Tag

, , , , , ,


 È questo un libro da leggere in silenzio.
È un libro da ascoltare. La voce che vi echeggia, forte e chiara, è quella di un eremita che parla al mondo.
Dentro queste pagine ci sono tanti suoni: lo stormire degli alberi, il gracidare delle rane, il rumore dell’acqua, le parole degli amici.
E colori: il giallo di un limone, il rosso di un gatto, il bianco della neve che fiocca.
C’è l’amore per il mondo e per la sua bellezza.
C’è la voglia di capire e lottare, di raccontare e sentire.

«Qualcuno dice che mi sono “ritirata” in un eremo; e io puntualmente reagisco. Un eremo non è un guscio di lumaca, e io non mi ci sono rinchiusa; ho solo scelto di vivere la fraternità in solitudine. E lo preciso puntigliosamente per rispondere all’obiezione che concepisce questa solitudine come un tagliarsi fuori dal contesto comunitario. E invece no. L’isolamento è un tagliarsi fuori ma la solitudine è un vivere dentro».

È questo un libro da leggere in silenzio.
Con la schiena ben dritta e gli occhi che guardano avanti mentre esplorano il mondo nei suoi dettagli: fiori, piante, frutta, animali. Così tutto ciò che vedi ti parla di sé e insieme di altro, degli altri, di quello che è fuori, diverso e straordinariamente unico.
Se ti abbandoni a queste pagine, se le esplori e le ascolti, scopri che le stagioni della natura sono quelle dell’uomo e della vita, di un’età che si compie e si arricchisce ad ogni passo e sguardo. Scopri che una scelta di silenzio contemplativo è un modo per parlare forte e meglio a tutti. Che la solitudine può essere un luogo fecondo di incontro, una condivisione e un dialogo duraturo. Che una gatta (pardon, una micia), può anche scaldarti il cuore e che per difendere e proteggere ciò in cui credi vale ancora la pena di affrontare battaglie e sacrifici.
Adriana Zarri, teologa, scrittrice, eremita, donna libera, prima di morire a novantuno anni compiuti, ha condotto tante battaglie e ha appoggiato, anche in aperto contrasto con le posizioni della chiesa cattolica, le iniziative a favore del divorzio e dell’aborto e le discussioni sul celibato del clero. Con la sua voce sottile, eppure vibrante e sicura, ci guida in un mondo antico e nuovo che è poi il nostro.
Diverso e nuovo è il modo in cui lei va incontro al mondo. E diverso e nuovo è il modo di dirlo, usando con consapevolezza, e assaporandola, la potenza della parola: una parola meditata a lungo e coccolata, a volte stridente e scomoda, a tratti polemica, ma sempre affascinante e coraggiosa nella sua poetica esattezza.
Nelle pagine di Erba della mia erba, pubblicate per la prima volta nel 1981 e qui riproposte, così come negli Altri resoconti di vita, narrazioni nuove e inedite, la propria esperienza di silenzio e di un vivere appartato è raccontata (senza essere mai testimoniata) nel suo farsi concreto, nello scorrere quotidiano e inconsueto di gioie, incontri, speranze e paure. Il proprio eremo, che sia l’amata cascina isolata del Molinasso oppure Cà Sàssino con il suo giardino pieno di rose, è sempre un luogo della vita e dell’anima dove racconto e realtà convivono e si contaminano, dove lo studio e la riflessione sono impastati di vita. E dove l’ospitalità, l’amicizia, la meditazione, la natura, la libertà e il dialogo non possono che essere momenti indispensabili alla vita e alla sua complessa bellezza.

***

Non so se piacesse a tutti i suoi seri amici eporediesi (si chiamano proprio cosí quelli di Ivrea) quel suo sorprendersi e dilettarsi della natura, creare un laghetto da un’acqua che stagnava e farvi sguazzare i germani reali dal collo verde e dorato, attirando nottetempo una volpe o faina che non si riuscí mai a catturare, o far spuntare da uno stagno le spighe piatte che si vedono negli affreschi egiziani. Era un suo modo di pregare, di lodare Dio, quel seminare e far crescere e guidare con  la mano i germogli, incantata dal fiorire dell’universo e dal cambiare delle stagioni. Cà Sàssino (…) si è coperta di una vegetazione che ne ha cambiato volto e colori e ha incantato le riviste di giardinaggio, almeno finché Adriana ha avuto la forza di scendere. È una terra che non aspetta che di fiorire e fruttificare, forse un tempo era stata molto coltivata ed era impaziente di ridestarsi, e si intesero, Adriana e lei, alla perfezione.

Dalla prefazione di Rossana Rossanda

***

Adriana Zarri mi ha insegnato che in certi momenti il solo modo giusto per restare fedeli al proprio a Dio è dire di no agli uomini.

Michela Murgia

***

«La scelta di vita della Zarri è tutta religiosa, […] ma la discrezione ha il sopravvento. E questo crea immediatamente un ponte con il lettore agnostico, interessato quanto lei a interrogarsi sul destino di ciascuno». In queste «pagine animate da una scrittura insieme aspra e carezzevole», Adriana Zarri «parla a tutti noi, cittadini e campagnoli, credenti e non credenti. Ci invita a riaprire gli occhi su una realtà vibrante, troppo spesso seppellita sotto il velo dell’abitudine, dell’estraneità, della noia».

