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C’è sempre, sempre
c’è una specie di tristezza sul fondo delle cose
a pensarci,
persino questi piccoli che strillano
per la fame chiamando le madri
sono diminuiti di numero
e vedi un corvo che vola lì accanto,
forse li ha presi il corvo forse un’altra sventura
ma sui sampietrini deserti, per lungo tempo
ci sei solo tu a guardare intorno,
e sai benissimo che la cosa non si rivelerà
ma menti, ci speri fino all’ultima pietra,
rifacendo il percorso all’inverso,
scavando,
ti riempi gli occhi di niente.

                              [testo da, titolo ipotetico, “Ciottoli del Tresa”]


Per illustrare queste poesie di Angela Sias  ho scelto il quadro di Schiele  “Casa con panni ad asciugare” e non perché questa casa presumibilmente, come in altri analoghi quadri di case e paesaggio di Schiele, è sul fiume Moldava, e diversi testi di Angela qui presentati sono “ciottoli del Tresa”, né per il fatto che i “panni ad asciugare” possano richiamare una poetica al femminile che qui non è, o almeno non in modo specifico,

ma perché la poesia di Angela, analogamente a questo dipinto di tratti e piccoli riquadri fitti assieme, è fatta di segmenti quotidiani, con lemmi come finestre, muri, centimetri, doghe non più convesse, pietre, promesse, ciottoli, bioccoli, perifrasi, scrivanie, comodini …, rappresentati nei versi con un linguaggio altrettanto quotidiano,  solido, preciso e maturo, partecipe e onesto rispetto a quello che sostiene, epperciò senza fronzoli o impennate forzose (inutili e costose sul piano della resa poetica).

La parola di queste poesie ci dice che l’incontro con l’altro, compreso il lettore,  può anche essere schermato o trattenuto, magari per pudore (e in questi testi avviene), ma al di là del vetro, al di là del “collo di bottiglia” che deforma (come deformate solo le doghe “non più convesse” per il peso dei corpi anche piccoli, poi “caduti”), necessario per stemperare o almeno distribuire quella “tristezza di fondo”, quel “riempirsi gli occhi di niente”, distribuire quel “sempre, sempre”, iterato, ripreso e permeato, così nostro (chiamato dai piccoli alle madri), trasmesso, indefinito.



Diario senza perifrasi

Si potrebbero contare i centimetri
del perimetro di questa stanza
di cui conosco i dati a memoria:
14 metri, misura standard,
per imprimersi meglio i dettagli,
mentre solcano piccoli aerei,
biposti turistici dai cieli di Agno,
e accenti tedeschi dal giardino di fronte
rastrelli, spara foglie – e campane
chiamanti a una messa cui non andrò –
stamattina –
in sordina, silenzio, devo contare e guardare il
bianco e la lama di sole,
come essi incidano sulle misure e quanta
misura ci sia in una stanza.
No – no – no – dice l’uomo dall’accento
lombardo, parla con la tedesca, si accordano
sulla carriola e a che ora mai parta l’irrigazione –
la fissa notturna dell’acqua –
quotidiana,
mentre arrivo al comò, tutto bianco
scrivania comodini e l’armadio
tutto bianco, pareti, persino il televisore
vecchia valvola, da buttare.

Questo letto, la pelle e la pagina,

adesso non puoi tagliare … la terra … i rami che
avanzano, vedi, non puoi tagliare … se trovo
qualcuno che mi dà il coso … (così,
senza perifrasi), è stata la grandine -.
La voce del prete riesce a raggiungermi dalla piazza
– invasive tecnologie, cori bianchi.
– il noce è kaputt! – germanismi, e siede
alla destra del padre, abbi pietà di noi, gesù cristo
l’altissimo. Conto:
otto travi in castagno trasversali
al soffitto, ovunque candore e un luglio a metà,
una domenica pure piuttosto fresca,
pallida, la bambina mi saluta, se ne va.

