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foto di Enzo Eric Toccaceli

Se si dovesse pensare a un unico cardine su cui far ruotare quella frenesia plurima che è l’inventiva linguistica di Jolanda Insana, credo che l’ossimoro possa essere annoverato come costante di una sorta di moto perpetuo che ne caratterizza l’intima sfrenatezza. L’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostamento di due termini in forte antitesi tra loro. A differenza della figura retorica dell’antitesi, i due termini sono spesso incompatibili. Si tratta di una combinazione scelta deliberatamente o comunque significativa, tale da creare un originale contrasto, ottenendo spesso sorprendenti effetti stilistici (wikipedia). È Jolanda stessa a svelarne apertamente la meccanica, definendo la sua scrittura “libertà, spudoratezze e coprolalie, in funzione di mascheramento protettivo, per troppo pudore del sentimento, per troppa tenerezza” (1). Troppo pudore sembra essere l’assunto da cui partono tutte le sue violazioni.Immagine in linea 1 Allo stesso controverso modo, l’invettiva sviando l’attenzione dalla pena, conferma la gravità dell’offesa, qualificandola nel dna di una parola del tutto nuova affinché ciò renda la misura esatta di una dolenza inaudita; tanto da essere bestemmiata per dissimularne l’insopportabilità. Lo slancio poetico di Jolanda Insana è così di frequente attraversato da una tentazione irresistibile: l’abuso dell’ossimoro. Jolanda Insana è “impigliata nell’intemperanza dello spasmo ossimorico” (2) quando amplifica la dizione con la violenza sfrenata della sottigliezza linguistica, partendo da un’ipersensibilità materiale del corpo che in luogo di ogni nervo, popola sfumature semantiche irriducibili e perciò estremamente precise. La poetessa viola perché tenerezza è stata violata. E l’ossimoro spicca dal suo stesso corpo, che è da dis-abitare, poiché tale convivenza è impossibile senza che il corpo rovente non arda la tenerezza di cui è portatore. Quindi che il corpo arda pure, ma da non morire prima di averne bestemmiato per filo e per segno, ogni singola ustione “chi sì forte ammaliò con i latrati della fame/ nell’ora della distrazione/ rovescia acque ardenti/ sulla mummia che non sono” (3). Chi ammaliò se non il corpo? Capace di latrati di fame. Ancora una volta il corpo dalla cui malia c’è da sottrarsi, per sopravvivere al travolgimento del continuo gioco del partecipare tra corpi: “equilibrista rischio la pelle sugli intrallazzi/ teatranti dell’anfitrionica grandezza del mio doppio/ e ricaccio nel suo buio la metà”(4). Jolanda parla esplicitante di un suo doppio infingardo. Il corpo, l’altro termine inammissibile dell’ossimoro che messo insieme alla poesia pare renda un’incompatibilità vivissima e fruttuosa. E che assona profondamente con una costante ossimorica della femminilità: quella del femminile materiale, in qualità di corpo femminile e quella del femminile etereo. Ancora oltre pare che l’ossimoro sdoppiatore riguardi anche la donna in quanto madre e figlia “ non lo amo ma non è una ragione per distruggerlo/ questo mio corpo incoerente mai sazio né beato/ e dunque lo allevo e lo tutelo come madre/ e lo rattoppo e strappo alle grinfie della figlia”(5). Unico è il corpo pulsante nella dicotomia femminile; nella poesia di Jolanda Insana ciò appare ossimoricamente evidente quando il corpo intrallazza alle spalle della poetessa, come se fosse solo quello e non colei che parla, ad avere dimestichezze mondane, a volere ricacciare nel suo buio la poetessa non con parole, che del corpo non sono la prerogativa evidente, ma con atti, suscitandole l’esigenza che la parola stessa diventi un atto di almeno pari prevaricazione. Una vera e propria colluttazione tra corpo e poesia in cui non c’è nulla di oscuro o di sottinteso. Insana muove “tra vizi e sfizi in pieno sole” (6) e alla parola, che nel suo dna confini l’illusione di una formula inalienabile replica “io che posseggo qualche parola non posso aprirla \e farla urlare perché mi incateni” (7) e perché questo non avvenga, ancora una volta vinta dall’ossimoro, lo fa, facendo uscire materialmente una parola che sgangheri il suo attributo ovvio lungo labirinti intestini. E lo fa come fosse uno scongiuro. Un fattucchierismo che delle oscure vie della magia nera ha ben poco se non la dissacrazione necessaria a una categoria mai classificata per dirsi donna. A quest’essere privo di categoria deve corrispondere tutta una rinomina delle immediate adiacenze e attraverso le adiacenze, un nuovo battesimo delle cose e del rapporto con le cose, in virtù di una sorta di ontologia corporale che in quanto atavica sa farsi riconosce solo dal lettore disposto allo smarrimento. Perché nella lettura dell’opera di Jolanda Insana bisognerà smarrire oltre che il proprio genere anche il proprio nome, bisognerà utilizzare il pro-nome che ci accomuni, per dirla con parole di Raimon Panikkar (8), che non significa necessariamente mettere il nostro io al posto di quello della poetessa, non si tratta di sostituirsi, ma di trovarsi comunemente in una poesia che si collochi prima di un genere o di un nome, seppure evidentemente dettata da un corpo femminile. Perché è chiaro che mai si tratta in questa scrittura di una postura prona in cui la poetessa viene agita da un’ortodossia che imponga l’illustrazione seppur originale di un genere. L’utilizzo della lingua avviene con una presunzione di alterità fattiva sul concetto di rispettabilità di ogni strumento “nullo confortamento nutrìca\ desianza \ (non ti nutricare di confortanza\ è finta pïetanza” (9). Se l’evoluzione vera, che è anche l’unica rivoluzione possibile, procede per estremismi, forse l’estremismo non edulcorato di questa poesia può dettare la regola di una lingua solo accidentalmente femminile; una lingua involontaria come la caduta di un corpo, in un genere anziché in un altro, fa accidentalmente la donna o l’uomo. Il questo caso la poetessa.

1. Jolanda Insana, Tutte le poesie, 1977-2006, Garzanti, Milano 2007, p. 577
2. Ivi, p. 575
3. Ivi, p. 221
4. Ivi, p. 308- 309
5. Ivi, p. 223
6. Ivi, p. 575
7. Ivi, p. 207
8. Raimon Panikkar, Lo spirito della parola, Bollati Boringhieri 2007, p. 96
9. Jolanda Insana, Tutte le poesie, 1977-2006, Garzanti, Milano 2007, p. 82