Tag

,


Domenica 7 agosto 2011 alle 18.30, presso la Sala della Gran Guardia nella Porta a Mare di Portoferraio, Isola d’Elba (LI), si inaugura MAELSTRÖM, una mostra di dipinti di Maria Cristina Sammarco.

Il maelström è un gorgo particolarmente insidioso che viene generato dall’andamento delle maree al largo della costa norvegese. La letteratura dell’Ottocento (in particolare gli scritti di Edgar Allan Poe e di Jules Verne) ha reso noto questo fenomeno esaltandone a dismisura il potere di attrazione e trascinamento, la capacità di risucchiare qualsiasi cosa e di farla sprofondare al suo interno.
Nella pittura di Maria Cristina Sammarco, il maelström perde quasi completamente il suo aspetto minaccioso e abissale, ma conserva quell’intensità vorticosa e totalizzante che ha affascinato gli scrittori romantici. Soprattutto però il gorgo rappresenta per la giovane pittrice una manifestazione emblematica della forza evocativa del mare: della facoltà di addensare massicciamente la luce, o di rarefarla sino a renderla polverosa, divenendo in entrambi i casi un artefice immancabile di sentimenti.
Embrionalmente astratta ma mai del tutto priva di un rimando figurativo, la pittura di Cristina Sammarco vive di grumi di colori e umori, di cristallizzazioni immerse in situazioni fluide, in contesti liquidi e movimentati che hanno l’aspetto inconfondibile del mare.       

Prima di scrivere questo testo, al fine di chiarirmi le idee sul titolo scelto da Maria Cristina Sammarco per il libro che documenta il suo lavoro pittorico, mi è sembrato opportuno leggere i racconti e i romanzi ottocenteschi nei quali si parla del maelström. Terminata la lettura, ho capito che mi stavo inoltrando su di una strada sbagliata. Col gorgo evocato da Edgar Allan Poe, Emilio Salgari e Jules Verne nei loro scritti – quel vortice che effettivamente si manifesta al largo della costa norvegese a causa di un particolare andamento delle maree – le opere di Cristina hanno poco a che fare. Nei dipinti pubblicati in questo volume è assente soprattutto l’atmosfera che Poe definisce “folle e sbalorditiva”, la mescolanza tra il terribile e il grandioso, tra l’orrendo e il sublime, dalla quale gli scrittori di fine ‘800 erano così attratti e di cui andavano in cerca nel mar di Norvegia. C’è invece un rimando alle dinamiche fisiche che caratterizzano quel fenomeno naturale, riviste però in una luce metaforica. 
Il maelström, per come mi sembra lo percepisca Cristina, è un modo inesorabile di andare a fondo: è un precipizio indispensabile, temerario ma virtuoso; trasferendo il discorso sul piano psicologico, è interiorità allo stato puro, immersione nel proprio io più remoto. Il maelström è inoltre il mare al suo apice: il mare come dimensione totalizzante e unica, ma non ultima; forse in questo caso potremmo richiamarci di nuovo a Poe, alla sua ipotesi che il vortice fosse un transito verso l’altrove, “un ponte tra il tempo e l’eternità”.
Da quanto ho scritto finora, si deve dedurre che le opere di Cristina si relazionano con l’interiorità e il mare, ma devo aggiungere che ciò avviene in modo meno lineare di quanto appaia. Nei dipinti il mare è presente in maniera il più delle volte esplicita, altre volte implicita, comunque e sempre indubbia: ma non è il loro soggetto. Se c’è qualcosa che queste opere intendono rappresentare è piuttosto una forma di intimità con sé stessi, uno sprofondamento nel proprio io che riesce a non farsi abissale, una condensazione di sentimenti che solo in alcuni casi ha un aspetto cristallizzato, salino, mentre di solito permane in uno stato fluido, liquido. Il mare, nella pittura di Cristina, è all’incirca un filtro, un ambito in grado di distillare gli stati di grazia, di permettere che la vita raggiunga il suo zenit. Perché e come tutto ciò avvenga, e perché accada lì, in prossimità del mare, i dipinti non lo dicono: parte del loro fascino sta proprio nell’essere eloquenti ma allo stesso tempo sottilmente sfuggenti. Così intrinsecamente, riservatamente inafferrabili, e insieme capaci di interpellare chi li guarda, da rammentarmi il bel titolo di un romanzo di Fruttero & Lucentini, Enigma in luogo di mare.
Manco a dirlo, neppure quel libro, titolo a parte, ha molto a che fare con la pittura di Cristina. Un romanzo che credo invece c’entri eccome, in un modo però anch’esso intrinseco e sfuggente, è Gita al faro di Virginia Woolf. Chi l’ha letto ricorderà forse il personaggio di Lily Briscoe: una pittrice che, nella terza e ultima parte del racconto, si trova in riva al mare, alle prese con il ritratto di una figura amata e da poco scomparsa. Come Cézanne, espressamente citato nel testo, e come la stessa Woolf, di cui è una trasposizione letteraria, Lily è convinta che “la natura è all’interno”. E forse – aggiungo io invertendo i termini del discorso – che l’interno è come la natura, che l’interiorità può essere rappresentata come un paesaggio. Per questa ragione, il compimento del ritratto, che coincide con il termine del romanzo, avviene miracolosamente, “con i verdi, gli azzurri, le linee che corrono in alto e di traverso, la volontà di qualcosa.” In fondo anche un miracolo, ha scritto altrove la Woolf, “perché avvenga, bisogna volerlo, bisogna cercarlo.”  
Sembra che Picasso, all’apice del genio e della tracotanza, abbia detto di sé: “io non cerco, trovo”. Nel mio piccolo invece io continuo a credere che l’arte abbia valore quando cerca di ri-trovare qualcosa: nel caso di queste opere, dei “momenti d’essere”, come li chiama la Woolf, degli attimi di pienezza precipitati vorticosamente in pittura.

Roberto Borghi

Maria Cristina Sammarco è nata a Parigi nel 1977. Vive e lavora in Italia.
È laureata in Ingegneria Gestionale al Politecnico e in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano.
Tra le sue più recenti collettive ricordiamo Sul filo della lana, a cura di Philippe Daverio, Museo del Territorio, Biella 2005; L’acqua, la Natura e le Donne, Galleria Arte in Movimento, Sarzana (LS); Sfera Celeste, Galleria Obraz, Milano 2010; Equilibrio, DegliZingari Gallery, Roma 2010; Circuiti dinamici, galleria StatArt, Milano 2011.