzione è da considerarsi libera e non ha un valore filologico.

北京深秋的晚上

夜,漫过路灯的警戒线
去扑灭群星
风跟踪而来,震动了每一片杨树
发出潮水般的喧响

我们也去吧
去争夺天空
或者做一片小叶子
回应森林的歌唱

我不怕在你面前显得弱小
让高速的车阵
把城市的庄严挤垮吧
世界在你的肩后
有一个安全的空隙

车灯戳穿的夜
桔红色的地平线上
我们很孤寂
然而正是我单薄的影子
和你站在一起

当你仅仅是你
我仅仅是我的时候
我们争吵
我们和好
一对古怪的朋友

当你不再是你
我不再是我的时候
我们的手臂之间
没有熔点
没有缺口

假如没有你
假如不是异乡
微雨、落叶、足响

假如不必解释
假如不用设防
路柱、横线、交通棒

假如不见面
假如见面能遗忘
寂静、阴影、悠长

我感觉到:这一刻
正在慢慢消逝
成为往事
成为记忆
你闪耀不定的微笑
浮动在
一层层的泪水里

我感觉到:今夜和明夜
隔着长长的一生
心和心,要跋涉多少岁月
才能在世界那头相聚
我想请求你
站一站。路灯下
我只默默背过脸去

夜色在你身后合拢
你走向夜空
成为一个无解的迷
一颗冰凉的泪点
挂在“永恒”的脸上
躲在我残存的梦中

Notte d’autunno a Pechino

I

La notte straripa dal parapetto
tracima dappertutto oltre la linea di sicurezza dei lampioni
se ne va a soffocare una stella nella folla
il vento allora fa vibrare tutto
sbriciola i pioppi creando il muggito della marea

e noi ce ne andiamo come spari di fucile
ce ne andiamo a contenderci un paradiso vuoto
scrivendo sui piccoli frammenti di foglia
torneremo solo per rispondere al canto della foresta.

II

Non ho paura di essere viva
anche se allo specchio la mia immagine è debole
nè di cedere il cocchio predisposto alla battaglia
al funzionario dai troppo rossi orizzonti
per trafiggere le luci della sera
comunque
noi ospiti silenziosi
integre ombre inadeguate
in armonia
sulla punta dei piedi
rimaniamo qui.

III

Quando tu sei solo un po’ tu
i sarò solo un po’ del mio tempo
ci azzuffiamo
poi torniamo in armonia
in un eccentrico rispondere da innamorati
quando tu ancora una volta non sei tu
io ancora una volta non sarò un po’ del mio tempo
in mezzo alle mie braccia
non avrai un punto di fusione
né squarci.

IV

Suppongo come al solito non ci sarai
Suppongo che come al solito la colpa ti sarà straniera
una particella di pioggia sulle foglie basta al suono
suppongo che come al solito non sarà necessario spiegare
suppongo che come al solito non occorre edificare una torre di difesa
la strada è un pilastro orizzontale il traffico invadente
come al solito suppongo non vedi la faccia
come al solito suppongo incontri l’abilità di scordare
tranquillo silenzioso
ombra remota nei secoli.

V

Io percepisco una direzione a questo incidere
in corso di lento svanire fuori dal mondo
nel trasformarsi in cose passate
trasformarsi in pura memoria
tu splendi
non hai il sorriso del tranquillo
galleggiare sull’esistenza
su un piano d’acque
come una fodera rovesciata.

VI

Il colore della notte è chiunque sia totalmente rinchiuso in un corpo
è chiunque va verso la notte a lasciare un vuoto
ancora da trasformare nell’ entusiasmo incompreso
quello di lasciare impigliato il viso in faccia all’eterno
nascondendovi al centro i sogni dei sopravissuti.

Le fotografie e il ritratto di Shu Ting sono di Giancarlo Locarno.

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