Ho conosciuto Valentino Zeichen qualche settimana fa, in occasione dell’incontro con i finalisti del Premio letterario Raffaello Brignetti Isola d’Elba. La prima impressione che ho avuto è stata quella di trovarmi davanti ad un poeta puro, ad una persona cioè lontana anni luce dallo star-system intellettuale ed editoriale, sinceramente e onestamente interessata soltanto alla poesia.

La percezione di ingenuità che può ispirare a prima vista è però immediatamente smentita dai contenuti –e dalla forma- dei suoi interventi perché, appena prende la parola, si capisce immediatamente che è un uomo profondamente colto e profondamente sensibile.

L’apparente eccentricità  del personaggio –calza sempre sandali, anche d’inverno, fuorché quando va a Milano, perché là, afferma, la prima cosa che ti guardano quando scendi dal treno, sono le scarpe che indossi; porta con sé non già borse di pelle ma modesti sacchetti da spesa- è in realtà la sua originale reazione ad un mondo mercificato, omologato, dove anche l’arte, come tutto, è in vendita.

A questa realtà, Zeichen oppone il suo canto personale di libertà e di lirismo, la sua attenzione agli aspetti meno appariscenti di quel che lo circonda, ma anche la denuncia sociale e le note malinconiche e lucide sulla condizione esistenziale di ogni creatura umana, sempre sul filo dell’ironia sottile, mai sfacciata.

La mira dell’artista/deve essere/superiore/a quella dell’arciere/poiché punta all’infinito.

 

Quanti molti sono tenuti/in vita dal denaro,/io, che non ne posseggo,/trovo un ripiego nei principi.

 

 Mi baci la schiena?Poiché alle spalle mordono gli addii

 

da Aforismi d’autunno Ed.Fazi

 

MGC

Intervista  a Valentino Zeichen di Luigia Sorrentino

Valentino Zeichen, uno dei più raffinati poeti contemporanei italiani, racconta la sua “pagina di storia”. Era ancora bambino quando alla fine della Seconda guerra mondiale con l’esodo massiccio degli Italiani d’Istria lasciò Fiume, la città dove è nato, per trasferirsi con la famiglia a Roma, dove tuttora vive.

Nel 1986 a Ortona incontrai per la prima volta la poesia dall’ironia tagliente di Valentino Zeichen. La poesia era ‘Crimini’: “Se gli assassini del sentimento/avessero la mira infallibile/gli amanti sorpresi patirebbero/anche nell’aldilà un/perpetuo e inconoscibile affanno;/ma essendo errato il puntamento,/i colpi destinati al cuore/deviano in fortuita traettoria/colpendo l’elevato osservatorio della testa./Lì i proiettili producono dei fori/non dissimili da piccoli oblò/attraverso cui penetra la luce,/sorella al lume della ragione:/che diffonde ponderati dubbi/e dirada i fumi della passione.”
Tu, però, avevi già pubblicato diversi libri di poesie: Area di rigore (1974), Ricreazione (1979), Pagine di gloria, (1983) e il romanzo, Tana per tutti (1983).
E’ vero. Il nostro primo incontro è stato a quella lettura di poesie, a Ortona. Eravamo io, tu e Milo De Angelis. Lì nacque, anche, dall’antipatia che avevo per De Angelis, (eravamo antitetici e antipatici reciprocamente), un sentimento di amicizia tra me e De Angelis. Tu eri una specie di donna della poesia. Donna esaltata dalla poesia. Pensavo che tu potessi diventare una specie di vestale della mia casa.

