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Quando le vedo arrivare sono vicino al banco del Re. Niente, entrato da poco, schifo qui, manco fatto la coda per entrare.
Vedi che è venerdì, siamo noi quattro; dalla Tala, fuori dalla porta, passavano branchi di tipe con l’occhio scialacquatore e tirate giuste manina nella manina, ah no! appoggiate alla borsetta microba che si portano appresso.
Due birre ma mettono ‘sta schifa di musica dondolante e col Pera abbiamo deciso di mollarla e di venire qui. Saran passate le undici, sarà mezzanotte, un casino a parcheggiare il cx comunque, cinquemila se le scorda, file strette, imbecilli in seconda, un bel caos.
Questi posti, da dire, sono fatti a modo. Sono fatti che entri da una parte ed esci dall’altra. Sono fatti che il cesso è in fondo ad un corridoio di moquette blu notte, e prima c’è il guardaroba, duemila lire, così fai a meno d’ingombri. Sono che sali di sopra e ti fai dare una tesserina, così, agratis, consumi quanto vuoi tipo carta di credito e non sai mai quanto ti è costato qualcosa, nemmeno l’entrata.
Centomila venerdì scorso.
Volentieri, centomila volentieri, un ventesimo della cartiera volentieri, quando paghi sei fatto tanto, paghi volentieri, almeno sai che l’uscita è stata preziosa.
Intanto chiudi gli occhi viso nero chiudi i giardini della strada l’intelligenza e l’ardire la noia e la tranquillità queste tristi sere in ogni momento il bicchiere e la porta vetrata confortevole e sensibile leggera e l’albero da frutto l’albero da fiori l’albero da frutto fuggono.
Quando arrivano mi accendo una cicca seduto al tavolino più rosso.
Ho davanti mezzo moquito mezzo gin tonic due bicchieri vuoti un posacenere pieno, guardo il Pera che ride col Paul penso a come può venire fuori una risata così larga, uno si allena, si prepara, ha già la faccia così, gliel’hanno fatta venire?
Quando arrivano, due così, mica strane, logore di ore fuori sembrano, mica strane, sono lì che chiedo a una come si chiama – Alessandra- di dov’è- Buttapietra- quanti anni ha- ventisette- mai un -e tu?- ferma dritta implacabile dama di picche, occhio angosciato stabile, tetta appuntita, chissà chi caga, forse lo vede dalle chiavi se c’hai la Mercedes.
Quando arrivano, la mora spilungona e la grassina-stivaloni che sembrano due numeri di prestigio, una che parla a tutti sulla bocca come passasse fiato, non parole, l’altra dinoccolata e più schiva movimentatrice di mani, io sono qui che le guardo.
Un giro niente.
Due giri sigaretta.
Tre giri quattro (bicchieri e sigarette). Parlano appoggiano spengono.
La bionda comincia a ballare, da sola. Comincia piano, non incerta ma ancora fredda, cerca qualcosa attorno, vuole collocarsi. Non sono in molti, per ora, c’è tutto lo spazio, ma lei si propone lentamente, prima una spalla, poi l’altra, cerca qualcosa dentro, un dentro come un fuori.
Sintonia. Sincronia. Ora. Ha trovato.
Si muove battendo il ritmo con i piedi (esagera) e lo segue fisso come a doverlo acchiappare (don’t let me be misunderstood).
(Biondacosacca biondamaori con i tuoi occhi cambio come con le lune e sono di volta in volta di piombo e di piume, un’acqua misteriosa e nera che ti chiude oppure nei capelli la tua leggera vittoria).

(Biondavittoria ti invento palpitanti battiti e chiara verginale sepoltura, serpentina arrotoli trent’anni buoni, sbottoni la camicia imporporata, ti faccio la primavera che balla sulle margherite, primula grassa che dimeni e muovi lunghe braccia alate – polsini slacciati da prima- ).

(Ah! devi avere un’oralità prepotente signorina boccata fresca, devi avere coraggio e sonno difficile, ti vedo colare come la tua faccia su oggetti inopportuni domande impossibili risposte come a costruzione di un’isola, ti vedo immobile torturata da centinaia di campanellini d’argento interno mentre sei lì che produci guizzi muscoli calore gelosia sale acqua odore vento giravolte rossoporpora vergogna).

