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“Maria! Tina! Zanze(Angela)! Rosina…“

I nomi risuonano allegri e veloci nel campiello ancora ombroso di prima mattina, la bionda, la morettina e quella sempre spettinata si beccano amorosamente tra loro come gallinelle, mentre le mani scorrono rapide a rastrellare sciami di perline multicolori nei vassoi sopra i grembiuli.

La più giovane scoppia a ridere ad ogni minimo pretesto, e quando comincia non la smette più; la decana disincantata la riprende con cipiglio severo: “ciò ti, ma par cossa ti te imboressi sempre!”

Poi, si scioglie in una risata silenziosa.

Nell’interno della stanza umida e oscura del pianterreno, la nonna sta seduta con gli occhi semichiusi, e copre 3 gatti con tre strati di ampie gonne.

Un bimbo con le gambette un po’ storte elude la sorveglianza materna e scappa veloce verso il canale, dove il fratello maggior lo aspetta per il quotidiano tuffo nell’acqua… allora liscia, e soprattutto non così inquinata come oggi.

E comincia il canto delle impiraresse…siamo nell’anno domini 1743…o nel 1887…o nel 1540…o nel 1631? chissà…

In questi giorni di torrido afflusso turistico per le calli e i ponti di Venezia, calpestati da migliaia di corpi sudati, nell’eco frastornante di cento lingue e dialetti diversi, mi balena agli occhi dell’immaginazione – quasi fosse un antidoto – una figura scomparsa, quella dell’impiraperle o impiraressa.

L’etimologia della parola deriva dal verbo “impirar”, che significa “infilare”; infatti queste donne infilavano le perline di vetro, prodotte nelle fornaci di Murano e più precisamente nelle “conterie”, dentro lunghi fili, sedute a gruppetti davanti alle loro case specialmente d’estate. Le impiraresse lavoravano sparse un po’ per tutta la città, ma era più facile vederle nel sestiere popolare di Castello, una delle sei parti in cui è diviso il centro storico di Venezia; oggi l’isola di S.Pietro di Castello è una zona solitaria e periferica, meno battuta dal turismo di massa. E’ un agglomerato di case molto antico, stretto intorno a S.Pietro, che fu la prima basilica della città, quando ancora S.Marco non aveva il ruolo di supremazia poi conquistato.

Negli anni Quaranta e all’inizio dei Cinquanta del secolo scorso, mio marito, allora bambino, potè ancora veder lavorare alcune impiraresse non lontano dal rio di Cannaregio; chiacchierando e spettegolando, con la tipica vivacità popolare e con un pizzico di malizia, cercavano di alleviare la monotonia e la fatica di un’attività pesante e scarsamente retribuita. Ognuna di loro teneva sulle ginocchia un vassoio di legno colmo di perline, e vi affondava dentro, velocemente e in modo ritmico, un ventaglio composto di aghi (da 40 a 60), da cui si dipartivano lunghi fili di lino. Lavoravano a cottimo; un’intermediaria, detta “mistra”, distribuiva a un gruppo di impiraperle un cassone di legno con il materiale, pesante circa un quintale; il lavoro compiuto da ciascuna, e commissionato in fili di lunghezza prestabilita, uniti tra loro alla testa, veniva accuratamente pesato prima e dopo dalla mistra.

Un’attività del genere poteva essere svolta con un minimo di vantaggio economico solo dalle più giovani, attente e pazienti; quando la vista cominciava a declinare e la famiglia esigeva sempre più tempo ed energie, aumentando il numero dei figli, non valeva più la pena affannarsi per meno di niente. Le impiraresse erano quindi, per lo più, giovani in attesa di sposarsi, ansiose di farsi una piccola dote e di contribuire alle spese di casa; dopo il matrimonio, un po’ alla volta smettevano, assorbite da un lavoro domestico sfiancante.