Io cercavo dei poeti e allora venni a vivere a Roma che era una città bellissima. Tu mi dicevi: ‘Tieniti lontana dalla mediocrità. Stai attenta ai falsi poeti.’ Oggi finalmente posso chiederti: chi sono ‘i falsi poeti’?
Mah!. In quel caso, ero io!
Parliamo di “Area di rigore”, il tuo primo libro di poesie uscito nel 1974. Una voce poetica ricca di slanci di umorismo, ma anche intrisa di malinconie. Una voce non paragonabile a quella di nessun altro poeta. Tu usi l’ironia come paravento linguistico?
Uso l’ironia per esprimere parvenze di pensiero. L’ironia, infatti, modifica il pensiero e lo orienta in un certo modo. Non è una copertura. Per me l’ironia è uno strumento d’attacco, uno strumento di pensiero, perchè aiuta a pensare. L’ironia è anche modalità critica del pensiero… per irridere, per offendere qualcosa di un pensiero avverso. L’ironia è anche un modo di criticare determinati sistemi di pensiero non veri, non sinceri.
Nella tua opera poetica oltre all’ironia anche ‘la Romanità’ riveste un’importanza assoluta. Penso, ad esempio, a ‘Pagine di gloria’, del 1983, e alla poesia ‘Mausoleo di Augusto’ che introduce quella raccolta di versi . In quella poesia la Romanità era vista da te proprio come una ‘pagina di gloria’. Poi, nel 2000, esce ‘Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio’ e ritorna anche, a pagina 36, la poesia ‘Mausoleo di Augusto’. Una poesia però completamente diversa da quella che apriva la raccolta del 1983. Una poesia che nella nuova versione registra un cambiamento totale della tua visione di Roma. Cos’era successo?
E’ successo che avevo iniziato ad avere una visione più chiara, più nitida, di quella che è la Romanità. Oggi penso che la Romanità non appartiene a Roma. Infatti in molte mie poesie parlo di ‘deitalianizzazione della Romanità’. Deitalianizzare la Romanità significa capire che Roma non era solo a Roma. Roma era in Gallia, nei Balcani, sul Danubio, ma anche in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna… Questo naturalmente accadeva soprattutto durante il periodo dell’Impero Romano. Gli imperatori, come sai, erano militari, giravano molto. Ecco perchè Roma stava altrove. Ed è proprio questo essere altrove la grandezza di una civiltà. Ecco perché secondo me Roma è qualcosa che travalica l’italianità. Non c’entra niente l’Italia con Roma. Roma è patrimonio di altri popoli che hanno nel loro DNA l’eredità romana. Capisco infatti i rumeni che vengono a Roma e dicono “Siamo romani”. Hanno ragione. Noi siamo romani, siamo discendenti di Roma. Questa
è la grande idea, il primo modello di democrazia. Roma, quindi, è la democrazia, la democrazia imperiale. Però è anche una democrazia dove ciascuno può fare qualcosa per migliorarsi. Roma è anche la città in cui se una persona lavora può guadagnarsi la ricchezza con la propria professione. Questa è la democrazia. Ma sai… io ho scritto ‘Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio’ perchè una donna mi ha lasciato. E’ stata una ferita d’amore che mi ha reso così ‘mortalmente ferito’…
Era la tua donna da molti anni?
E’ stata con me un paio d’anni. Poi s’è stufata perchè non sapevo decidermi e mi ha abbandonato. E allora io sono morto. E adesso? Ho il feretro, la corona… Tutto è pronto! E non c’è la sepoltura. Non mi seppelliscono però sono morto. Eh… si muore, d’amore, sai?
Torniamo alla poesia. Altri due libri importanti sono stati “Gibilterra” e “Metafisica tascabile”. Che cosa puoi dire di questi due libri che hanno poi consacrato la tua scrittura?
Non posso dire niente perchè non me ne occupo…
E’ l’effetto dello scorrere del tempo?
Penso di sì.
Che effetto fa?
Nessun effetto. Si va verso la morte… Cioè questa banca del tempo che inizialmente dà un prestito senza limiti e alla fine ritira gli interessi… Ma tu volevi sapere di ‘Gibilterra’… Ho scritto un libro sulle armi. sulla tecnica. Ho scritto un libro che nessuno avrebbe scritto, che mi ha creato una situazione intorno di totale inimicizia, presa di distanza… Però non mi è importato niente. L’ho sopportato.
Dici questo perchè ti ha collocato questo libro, in qualche maniera?
“Si, mi ha collocato. Tutti hanno pensato che fosse un libro, e forse lo è, un libro da parte dei vinti. Ma non è un libro sull’ideologia, è un libro sulla tecnica, sugli episodi bellici. E’ un libro di poesie sulla tecnica prendendo spunto da episodi bellici. Ho scritto un libro difficile che nessuno avrebbe scritto. Ma io mi sono permesso di scriverlo.
E invece? ‘Metafisica tascabile’?
‘Metafisica tascabile’ è ‘un retour à l’ordre’, il ritorno all’ironia, al gioco, alla parodia. E’ un libro che scherza, che parla d’amore, che ha tantissimi motivi, anche alcuni motivi civili. Perchè per me la poesia che scrivo, non tutta però, è poesia civile. Io sono per il nucleare, contro i detersivi, contro gli shampoo, contro un’infinità di altre piccole cose. Contro i cibi, contro ‘la nouvelle cousine’, per dire, ma questo poi l’ho fatto perchè sono passato a fare il commediografo e quindi l’ho anche rappresentata. Però come poeta civile sono per il nucleare e contro i combustibili fossili. Contro il dominio delle sette sorelle, otto. Tra cui anche la nostra Eni per quel che riguarda il consumo dei combustibili fossili che secondo me sono una delle ragioni dell’inquinamento e anche contro i viaggi, per esempio. Infatti, in qualche poesia che adesso non ricordo, io dico ‘restiamo al nostro posto’, non muoviamoci più, non facciamo più
viaggi, non andiamo più in crociera, non perendiamo più aeroplani perchè l’ozono, cioè i resideui dei combustibili fossili del kerosene che gli aerei rilasciano alle alte quote sono assolutamente pericolosi, mortali. Quindi questo significa anche la fine dell’aviazione civile, o perlomeno la sua ibernazione, però tutti vogliono viaggiare, vogliono spostarsi, e questo è davvero nefasto!