La mora entra nel cerchio magico caracollante. Si avvicina alla biondafuria come se avesse qualcosa da dirle. Ma non parlano, si muovono. Capelli corti e sorriso larghissimo, quasi chinata sull’altra, la magrabruna balla tenendo le ginocchia leggermente piegate, un punto interrogativo, una costellazione.
Sopra i calzoni a vita bassa spunta una bella pancia scura che si estende nell’estendersi del lungo corpo di lei. Un piccolo seno. Lungo collo senziente. Il viso è un bel Modigliani, parente di modella?
Si guardano come se ci fossero solo loro ma attorno ormai la pista è piena. E a proposito di piste. Vado nel mondo in fondo alla moquette blu, mi aspetta il Pera e quando torno le cerco con gli occhi. Stanno ancora ballando.
Non capisco cosa cerco in quest’incontro. Stanno mimando qualcosa che mi riguarda?
Brunella tiene biondina per la vita, si abbassa e si rialza lap-lap, sempre la guarda negli occhi e morbidamente l’altra gioca con le spalle, fa un giro su sé stessa, tutteddue girano, fanno girare il mondo dopo loro col caldo e col rosso e colla saliva, coi bicchieri pieni e vuoti, con le magliette tese, con i gins sdruciti, con le collane etniche, con le cravatte regimental, con gli occhiali specchiati, con le ragazze a casa, con i mariti al bar.
Brunella tiene biondina sul cuore, e il bacio sulla bocca lo sanno tutti che c’è stato.
Poi le vedi discutere. Quali movimenti dicono discutere di che ? Mah, credo il movimentato giro di mani della grande ed una mimica più accentuata per bionda, sembrano darsi spiegazioni musicate, una avanza, l’altra indietreggia, poi il contrario, minuettamente antagoniste.
Ed in un baleno la mora porta lì un ragazzo.
Ha ricci d’angelo, è alto, è azzurro. Come straniero (non è un mondo suo) si assenta con gli occhi, ha le mani in tasca tipo quello che fischia. Come straniero le guarda dall’alto, le autoctone streghe, e si crede immune da incantesimi. Ma è entrato nel cerchio, io che guardo lo vedo, non ne uscirà facile.
Ed infatti grassella lo sottopone a una prova feroce: fa come se lui non ci fosse.
Lui ha gli occhi larghi come laghi, muscoli allungati disegnati sotto la maglia nera, lui una solitudine nirvanesca e appena uscito da un romanzo di Dostov (i demoni), lui l’antigel, lui completamente preso dal suo corso di chitarra e che tutti lo ammirano anche se non cala nessuno. Trattato come un qualsiasi frequentatore del Re. Allora qualcosa gli si incunea tra cuore e trachea e fa leva : lui parla!
Non è chiaro cosa si dicano, ovvio però che stiano facendo programmi, tutto cambia troppo in fretta e le battute si succedono. Scambiano in tre. Stanno molto vicini, l’angelo e la bruna, e ciccetti li guida per mezzocerchio nella stanza. Poi si alternano e Blondie tiene la nuca all’angelo, gli parla nell’orecchio e lo fa ridere bianco, Olivella pianta il muso due secondi poi si siede proprio davanti, incrocia le gambe, tira fuori la borsa di tela indiana e cerca il pacchetto blu.
“I tuoi occhi sono ritornati da un paese arbitrario dove nessuno ha mai saputo cosa sia uno sguardo ne conosciuto la bellezza degli occhi, bellezza di pietre, quella delle gocce d’acqua, delle perle incastonate, delle pietre nude e senza scheletro, mia statua, il sole accecante ti fa da specchio e se sembra obbedire alle potenze dalle sera è perché la tua testa è chiusa, statua troncata dal mio amore e dalle mie fole di selvaggia. Il mio desiderio immobile è il tuo sostegno ultimo e ti conquisto senza battermi, mia immagine, rotta alla mia debolezza e costretta dai miei legacci.”
L’uguaglianza dei sessi.
Ora si salutano.
Arriva uno che conosce riccioli d’oro.
Li ferma mentre escono e contratta qualcosa.
Bronzo e oro.
Risalgono dal guardaroba vestite.
Mi arrotolo una cicca mentre dal vetro le vedo togliere la neve ad un ramo.
Si infilano in una ipsilon scura parlottando.
Retromarcia veloce tra la gente distratta.
Esce Curt Cobain, seguito dal cavalier servente.
Si strattonano un poco ( si stanno salutando).
L’angelo monta dietro, sbatte la porta e se ne vanno.

Non so perché me li porto via. Non c’è amore in questo. Voglio qualcosa, voglio poter decidere.
Sono creature mosse da un demonio semplice. Per quanto lo conosca mi sorprenderà sempre. Sono ventanni cresciuti in case riscaldate, sono sicuri del loro cazzo come di un altare e credono a tutto quello che luccica come questo mio cuore -brillantino dalla corda di cuoio.
Sono morbidi oggetti e siamo due.
Siamo distese sulla notte e non ci aspettiamo niente. Non ci sono parole che possano offendere. Non gesti che possano umiliare. Maddalena mi toglie le mutande. Io resto schiacciata dal peso del ragazzo che si muove. Con la luce non vediamo bene ma sento il peso e sento il sapore, Maddalena lo bacia sulla bocca e gli fa bere qualcosa dal bicchiere. Un cognac dal bicchiere.
Nelle mani, con gli occhi chiusi, tengo pezzi di schiena e brani di capelli, e accarezzo senza fretta anche difficili fino a diventare cosce, interno, pelo ma testicoli e labbra non li distinguo, non li voglio diversi, ho un grande corpo addosso, un tutto umido e palpita.