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a cura di Narda Fattori

Nella città è sempre notte
scrosci di gente nera sotto le piogge
maschi da vaporiera femmine di stireria,
la città scotta, fucina di febbri
neoavanguardie e noi, nel parco urbano abbandonato
come l’ abbraccio di un parente di secondo grado
noi siamo ricchi, vestiamo un po’ bene
un po’ male come i tartufi
sapendo di terra e di cane

A cura di Sergio Covelli
edizioni cfr – poiein

E’ l’opera che ha vinto il 3° premio al concorso Fortini indetto da Gianmario Lucini e edito dalla sua nuova casa editrice. E’ una poesia compatta, sapiente e dura. Dura quanto sanno essere le metropoli con la gente che ospitano, immigrati per la maggior parte, contadini inurbati, ora operai, impiegati, una piccola borghesia che non ha più orizzonti, che ha smarrito i sogni di rivincita sociale e/o culturale, molta solitudine, lo squallore delle periferie, con i bar affollati dove l’alcool aiuta a sopportare la proterva fila dei giorni tutti uguali.
La metropoli ruba più di quello che non offra: ognuno è chiuso in una solitudine aspra e dolente dove anche i ricordi sbiadiscono e l’identità si assottiglia fino a scomparire quasi e allora si ha bisogni di gesti e comportamenti “ forti” , deviati o devianti per recuperare un sé che scolara.
L’autore, malgrado il nome non proprio italiano, in realtà viva e lavora in Italia, a Bologna; si occupa di cinema, di musica e di urbanistica, di microcriminalità adolescenziale , di rapporti fra questa e i grandi casermoni urbani, i moderni falansteri.
Ne ha scritto su quotidiani e riviste, ne ha parlato per radio.
Ovviamente la materia dei suoi interessi intesse questa opera di poesia matura, dove l’ispirazione è sempre sorretta da uno sguardo lucido, ma anche pietoso, sulla moltitudine ; infatti la scinde, ne estrae il singolo e sappiamo che l’uno è riconosciuto e riconoscibile, è unico e non assimilabile.
Di questo riconoscimento è fatta la pietas di Nader.
Il suo dettato scarno , molto vicino al parlato anche per le numerose ellissi, riproduce il linguaggio di coloro di cui parla, scabro, senza o di povera sintassi, povero di parole; le parole di questi inurbati sono quelli della sopravvivenza , di qualche ricordo frastagliato, di un dolore che fatica a chiamarsi tale.
Fra le parole che ricorrono più spesso ci sono , ovviamente, città, alcool, caffè, bar,….
C’è l’illusione dei colti, di coloro che hanno studiato , si sono impegnati e si ritrovano inutili o a fare “letteratura”.
Le nostre città che gareggiano a dirsi e a farsi metropolitane, non ne escono troppo bene; tutti i mali sono nei suoi milioni di abitanti, stretti fra esasperazioni, vaghezze di suicidio, incapacità o impossibilità di relazione, pochezze sempre.
Fa rimpiangere la provincia questo libro di Nader, le sue piazze pettegole, i gruppetti dei giovani appollaiati sul monumento ai caduti, i bar affollati di vecchi che giocano a carte e di più giovani che parlano di sport o di donne.
Ma un poeta si misura sulla tenuta della sua poesia; qui il poeta c’è e tiene saldamente
il ritmo e il tono della voce, mai un grido, mai un lamento.
La lingua e la parola, che in fondo la poesia è parola che si riempie di senso, che contiene una significanza ampia ma condivisibile o proprio per questo condivisibile, dicevo la lingua e la parola si piegano alla signoria del suo dettato e fanno di questa silloge un piccolo capolavoro di poesia.