Franco Marcoaldi, la Repubblica

 ***

Un eremo non è un guscio di lumaca ha il suo cuore nel testo Erba della mia erba, pubblicato originariamente nel 1981 e scritto interamente al Molinasso, una vecchia cascina sulle colline nei dintorni di Ivrea che fu il primo eremo di Adriana Zarri, e forse il più amato. Gli Altri resoconti sono scritti inediti delle stessa epoca, racconti di vita che spaziano dalle memorie d’infanzia alla riflessione. In tutte traspare la capacità  straordinaria di percepire e restituire, con esattezza e poesia, la meraviglia e lo stupore di fronte alla bellezza del mondo. Il marzo delle primule, il breve testo che conclude il libro, è stato scritto da Adriana Zarri a Cà Sàssino nel 2010, pochi mesi prima della sua morte. Aveva 91 anni, eppure le sue parole sono un inno alla gioia, alla scoperta, sono piene dell’entusiasmo per ciò che ancora si può vivere: «Ecco un libro nuovo, un tempo nuovo, una realtà nuova. Comincia un’altra storia e questo è il suo racconto, questa è la storia di una storia. […] perché la festa continua, la vita continua, perché Dio continua fino all’eternità».

Ariana Zarri era una donna che viveva la  fede, la coltivava con la stessa devota attenzione che riservava alle sue piante e ai suoi animali, e con la stessa gratitudine ne raccoglieva  i frutti. La sua vita da eremita ci appare oggi, nelle pagine di  questo libro, una scelta che non potrebbe essere più lontana dal  «rifiuto»: è la scelta di chi fa un passo indietro per poter abbracciare con il proprio sguardo quanto più mondo possibile, e, con quello sguardo, investirlo del proprio amore.

***

Albiano d’Ivrea, 1° settembre ’75

Amici carissimi,
vi  chiedo scusa se ricorro alla «circolare», non disponendo, in questi  giorni, del tempo necessario per una cosí lunga lettera a ciascuno; però ciascuno mi è presente, con la sua amicizia unica e inconfondibile.
Dal prossimo 7 settembre non abiterò piú ad Albiano. Mentre vi invito a prendere nota del mio nuovo indirizzo, vi comunico che non si tratta di un trasloco dovuto a motivi pratici ma di una scelta di vita eremitica. La mia nuova residenza sarà infatti una vecchia cascina solitaria, dove conto di trascorrere i restanti anni della mia vita nella preghiera e nel silenzio.

Così comincia la lettera con cui Adriana Zarri comunica ai suoi amici la sua nuova scelta di vita. Sta per trasferirsi al Molinasso, e sa che la sua decisione sarà accolta con sorpresa anche da chi la conosce bene. E per questo scrive, per spiegare, sebbene sia conscia del paradosso:

Quando uno sceglie il silenzio dovrebbe, il piú possibile, tacere. Se sento il bisogno di chiarificazioni è proprio per difendere questo silenzio da possibili equivoci.

Essere un’eremita, vivere di preghiera, non vuol dire condannarsi all’alienazione. Adriana Zarri sceglie il suo personalissimo «deserto», non un microcosmo protetto dal mondo, ma un luogo nel mondo, dal quale continuare il proprio cammino di fede, ma anche di lotta civile.

La preghiera si nutre di solitudine, non di isolamento; e il silenzio contemplativo è denso di parole e di presenze. Per questo rifiuto il verbo «ritirarsi». Nel deserto non ci si  ritira, quasi che fosse un guscio, al riparo dalle difficoltà di tutti. Nel deserto si entra, si cammina, ci si immerge, assumendo la storia e i problemi di tutti. Impegnandosi e lottando contro le alienazioni di questo nostro mondo, come ho sempre fatto e farò.

E più avanti:

Ci sono molti modi di sentire e di vivere il deserto, secondo la  spiritualità di ciascuno. […] Ecco: il mio deserto vorrei che esprimesse non la desolazione di un mondo in isfacelo, ma lo slancio, la  gioia, la speranza, l’armonia – se si vuole, la profezia – di un mondo nuovo che è alle porte e che sarà piú vicino a quei «nuovi cieli e nuove  terre» promesse dall’Apocalisse: un mondo che ha bisogno di entusiasmo e di impegno ma anche di solitudine e silenzio, nella misura in cui essi sono partecipi e impegnati.

La vita di Adriana Zarri è la dimostrazione di quanto sia lontana la fugura dell’eremita da quella del recluso. Negli anni la sua casa è stata aperta a chi volesse condivere con lei  momenti di pace e silenzio, e lei stessa, di persona e attraverso la parola scritta, non ha mai smesso di essere parte del mondo da cui si era fisicamente allontanata.
Così conclude la sua lettera:

Amici  carissimi, questo non è un commiato, se non da un certo modo piú  prossimo e frequente di presenza. Ma, anche se le occasioni di vederci si faranno piú rare, vi porto tutti con me e vi incontrerò quotidianamente nell’eucarestia: al calare del giorno, nell’ora trepida e  dolcissima dell’incontro di Emmaus, quando avremmo paura della notte se il Signore non fosse là, con il suo pane. In quest’ora intima della cena siete invitati tutti, alla mia tavola; e là vi incontrerò e vi nominerò, uno per uno. Voi non potrete forse immaginare quanto ami gli uomini uno che si disponga a porre spazi anche soltanto materiali di distanza. È in quest’amore tenero e profondo che non mi accomiato ma vi incontro e vi abbraccio, uno per uno, dalla mia solitudine, abitata da Dio e da voi.

Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca

***

Adriana Zarri ha lavorato con passione a questo libro fino alla sua conclusione e ha potuto vederne le bozze definitive. Bozze che teneva ancora vicine sul suo comodino quando, la notte tra il 17 e il 18 novembre 2010, la sua «vita si è compiuta».

[Giulio Einaudi editore]