Neomarziale’ esce nel 2006 con Mondadori. Ed è il tuo ultimo libro di poesie. Qui abbiamo uno Zeichen che si paragona a Marziale e ad un certo punto parla dei ‘neoromani’. Chi sono i ‘neoromani’?
I neoromani sono persone che vengono da fuori, da altrove e sono le persone più degne di stare a Roma. I neoromani hanno una visione, un amore, un’attenzione, anche una sorta di sentimento, di languore, verso la città, di patimento, di compassione, anche per tutto ciò che evidentemente viene fatto alla Bellezza di questa città, che poi spesso sono le rovine. Io ho un profondo rispetto per i neoromani che amano Roma. Dai Goethe, ai James, ai preraffaelliti, a tutti i pittori, a tutti quelli che sono passati per Roma e che sono venuti a Roma con devozione, con un amore reverenziale. Noi siamo tutti stranieri a Roma perchè Roma è stata fatta dagli stranieri. Sono gli stranieri che fanno Roma e che l’hanno fatta. Quelli che venivano da altre, lontane civiltà che hanno servito Roma. Quindi Roma non è dei romani, ma di coloro che l’hanno servita, che l’hanno capita. Roma storicamente è qualcosa che appartiene al patrimonio mondiale.
Tu con la tua famiglia arrivaste a Roma da Fiume. Come ricordi quella pagina della tua vita?
Io avevo 7 anni. E’ una pagina drammatica. Era la guerra, la fine della guerra quindi grandi sconvolgimenti… fame, fame, soprattutto fame, tanta fame. Infatti io mangio poco perchè sono abituato alla fame. Ho perso mia madre quando avevo 8 anni e questo ha pesato in qualche modo nell’economia della mia vita. Mio padre era un giardiniere tecnico. Inizialmente da Fiume ci spostammo a Salsomaggiore perché c’erano terme e giardini. Ma c’erano troppi comunisti, quindi ci spostammo a Parma, ma anche lì era impossibile per lui lavorare, ci dicevano che eravamo fascisti. E allora siamo venuti a Roma.
… tu che cammini con i sandali del francescano…
Non sono sandali da francescano, prego. Sono sandali con plantare incorporato. Sandali svizzeri… marca Balì.
Abiti sempre sulla via Flaminia, in quella che un tempo definivi “una baracca”?
Beh, grossomodo lo è, anche se ora l’ho un po’ ingrandita.
Ma tu ci sei stata, no?
Si, molti anni fa.
E’ la tua casa?
Non è la mia casa! Mi possono mandare via da lì, giustamente, quando vogliono…
Ma lo dicevi anche più di 20 anni fa…
(Zeichen ride)
Non ti mandano via perchè quella è la tua casa! Non la consideri la tua casa?
No.
C’è un motivo particolare?
Non lo è oggettivamente.
Sei un uomo felice?
Io? Come sono d’aspetto?
A me sembri una persona che ha combattuto tutta la vita e che poi ha trovato un proprio equilibrio…
Si… è il minimo…
Alla fine…
Certo… si, combattere… quello sempre…
… hai sposato una cosa sola: la poesia
Non soltanto quella! Ho sposato la mondanità per esempio. Un periodo di mondanità. Tanti pranzi, cene… Sennò di che cosa si scrive? Io scrivo delle persone che ho conosciuto, dei posti in cui sono stato invitato, delle conversazioni. La conversazione è importante. Una società che conversa è una società evoluta.

