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la parola che non sgorghi da profondo pensiero
non è degna, quella, d’essere scritta né detta.
Facile cosa è mettere in versi parole,
ma sempre accorti bisogna stare sopra il verso.
Sfronda le molte parole che ti vengono in mente,
non farne d’una cento, ma di cento, una:
la parola è come la perla e il poeta n’è il palombaro;
non è facile cosa afferrare una perla speciale!

[Nezāmī in Khosrov-o-Shīrīn]

Ciò ch’è di nuovo e nel contempo vecchio è la Parola, e su questo, molto si potrebbe parlare. La madre del Fiat creatore, fin dall’inizio della creazione, non generò figlio più bello della Parola. […]“1

Così nel prologo del poema, Nezāmī esorta: “guarda bene e vedrai che di tutto ciò che Dio ha creato nulla resta saldo se non la parola”1, essa stessa “perla” e “tesoriera dello scrigno del mondo invisibile; essa conosce storie mai udite, essa legge libri mai scritti”1.

Una parola dunque che, in quanto “figlio più bello” della madre, direttamente al pari del “Fiat creatore”, contiene (è custode) ed è capace di creazione.

Una creazione che sta in primis al profeta e poi al poeta tradurre, perché: “La finestra è senza polvere e senza fumo la porta, ma se nessuno guarda il sole, a che serve?”1

Questa capacità, che è necessità della parola, viene chiamata all’inizio di ogni capitolo del poema, incarnata, in forma di metafora, dalla bocca o dall’azione del parlare, del “gioielliere” stesso all’inizio del racconto o della singola principessa di ogni padiglione.

Questi alcuni esempi:

Il gioielliere del tesoro del Mistero così disvela lo scrigno di perle: il cielo possiede una bilancia a due piatti, in uno c’è un sasso, nell’altro un gioiello, e dalla sua bilancia questo mondo bicolore ora riceve un gioiello, ora una pietra. I lombi dei re sono sottoposti a questo stesso influsso: il figlio che nasce ha ora della pietra, ora del gioiello. Talora dal gioiello nasce un sasso, talaltra un rubino nasce da una pietra falsa; e il rapporto di Yazdegerd e Bahrãm era appunto quello di sasso a gioiello e, cosa ancora più meravigliosa, l’uno colpiva, l’altro molceva, sasso contro rubino, spina contro fresco dattero; chiunque dall’uno fosse stato percosso trovava nell’altro la medicina. […]”1

[…] Quando la notte, imitando le vesti del Re, gettò sulla bianca seta il muschio nero, il Re a quella primavera del Kasmir chiese un profumo come brezza notturna: le chiese cioè che estraesse lo zucchero dallo scrigno di perle e dicesse alcune parole femminili, una di quelle fiabe che inumidiscono il labbro e fan desiderare all’ebbro il sonno. Quella gazzella dagli occhi di turca, figlia d’indù, sciolse il nodo alla borsetta del muschio […]”2

[…]Quando venne la notte (non la notte, anzi il talamo delle carezze, il velo degli amanti soli assieme) il Re disse a quel Cero che spandeva zucchero, che accoppiasse il rubino ai canditi e volle che con dolce canto in quella cupola facesse risuonare la sua voce”3

[…] Il giorno era breve e lunga la storia, quindi, appena la treccia della notte ebbe teso il suo velo muschiato, il re, libero dagli sguardi indiscreti dei ciambellani, chiese alla principessa narratrice che compisse il suo rito femminile e a facilitare il suo gioco d’amore narrasse una storia per blandirlo. Allora l’alto cipresso aprì il bocciolo di rosa e al petalo di rosa aggiunse candito zuccherino e disse: […] “4

[…]Quando la conchiglia dell’oceano nero come collirio ebbe riempito di perle la bocca della balena, il Re chiese alla fanciulla dagli occhi sottili e dalle maniere cinesi che gli detergesse l’animo dalla polvere. La principessa cinese spianò ogni ruga dalla fronte e fece colare un fiume dal dattero […]”5

Vale osservare la ripetizione con variazione delle immagini, che alludono sì alla sfera sessuale e sensuale (e non potrebbe essere altrimenti), ma che fanno discendere dalla parola il piacere, poi nelle sue innumerevoli forme, compresa quella sessuale.

