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   Quasi sul finire del suo Riviera, Giorgio Ficara offre al lettore un’immagine-chiave. È legata all’abitudine del suo amico d’infanzia Agostino Gnecco: un abile nuotatore, sempre pronto ad immergersi nel mare per esplorarne fondali e tesori: paesaggi meravigliosi, pieni di colori incredibili e vivissimi, navi di epoche diverse e spesso anche molto remote che parlano di naufragi, di battaglie, di altre vite. È stato Leibniz, ricorda Ficara, a dirci che il mare custodiva la vita, prima che in forma più sbiadita, migrasse sulla terraferma. Confrontarsi col mare e con ciò che conserva, è un po’ come confrontarsi con la memoria, propria o altrui non ha importanza, è come tuffarsi in ciò che è stato, pronti a rivivere la beatitudine dell’infanzia, quando dal letto si percepivano le voci provenienti dalla cucina e i profumi dei cibi invogliavano a godersi una nuova giornata.

Riviera, il cui sottotitolo è La via lungo l’acqua, è dunque un libro di memoria: legato ai luoghi, certamente, a Rapallo, Portofino, Bordighera, ma anche, o forse soprattutto, alle persone che quei luoghi hanno abitato riempiendoli delle loro vite. E di racconti terribili e meravigliosi, sapienti e ingenui come sanno esserlo i racconti popolari. I turchi in agguato, i naufragi su isole remotissime, la conquista del mondo che sta al di là dell’oceano, i miracoli. Ma non è l’avventura (o almeno non solo) ad affascinare l’autore: la sua è un’inchiesta filosofica e insieme poetica, condotta sul filo della perduta o smarrita cognizione della felicità. La Liguria non è (non è più) un paradiso terrestre e molte delle sue bellezze naturali sono perdute o inquinate. Ma ognuno – e dovunque – può recuperare un equilibrio interiore, magari anche solo per un attimo, come ci insegna Montale, maestro di dolenti parvenze, a lungo frequentato dall’autore che di mestiere fa il professore di letteratura italiana e il critico letterario. Qui però insegna a se stesso a sfuggire persino alla letteratura: «La mia felicità, in Riviera, non era una droga , né era difficile da trovarsi, né pretendeva nulla».

Viene in mente il racconto di Marietta, quasi all¿inizio del libro, una sorta di donna primitiva e boschereccia che da piccolo lo ammoniva: l’uomo più felice del mondo viveva su una montagna, senza camicia. A chi lo si può raccontare in tempi di consumismo sfrenato? Eppure ascoltare le voci che parlano del bello e del meraviglioso non è mai un esercizio sterile: a Montallegro il Santuario ricorda la storia di una apparizione della Vergine avvenuta il 2 luglio del 1557. Ne beneficiò il contadino Giovanni Chichizola, che non solo fu svegliato dalla Madonna, ma ebbe da lei un quadretto che la mostrava dormiente, assistita da tre vegliardi: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La leggenda contempla poi la sottrazione del quadro che però, in volo, tornava sempre lì, tra quei boschi sopra Rapallo. Ma non sempre i miracoli avvengono: Monet, per esempio, non riesce a dipingere la luce di Bordighera. Rivieraè un libro insolito, da meditare.

Paolo Mauri “La Repubblica” 11.6.2010