La poesia e lo spirito luigiasorrentino su settembre 25, 2008

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Un dandy, un flaneur, un neo liberty, un francescano, un neoclassico beffardo, un Gozzano dopo la scuola di Francoforte, un asburgico a Roma, Valentino Zeichen è un poeta che attrae da subito perché sembra una figura d’altri tempi e che conquista per la bellezza di versi che sono solidamente, densamente radicati nella contemporaneità e nelle sue contraddizioni.
http://www.fazieditore.it
Il poeta profugo, il dandy baraccato, il Lord Brummel della miseria urbana scava a cuore aperto nella radice storico-biografica del suo mito; racconta la sua odissea di sradicato ed esule in patria.
www.radio.rai.it

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“Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio” – Fazi editore  –

E’ uno dei più sorprendenti libri di poesia pubblicati in Italia in questi anni. Un libro unitario, sorretto da un’idea di fondo che lo innerva pagina dopo pagina, poesia dopo poesia, invenzione dopo invenzione, arguzia dopo arguzia. Roma e la “ROMANItà” nei secoli, Roma e quanto sopravvive di Roma, Roma come appare a chi – pellegrino, viandante o turista – vi capiti oggi, Roma e la sua immagine bifronte, antica e moderna, accogliente e crudele, struggente e carica di una bellezza malinconica e troppo piena. Valentino Zeichen, il più estroso e irregolare tra gli scrittori italiani, con Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio ha scritto il suo libro più coraggioso e compiuto che, oltre alle caratteristiche già note di poeta ironico e sempre controcorrente, ne rivela il pensiero robusto e la grande capacità di costruzione e struttura. Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio è un libro sulla bellezza e sul tempo che passa, un omaggio comico e malinconico all’idea stessa di civiltà e mondo occidentale di cui la città eterna è simbolo ed emblema fisico e sentimentale.