Per diversi secoli, dal Millequattrocento o forse prima, fino alla prima metà del Novecento, questa attività impiegò milioni di giovani donne a Venezia; nonostante la fatica e l’attenzione, non appena erano in grado di svolgerlo scorrevolmente, come in un meccanismo ben oliato, animavano le calli e i campielli con le loro risate, le confidenze reciproche, le piccanti osservazioni sui passanti, i pettegolezzi sui vicini; cantavano, anche.

Ecco una loro canzone, censita nel sito “Il deposito”, specializzato in canzoni politiche e di protesta, che la attribuisce agli anni ’70, ma penso sia stata composta in precedenza e messa per iscritto solo allora, in quanto ormai ben poche dovevano essere le impiraperle in quel periodo. E’ interessante osservare gli umori ribelli di questa categoria di lavoratrici, o di parte di loro, nell’ultima fase della loro attività.

Semo tute impiraresse
semo qua de vita piene
tuto fògo ne le vene
core sangue venessiàn.
No xè gnente che ne tegna
quando furie diventèmo,
semo done che impiremo
e chi impira gà ragion.
se lavora tuto il giorno
come macchine viventi
ma par far astussie e stenti
tra mille umiliasiòn
semo fìe che consuma
dela vita i più bei anni
per un pochi de schei
che no basta par magnar
Anca le sessole(1) pol dirlo
quante lagrime che femo,
ogni perla che impiremo
xè na giossa de suòr.
per noialtre poverette
altro no ne resta
che sbasàr sempre la testa
al siensio e a lavorar
Se se tase i ne maltrata
e se stufe se lagnemo
come ladre se vedemo
a cassar drento in preson
Anca le mistra che vorave
tuto quanto magnar lore
co la sessola a’ ste siore
su desfemoghe el cocòn(2)!
Oggi, quasi tutto il loro lavoro viene eseguito meccanicamente; rimangono poche artigiane che seguono opere personali e creative con perline, nelle loro piccole boutiques.

Il metodo di produzione delle perline stesse, invece, non è cambiato; derivano dalla pasta vitrea incandescente, che i maestri vetrai tirano a mano in lunghissime canne sottili, tagliate poi in tubicini, selezionate, tagliate nuovamente, mischiate a sabbia, calce e carbone perchè non si chiuda il loro condotto interno, fatte ruotare, cotte di nuovo e infine lustrate.

Nei secoli passati, si faceva di tutto con le perline: vestiti sfarzosi, collane, orecchini, bottoni, ombrellini, borse, cinture; tutto il mondo le richiedeva, e venivano esportate in Europa, in Oriente, in Africa. In America, anche, dove gli indiani nativi impararono ad usarle con effetti artistici particolari, così come era già accaduto in Africa. In ambedue questi continenti, le perline di vetro potevano essere un modo per ingraziarsi le popolazioni locali, affascinate da questo piccolo grande tesoro lucente: a volte, ne bastava una manciata per salvare la vita ad un esploratore oppure a un missionario.

Diverse popolazioni le usarono in passato come monete, al pari delle conchiglie o di altri materiali rari.

Oggi, le signore della terza età, o anche più giovani, frequentano appositi corsi per imparare a confezionare bigiotteria o complicati fiori con le perline. Che non vengono, però, disdegnate dai signori della moda, che le usano per ottenere effetti folk anni 70, oppure più raffinate geometrie notturne. Le applicazioni di perline possono sottolineare il lato sexy dell’abito o quello ingenuo; lussuose o sobrie, tribali oppure orienteggianti, spaziali o retro, le perline hanno mille anime e non passano mai di moda.

Eppure, una tenerezza e uno struggimento particolari mi prendono, quando penso a tutte quelle ragazze che non ho mai visto, ma che per secoli hanno unito le loro fresche voci e insieme hanno fatto danzare le mani sopra questo materiale luccicante, simile a una mobile sabbia fatta di granelli rossi, blu, gialli, azzurri…lucente come le loro trecce, che presto sarebbero sbiadite, come i loro occhi furbi o ingenui, come le loro speranze, che presto si sarebbero sfilacciate sotto l’urto della cruda realtà di ogni giorno.

(1) pala di legno per svuotare le barche

(2) chignon