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Maddalena si sveglia di colpo, è molto tardi e bisognava portare la bambina a scuola e doveva essere al lavoro già da diverse ore. Corre al telefono e telefona. Piangendo si giustifica, piangendo si scusa, è successo qualcosa di improcrastinabile, mille imprevisti congiunti, un’emergenza. Verifica che la Lori abbia pensato ad accompagnare Alice, andrà lei a prenderla all’uscita.
Tutto torna mica tanto piano al posto di prima. Ma è diventato grave e schiacciante.
Prova a parlarmi ed io non la sento. Riprova e mi invento qualcosa per calmarla nella penombra di cose; vorrei tranquillizzarla, certo, vorrei poterle dare pace e sonno, ordine.
Penso proprio ad un ordine: per me, per lei, per me.
Quando ci salutiamo, quando esce dalla porta nel cappotto di maglia con le sue mille borse ed un sorriso bambino, dopo l’abbraccio consueto e gli appuntamenti mi sembra che quell’ordine ci sarà.
E mi avvicino alle finestre, le pareti di vetro della grande casa inabitabile, sollevo pacchetti di fine tela bianca per guardare i campi.
Le arature sono terminate e in prospettiva si attaccano a jacquard ritagli scuri e più chiari (di un bel marron avrebbe detto la Curino). Niente sole, sono due o tre case a rifrangere la luce concessa, posti con granaio e galline. Si vedono bene gli orti a filarini verdi o biancolilla di cavolfiori, più spesso senza butti e disseminati di bastoni.
Qualcuno ha coperto di teli di plastica incolore le parti più delicate (suppongo) e i vasi di coccio rimangono accatastati ed in fila lungo il muro intonacato. Quei quattro cachi poveri a foglie ma grassi di frutta come aranci ricordano le palle di natali da poco finiti e ti costringono ad inventarti un nuovo sapore.
Sono le tre d’inverno, ora legale; tanta vastità prima delle alture del Baldo e tanto cielo qui, ora, grigio-infinito, non placano, non rispondono.
Bella la campagna quando ti inventava l’amore!
Spighe incendiate e tute rosse e mietitrebbie proprio verdi, tu camminavi e correvi per le stradine sterrate ed era dominio ingenuo di ogni pianta ( l’uva, le more, le pesche), ti arrampicavi e prendevi tutto ( piccole mele, marasche, ciliegie), ti inginocchiavi e trovavi fragoline.
Sui pozzetti di irrigazione hai scritto poesie chiedendo al mondo di non cambiare e ti sei lasciata penetrare, accarezzare a fondo, riscaldare, ed era un sole di mezzogiorno, era lì che scottava ma non sentivi niente male.
Nei boschetti di tassi e cornioli e noccioli, piccole querce e pioppi, tra le ortiche, i cardi e le rosespine ti sei persa cercando fiumiciattoli, impossibile salire pareti di fango inclinate come le sponde dei canali e così ti tagliavi le braccia, le mani e ti strappavi le magliette bianche.
Era tutto un cantare. Un lodeate.
Lodeate spirito del bosco e spirito del cane, spirito del giardino recintato e del monte pelato. Lodeate spirito del globo incendiato, delle nuvole basse e del fossato e spirito del vento forte, della pioggia fina, dell’asfalto rotto, del fico sbilenco, del coniglio, del prato e spirito delle strade bianche, della catasta, del profumo della paglia, dell’odore del letame, dello scatto del lampo, del grande temporale.
Lodeate spirito dell’estate.
Spirito della polenta, spirito della vendemmia, dell’essicatoio e del fiore giallo, spirito della luce che filtra dalle assi del granaio, del trattore, del grano, spirito della soia e della cimice, del capanno e del fagiano, spirito del passero e della lepre, spirito del sasso, del silenzio della cava ferma, del fossile scheggiato, delle cicale nel golfo mistico delle siepi, spirito della centoventisette, spirito della neve sulle zolle, dei depositi delle formiche, della biscia.
Spirito delle bacche di ginepro, lodeate spirito dell’inverno.
Era tutto un cantare. Bella la campagna quando aveva quella luce speciale.

Davanti alle vetrate, assorta, Gertude non risponde al telefono, non apre nessuna porta anche se suonano. Dà da mangiare alla sua cagna nera, che fa l’offesa e che si è fatta un’altra buca nel vaso dei gelsomini.
“E’ giorno fatto, e fra poco coglierò la sera. Non finisce come doveva e aspetto la notte perché l’ombra che scende dalle finestre profonde risparmi ogni sera il cuore nero dei miei occhi”.

Nota : nel testo, tradotte dall’autrice, si trovano, in ordine di apparizione, le seguenti poesie di Paul Eluard : La parole, L’unique, La grande maison inhabitable, Les hommes errants, L’ami, Les moutons, Avec tes yeux, L’égalitè des sexes. (tratte da “Capitale de la douleur”, ed. Gallimard, 1926)