bol.it

ebookexpress.com

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Le poesie di Zeichen

Due esemplari di purissima razza incrociata si avvicinano abbaiando, come se volessero sbranare chiunque osi curiosare. Valentino Zeichen, allora, si affaccia sull’uscio sciorinando il solito slogan rincuorante dei cinofili: “No, stanno scodinzolando, non mordono”. Nemmeno Zeichen vanta pedigree particolari. Anzi, in quanto esule (fiumano) è un po’ un uomo senza razza, senza terra. E senza casa, perché quella dove vive è una costruzione realizzata con materiali alquanto eterogenei, priva di porte (salvo quella di ingresso), con un lucernaio chiuso da una coperta e l’arredo composto in gran parte da brande addossate alle pareti. Pur essendo uno dei nostri massimi poeti, Zeichen vive così, in quella che un tempo veniva definita “dignitosa povertà”. “Carmina non dant panem”. Anzi, senza esagerare: ciò che la poesia non consente sono l’appartamento di lusso, gli abiti griffati, l’automobile, il cellulare, il computer. Tutte cose di cui si può fare a meno, certe volte, se si vuol restare davvero indipendenti. E che io lo sia non lo può negare nessuno”, rivendica orgogliosamente Zeichen. “Roma dai tre volti” La “quasi casa” zeicheniana si trova a Roma, in un angolo di quartiere Flaminio a cui catasto e piani regolatori si sono misteriosamente dimenticati di dare un proprietario e una destinazione. Zeichen, insieme con qualcun altro (per esempio i padroni dei cani, due ragazzi suoi vicini) l’ha occupato, trovandoci una sistemazione “definitivamente provvisoria”: luce, acqua e telefono ci sono, il riscaldamento no. Forse proprio perché è una specie di ospite tollerato, Zeichen a Roma si sente ancora un turista. “Cerco di vederla con gli occhi di uno straniero. D’altronde è una città così varia, ce n’è una imperiale, una cattolica, una umbertina. E poi quella fascista dell’EUR, quella del dopoguerra”….

“Il problema è soprattutto che anche le grandi case ti pubblicano con intervalli lunghissimi. Io invece scrivo ogni volta che mi sento. Io ci credo, all’ispirazione: secondo me è l’eredità che gli dei ci hanno lasciato andandosene, un pulviscolo che qualche volta ancora si posa sugli uomini”

“Il poeta Valentino Zeichen invitato portoghese di Marco Ferrazzoli” – Il Borghese   –   http://www.libuk.com

 Per l’ipnotico cromatico
la turista allunga la mano
per afferrare la magia
sfiora la pittura fresca
e s’impolvera le dita

80 poesie, 80 acquerelli dedicati a Roma, la citta che “ti fa sentire postumo”,

nel tentativo di smascherare il mistero di tanta inquietante bellezza

http://www.stradanove.net           http://www.lietocolle.it

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Un libro unitario, sorretto da un’idea di fondo che lo innerva pagina dopo pagina, poesia dopo poesia, invenzione dopo invenzione, arguzia dopo arguzia. Roma e la “ROMANItà” nei secoli, Roma e quanto sopravvive di Roma, Roma come appare a chi vi capiti oggi, Roma e la sua immagine bifronte, antica e moderna, accogliente e crudele, struggente e carica di una bellezza malinconica e troppo piena. Questo volume di poesie è un libro sulla bellezza e sul tempo che passa, un omaggio all’idea di cività e mondo occidentale di cui la città eterna è simbolo ed emblema fisico e sentimentale.    http://www.libreriauniversitaria.it/

Passeggiate DVD 2004
Valentino Zeichen racconta in un video, attraverso le sue poesie, i suoi ricordi e la sua incredibile conoscenza della storia di Roma, i luoghi della città dove vive da sempre. Luoghi che sono essi stessi tema centrale e fonte d’ispirazione della sua ultima e fortunata raccolta poetica Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio, allegata al video, che costituisce a tutt’oggi forse il vertice assoluto dell’opera poetica  di Zeichen.    Con il suo caratteristico spirito caustico e brillante, Zeichen ci accompagna in una personalissima “passeggiata” attraverso Roma

www.italialibri.org/

Valentino Zeichen   con Aldo Palazzeschi

[Palazzeschi legge Anche la morte ama la vita, da Via delle cento stelle; Visita di protocollo da Cuor mio; Zeichen legge di Palazzeschi E lasciatemi divertire, da L’Incendiario (ora in Tutte le poesie, a cura di A. Dei, Meridiani Mondadori); di se stesso Cieli e soffitti ROMANI, da Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio (Fazi)]

La bocca della verità

Se per i visionari del plenilunio
quella non è la testa di oceano
e neanche un chiusino di scolo,
la bocca della verità è
forse un sole senescente,
una stella di neutroni.
alla prova del vero
la leggenda vuole che
vi si infili la mano
lasciandola in pegno,
e qualora s’è mentito
la bocca la divori!
ma sempre la restituisce,
perché? le verità soggettive
sono false, non verificabili,
le scientifiche, verosimili.
avete mai visto quella bocca
divorare una teoria?