NUOVO ED INERZIA
(da “Transiti” inedito)

Questo il letto,
un po’ cavo dalla mia parte
essendo le doghe non più convesse:
rimbalzavano corpi bambini
e cadevano a terra.

Mio figlio è un ’92, anno in cui
rovinarono il materasso
sfregiandolo
contro le pietre, nel trasloco.

Da tempo seguo
le promozioni in TV
e per il momento dormo male.

REINTEGRAZIONI NEI RUOLI AGOSTANE …
(da “Transiti” inedito)

A volte manchi
il vano di una finestra,
e acclami la cosa tòrta
a quest’apologia d’esistere,
in nome di Dio e ai chiodi
dei venerdì di ogni giorno
quando senti: wroam wroam
con accento locale,
tre metri” sotto il davanzale –
ciao bella!
E dopo dei convenevoli:
diglielo a l’Aldo
che con le donne ho chiuso
ma con le moto no,
che le donne
possono andare tutte a fare in culo.
(l’ebreo errante che sul finale
casca e rimpalla).

La vita in un vetro (da “Schizzi” edito)

Di tante promesse,
una quasi filosofia
di come tu menti
è vero solo a metà.

Dall’altra
il collo di un vetro
e qualunque bugia
per rimetterci in pari e difenderci.

Comunque noi – ieri e oggi,
il perdono ci è dato.
In trasparenza
siamo liberi.

Vite (da “Schizzi” edito)

Se ho vissuto per sbaglio,
amore
è cosa fatta.
I muri hanno sortito gli anni e la calce
le scarpe sollevano i bioccoli
e noi abbiamo imparato a scrollarci.

In fondo di questo si tratta:
un alzarsi e un rifarsi –
della polvere.

*

A pensarci
dà un certo sollievo
se a un buongiorno,
a lasciarlo sfuggire libero e vivo
da labbra contratte
basta un incontro a caso
lungo itinerari e abitudini
anche se poi voltiamo la faccia
e al massimo
commentiamo la neve sui monti
e che a noi ci stimola il freddo.
Ci conosciamo poco,
dà sicurezza vederci
da lontano, peso al cammino.

Affondo più giù
le mani nelle tasche,
a chi mi chiede se ho visto un cane
offro un’ipotesi,
per ognuno un identikit,
a una tesa di feltro
agli occhi bassi in replica ai miei
ai tratti in comune.

(altri testi da, titolo ipotetico, “Ciottoli del Tresa”)

Lo vedo che non vuol parlare,
neanche salutare, ma le solitudini si cercano,
si riconoscono, appena voltato l’angolo appare
la punta
della scarpa, uno svolazzo rosa di una manica
e poi si fa avanti il corpo con le sue prominenze
e infine per intero, ed eccoci
abbiamo capito in un lampo
qual è la cosa giusta:
spiarsi con la coda dell’occhio:
so chi sei, dove vai, cosa non vuoi.

*

Quando la guardo in faccia,
cerco gli occhi: ma vedo i capelli raccolti, la fronte scoperta,
che non è tanto bella ma è giovane e porta due cocker al guinzaglio.
Tiene le palpebre abbassate e tira i cani che si allargano,
non guarda nemmeno loro, agisce per abitudine,
è l’uso che fa dei suoi giorni
come me, privata della luce viva delle pupille,
guardo ciò che rimane.

*

Si vede da qui qualcosa
che vibra in lontananza,
ci saranno barriere naturali e umane
che ti impediranno la vista
ma tu sai che sta arrivando
che dopo l’ansa del muro di recinzione,
si apriranno gli spazi
e te lo troverai davanti
nella sua completezza: un uomo in bicicletta
camicia nera, pantaloni neri,
uno straniero, l’hai sentito parlare al telefonino:
uno slavo, un rumeno.
Potrebbe avere trent’anni,
potrebbe avere una vita, da qualche parte
ma se lo ingoia il vento.

*