Il richiamarsi delle forme è una caratteristica della poesia persiana sulla quale il lettore occidentale deve soffermarsi. Scrive infatti Alessandro Bausani (riferendosi in particolare a Nezāmī): “ L’arte di Nezāmī, dunque, necessita per un lettore occidentale, di una speciale introduzione, indispensabile per non far sì che qualche profano possa considerarlo, in traduzione, un «barocco» o un «secentista».[…] Dirò subito che, paragonato allo stile della poesia persiana classica, il nostro classico occidentale è quanto di più dinamico si possa immaginare. Uno stil nuovo e Dante sarebbero già innovazioni modernissime per la limpidissima cristallina radicale tradizionalità trovadorica dello stile poetico persiano. […] Un simile stile ignora del tutto ogni situazione mitologica: la natura non produce fate o coboldi, ma è descritta idealizzando – ed esprimendo tale idealizzazione con le più svariate metafore – ogni oggetto materiale che pure mantiene la sua forma, anche se metaforicamente sottoposto alle più varie trasmutazioni verbali. […] le associazioni concettuali giocano unicamente sulla forma degli oggetti, non sulla loro dinamica”6

Da qui l’implicita avvertenza per non stravolgere con una inferenza dinamica, di tipo occidentale, la lettura di questo poema, la cui struttura inizia con l’inverno, la costruzione dei sette padiglioni e il ciclo dei piaceri e termina con la primavera.

A questo proposito riporto due stralci, uno dalla parte d’inizio che descrive i colori dei sette padiglioni con una esortazione finale proprio rivolta a sé dallo stesso Nezāmī (DESCRIZIONE DELLE SETTE CUPOLE E DI COME RE BAHRÃM PRENDEVA PIACERE IN QUELLE), l’altro dalla parte finale del poema (FINE DI BAHRÃM E SUA SPARIZIONE NELLA CAVERNA)

Così la cupola relativa a Saturno scompariva nel nero come muschio, e quella della sostanza di Giove era adorna di colore di sandalo, e quella disegnata secondo Marte abbracciava sostanza rossa, e quella che sapeva di Sole era gialla di collane d’oro, e quella speranzosa di ornamenti di Venere aveva il volto bianco come Venere, e quella nutrita da Mercurio era vittoriosamente color turchese, e quella alla cui vetta correva la Luna era verdeggiante di letizia per l’apparizione del re. […] Ogni giorno il re dalla lieta fortuna si trasferiva in un diverso padiglione. […] La signora della casa gli sedeva dinanzi manifesta in tutta la sua bellezza, e per meglio rapire il cuore al Sovrano e fargli gustare delle sue dolcezze, narrava fiabe che eccitavano l’amore, acuivano il desiderio di chi ha calde passioni. Ma, per quanto avesse eretto un simile castello, alla fine Bahrãm non salvò la vita sua dalla morte: o Nezāmī, fuggi da quel roseto la cui rosa diventa spina, e la spina più aguzza! Con tutto quel regno possente, alla fine di questa dimora di pochi giorni, vedi che cosa è divenuto Bahrãm.”7

L’orafo infilatore di questo vezzo di perle, che ha riempito di gemme l’orecchio del mondo, disse: «Allorché i sette padiglioni ebbero reso a Bahrãm tale una eco dal vino e dalla coppa, il senno, dentro l’arca del suo cervello, gli dette notizia di questo transitorio ostello della vita, ammonendolo: tieniti lontano da questo terreno tempio di idoli, possa da te essere lontana la morte! Il cervello del re prese a fervere, essendosi egli ravveduto dalle favole e dalle illusioni. Egli vide che questo padiglione del mondo, che ogni tappeto, ravvolge, manda in polvere ogni ostello. […]”8

Nezāmī, Le sette principesse, introduzione e traduzione di Alessandro Bausani, Rizzoli, 1982

Notizie biografiche su Nezāmī: http://it.wikipedia.org/wiki/Nezami

1«IN LODE DELLA PAROLA, VERSI SAPIENZALI»

1idem

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1 INIZIO DEL RACCONTO E NASCITA DI BAHRÃM

2 BAHRÃM SOGGIORNA IL SABATO NEL PADIGLIONE NERO E ASCOLTA LA STORIA DELLA PRINCIPESSA DEL PRIMO CONTINENTE (INDIA)

3 BAHRÃM SOGGIORNA LA DOMENICA NEL PADIGLIONE GIALLO E ASCOLTA LA STORIA DELLA FIGLIA DEL CESARE DI BISANZIO

4 BAHRÃM SOGGIORNA IL MERCOLEDI’ NEL PADIGLIONE DI TURCHESE E ASCOLTA LA STORIA DELLA FIGLIA DEL RE DEL QUINTO CONTINENTE (OCCIDENTE)

5 BAHRÃM SOGGIORNA IL GIOVEDI’ NEL PADIGLIONE COLOR SANDALO E ASCOLTA LA STORIA DELLA FIGLIA DEL RE DEL SESTO CONTINENTE (CINA)

6 Introduzione di Alessandro Bausani

7 DESCRIZIONE DELLE SETTE CUPOLE E DI COME RE BAHRÃM PRENDEVA PIACERE IN QUELLE

8 FINE DI BAHRÃM E SUA SPARIZIONE NELLA CAVERNA