Piazza di Spagna

Di piazza di spagna
la scalinata ha pianta
a forma di farfalla
che per magia di specchi
sembra s’involò altrove
col suo calco riflesso
verso un gemello progetto.
anche la scalettata
farfalla di marmo
dell’ex porto di ripetta
ha spiccato il volo.
causa una piena del tevere
la barcaccia s’è arenata

in piazza di spagna,
e là è rimasta, semisommersa.
l’architetto alessandro specchi
ha riflesso appena un miraggio

Valentino Zeichen: “Aforismi d’autunno”

Intervista di Donato Di Pelino

“Noè è stato l’inventore dell’arte contemporanea. Ha portato sull’arca tutte le specie animali, di qualsiasi tipo, anche gli insetti e i microrganismi, che davano vita a dei particolarismi di forme e colori.”

 Questo me lo confida il poeta Valentino Zeichen (Fiume, 1938) dopo una sua lettura tenutasi al Museo Bilotti di Villa Borghese a Roma in occasione della mostra di Carla Accardi recentemente conclusasi. Dalla finestra si vede un’enorme palma: Zeichen racconta di essere stato presente al momento in cui è stata piantata poichè da bambino, dopo aver lasciato Fiume, sua città natale, si trasferì a Roma, abitando nelle scuderie del Museo Bilotti assieme al padre che svolgeva la professione di giardiniere. Le opere della Accardi, artista con la quale il poeta ha spesso collaborato, segnano una delle migliori ultime evoluzioni del lavoro iniziato da Noè durante una giornata decisamente piovosa.

Considerati questi precedenti così stimolanti, decido di intervistare Zeichen prendendo come spunto uno dei suoi ultimi libri, Aforismi d’autunno (Fazi Editore, 2010) perchè, leggendolo, dopo appena qualche minuto, come un lampo le parole delle brevi poesie in esso contenute, fanno eco a quelle pronunciate dagli amici al pub durante le festose occasioni di ritrovo o al grigio paesaggio urbano che ogni giorno riscopro alla finestra del salone. Sono veri piccoli esempi della nostra vita, senza pretese di doverla cambiare per forza.

L’autore di questi aforismi vive a Roma ormai da moltissimi anni e, per un poeta, Roma è davvero un ottimo esercizio per intercettare le tante variazioni che una lingua può subire. Oltre, naturalmente, alle lingue dei cittadini stranieri, lo stesso Italiano muta di tono a seconda delle occasioni e degli spostamenti; dalle periferie al centro città cambiano i modi che le persone hanno di presentarsi, di salutare e perfino di scherzare tra di loro, l’umorismo si fa via via più accorto, raffinato. Nei ritrovi culturali la parola evade ormai libera dalla gabbia dell’oggetto mentre ai confini del tessuto cittadino si è costretti a parlare di ciò che qualcosa è, di quello che si sa e, riguardo a ciò che non si conosce, si deve tacere.

Come considera queste sfumature del parlato nelle diverse zone della città?

Credo che ogni individuo parli a seconda della sua classe di appartenenza innanzitutto. Questo però non dipende dall’individuo stesso in quanto la lingua è una vera e propria dittatura. Per citare Lacan si potrebbe affermare che non si “parla” ma “si è parlati” e questo proprio perchè dietro ad una lingua non c’è nessuno, nessun soggetto ordinatore. Il linguaggio ce lo ritroviamo così com’è e lo accettiamo per forza.