§

Metropoli

Livido e plumbeo è, invece, il nostro vestire in città
umido, che viene voglia di mettere le mani in tasca e stringere
[ le spalle
e addormentarsi
nella cesta, come dormono le bestie
grattacieli come i sottomarini
città piromani, vetri rotti
slavate dalla pioggia, città, sfumate nella nebbia

Stanno costruendo il nuovo quartiere
i geometri nel monolocale guarderanno l’orizzonte
[ ortogonale
dove l’angoscia si scioglie in inquietudine
e si risolve prendendo da bere
nel bar vuoto
sarà il barista nuovo che viene da lontano
a cucinare per gli impiegati
e sarà mezzogiorno a Febbraio
nei caseggiati nuovi, ancora con la sabbia
ed in fondo la cifra vuota
quella luce delle fotografie
del pomeriggio delle ombre lunghe
ci hanno visti la prima volta
nel seminterrato dove tremano i passi
non so perche ogni giorno vai nella stanza vuota
da una finestra la cifra da immaginare
dall’ altra parte il mare

*

Al ramo morto, dei barconi insabbiati
noi non volevamo andare al mare,
ma risalire il fiume al primo campanile
in mezzo al fiume c’e il paese con le piazze al vento
quando si perde l’argine maestro,
L’ si esce nel mare muto, che è già mare aperto
si perde anche il fiato, viene paura ascoltare la radio
che parla delle navi e degli altri mari
viene voglia di tornare indietro
come per cena, e noi ci perdiamo nei bicchieri d’acqua

*

Porterò mia figlia in piscina
ascolterò dalla grande vetrata le voci ovattate
pensando ogni tanto alla sua voce
il tuffo la inghiotte
la figlia fa finta di niente
penso che ho avuto una femmina
e sembra di guardare un passato
la figlia non sa che andrà a Roma senza un pensiero
qui finisce il futuro

Si beveva il vino nelle pause pranzo
nell’orlo del mezzogiorno
nella trattoria dei capomastri, degli impiegati
mentre i colleghi nei giardini pubblici intrattengono le
[ amanti
le cuoche nei refettori, e dietro i muri,
i cortili dei collegi deserti per le mense
dei bambini profumati di amido da stiro
e noi vestiti da lavoro, è bello pagare,

*

In fondo alle strade tonde
c’era il nero d’Avola, c’era il mal di gala
sono vestiti anche bene e bevono
han come già detto tutto
“Questo posto porta indietro il cuore a dove 1o hanno fatto”
le parole sono tonde
un posto di ombrelli, pochi coperti, grandi dessert
ottocento/ occidente
c’era il tabacco morbido, c’era il vino torbido
insonnia/ amnesia
han lasciato tutto com’era
immensa la cultura degli abiti da sera.

Nei caffè, lontano dai prati
pensavamo per ore
pensavamo, fumavamo quando si poteva
dopo l’ultima città, soltanto neve
chi parla alla radio in Germania
sembra un uomo solo in una stanza
siamo emigranti, siamo colti
sappiamo il mal di testa di non farsi capire
di essere eleganti, di vestire male
e di bere caldo.

*

L’uomo solo che vive nella casa al mare
la casa aperta, di calce
sul viale per Pomezia un progetto di lungomare
viene in città una volta al mese
e attento a non portare la sabbia in casa
la casa senza porta
dorme il giorno sul letto sfatto
a guardare il mare con il rasoio in mano
ci sono bottiglie sulla credenza
l’estate la notte e come il giorno
il mare annoia, e sempre uguale
il discorso che fa sulla riva
il mare è come il cielo grigio
non c’e voglia di tuffarsi
l’uomo si tuffa con muto coraggio, nuota male
esce nel mare
lontano dalla riva, dove sono le boe
i pesci ed il silenzio sott’acqua
torna sempre come un’angoscia
io osservo il suo muto tornare
il passo del nuoto sempre uguale

Si risale la terra dei monumenti gelati
arcani come carri armati i municipi
siamo venuti via con la ghiaia in tasca:
Valle Bembo, Valle Bormida il sigaro fa l’acqua vite torbida
riconosci la tua marcia nella città contraria
i tagli di falce, i cambi di guardia
gli amici di scuola miete la mitraglia
la morte è in campagna.