Agota Kristof. L’analfabeta.
Nota di lettura

Gli undici brevi racconti che compongono questa opera, forniscono una biografia scarna, ma precisa, affilata nella scrittura come sa fare l’autrice Agota Kristof, nata, nel 1935 a Köszeg, un villaggio ungherese, “privo di stazione, di elettricità, di acqua corrente, di telefono”.
Scrittrice di “nicchia” come si suole dire di chi non va in cerca di presenzialismi, di facili onori, di fasti e allori, la Kristof anche di questo materiale più strettamente biografico fa un uso da en-tomologa. Racconta per squarci episodi dell’infanzia , periodo che si intuisce felice e spensiera-to, ma evita accuratamente ogni sommovimento emozionale anche quando narra gli scherzi che con il fratello maggiore ordiva nei confronti del fratello minore.
Soprattutto ci interessa e le interessa esporre la sua formazione : lettrice già a quattro anni, avida di libri che trovava in casa ma anche nella pluriclasse dove insegnava come maestro suo padre e dove veniva inviata per punizione dalla madre.
Penso che mai punizione sia stata più gradita per un bambino. Leggere, leggere, poi inventare storie perché la scrittura arriverà un po’ più tardi. E le storie continuano nel sonno, diventano sogni.
L’infanzia è lettura, gioco, attenzione all’ambiente presente negli odori, nei sapori, nei colori ; l’aula del padre sa di gesso, di inchiostro e di carta, ma anche di quiete e di silenzio e per asso-ciazione di neve, e la cucina della madre sa di carne bollita, di latte, di marmellata, di pipì dell’ultimo nato, e insieme di rumori e di calore estivo anche d’inverno per la stufa che ardeva a cucinare i pranzi.
Manca completamente una sola descrizione sia della madre che del padre; essi agiscono, si compiono nei ruoli del lavoro e genitoriale. Piuttosto tipico della Kristof cancellare la fisicità per dire i comportamenti. Mai compiacersi di un rigo scritto e infatti già giovanissima riesce a tra-sformare in poesie ciò che le si era presentato in forma di narrazione.
Per Agota bambina esiste una sola lingua per esprimersi, leggere, raccontare: l’ungherese.
E’ per lei una lingua così intima , ben padroneggiata e universale che non pensa che ve ne pos-sano essere altre, che non crede che un essere umano possa pronunciare parole che lei non riesca a capire.
Quando in seguito alla rivolta d’Ungheria del 1956 , è costretta ad emigrare in Austria dapprima non vuole imparare il tedesco, lingua di antichi oppressori, quindi il russo , lingua degli attuali dominatori, imposta nelle scuole come un “atto di resistenza passiva naturale, non concordata , che si mette in moto da sé.” Eppure il tedesco le serve per sopravvivere , per chiedere il latte per la sua piccola bambina.
Abbiamo un racconto che parla della migrazione dei profughi ungheresi verso l’occidente, bene accolti, accuditi , eppure Agota non cessa di sentirsi esule, estranea ad un mondo che non ha più la lingua naturale ( materna) per nominarlo. E’ una sensazione tragica che altri avvertono :
“ Due di noi sono tornati in Ungheria nonostante la condanna alla prigione che li aspettava.
Due altri, uomini giovani e celibi, sono andati più lontano, negli Stati Uniti, in Canada. Altri
quattro, ancora più lontano, nel posto più lontano di tutti, oltre la grande frontiera. Queste
quattro persone di mia conoscenza si sono uccise nei primi due anni del nostro esilio. Una con
i sonniferi, una con il gas, le altre due impiccandosi. La più giovane aveva diciotto anni. Si
chiamava Gisèle.”
Deciderà di fermarsi in un cantone svizzero di lingua francese e si accorge che le parole che ap-prende dalle compagne di lavoro in fabbrica non le bastano più. E’ con ritrosia che frequenta un corso di francese, ma è troppo impellente il bisogno di leggere, di tornare a scrivere. Agota , in-fatti, si scopre analfabeta. Nessuno conosce la sua lingua e lei è sorda davanti alla lingua che le parla attorno.
Ma una lingua acquisita non si parlerà mai correttamente e non si scriverà mai senza errori. An-che la lingua dell’esilio è dunque una lingua nemica perché sfugge sempre, ma soprattutto, con-clude Agota Kristof, perché sta uccidendo la sua lingua materna. “ Questa lingua , il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scri-vere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. E’ una sfida. La sfida di un’analfabeta.” , così scrive Agota.
Quindi, anche se armata di dizionari, deve infine cedere di fronte all’impellenza di scrivere ( e di leggere in francese anche gli scrittori che hanno scritto in altre lingue.) Scrivere in esilio, co-me in collegio, è una questione di sopravvivenza, un modo per sopportare gli anni “non amati”, quelli del lavoro in una fabbrica di orologi dove compone poesie al ritmo delle macchine, come in collegio, quando pensava poesie al ritmo della notte e del silenzio della camerata.
La scrittura esercita la memoria , la memoria parla in ungherese e quindi consente di non perde-re completamente la lingua materna. E di evitare di sentirsi un senza patria.
Leggendo questo smilzo libretto ho pensato ai tanti analfabeti che incontriamo, gli extracomuni-tari che qualcuno deride per il loro zoppicante linguaggio parlato. So che molti di loro nel loro paese hanno studiato, molti sono diplomati e , qui, ora si ritrovano analfabeti. Deve essere stra-niante, doloroso e insano. Analfabeti, non ci si potrà mai confrontare, tantomeno assimilare.

Narda Fattori