Naviga l’acqua/ e asseconda la corrente/ ufficiale di rotta. Così si apre il libro e da subito pare che anche Zeichen assecondi le parole, senza forzarle e senza stravolgere nulla, viaggiando su un particolare equilibrio. Chiedo: come sono stati i suoi rapporti con la Neoavanguardia e con i tentativi di questa di sconvolgere la forma poetica?

Le sperimentazioni del Gruppo 63 e di altri di questi collettivi mi hanno molto interessato anche perché ho conosciuto alcuni dei poeti che ne facevano parte. La loro intenzione era quella di infrangere il codice della lingua e di crearne uno nuovo: disinformare la parola, smembrarla per affidargli un diverso significato. Questo, certamente, è qualcosa di rivoluzionario ma, per ciò che riguarda il mio lavoro, preferisco affidarmi ad un linguaggio “neoclassico”, tradizionale. Non mi preoccupo neanche di toccare significati particolarmente elevati o colti.

Gli anni sono come docili/ cavalli al pascolo/ la cui indolenza ci rassicura/ quando partono all’improvviso/ al galoppo numerico. Un’espressione come “la cui indolenza” non appariva da un bel po’ in poesia e in essa traspare il tentativo della lingua contemporanea di nascondere le sue difficoltà…

E’ vero, è un’espressione un po’ passata, fa parte proprio della mia volontà di affidarmi ad una lingua semplice che attiri a sé il concetto, come una trappola perfetta. Molti credono che il lusso nella poesia, porti a grandi risultati ma non è così: la poesia deve essere di pancia, stando attenti a non ingrassare troppo però.

Alcuni versi nella prima raccolta, Giovanilismi, dicono: Guercino./ La mosca vanitosa/ sul cranio si posa,/ minuscolo teschio alato/ distintivo della morte. Si riferiscono al quadro oggi custodito a Palazzo Barberini dal titolo Et in Arcadia Ego nel quale due giovani pastori sgranano gli occhi di fronte a un teschio sul quale è posata una mosca. Cosa ha attirato la sua attenzione nel quadro?

Questo del Guercino è uno dei miei dipinti preferiti. Esprime con straordinaria potenza un trauma: la rivelazione della morte a due giovani. E’ un contrasto molto forte; i giovani di solito sono lontani dal pensare ad un evento come la morte. L’ho trovata un’immagine di forte suggestione e la mia poesia è stata sempre molto legata all’immagine, tant’è che negli anni ho collaborato spesso con artisti visivi.

Una figura è ricorrente negli aforismi: gli Déi, le divinità. Nella Roma antica il sacro è pacificamente atteso dalla comunità: negli incroci stradali, ad esempio, dove talvolta veniva posta una statua di Mercurio, dio delle comunicazioni e degli scambi che proteggeva i viandanti (se ne trovano molte, di queste sculture particolari: sono le cosiddette Erme). Oggi che gli Déi hanno abbandonato la Terra, la spiritualità si riduce al Pop, al New Age…

Nel ritirarsi dal mondo/ gli Dèi tralasciarono/ parti delle loro sembianze,/ e il sacro divenne l’estetico.

…oggi diamo poca importanza al sacro e alla sua simbologia, non trova?

Verissimo, difatti a mio parere è, ad esempio, improponibile che l’entrata al Pantheon sia gratuita. Essendo il Pantheon sia un tempio sia un luogo consacrato, si dovrebbe far pagare un biglietto con prezzo equo per chi decide soltanto di visitarlo e per il credente che vuole assistere ad una liturgia. Servirebbe una norma giuridica che disciplini la questione.

Dopo tale ultima affermazione Zeichen mi parla dell’importanza della Giurisprudenza e in particolare della valenza culturale del Diritto Romano, io approvo in pieno e condivido con lui la visione dell’Arte come un risultato automatico dell’interesse per la normalità della vita in quanto, secondo le sue parole:

“Nelle fiabe i tappeti volanti volano davvero, nella realtà per farli volare bisogna metterci un motore e un paio di ali”.

art a part of cult (ure)