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Chi ama la scrittura di Margaret Mazzantini, nel suo ultimo romanzo “Nessuno si salva da solo”, edito da Mondadori, la ritrova tutta, come l’ha lasciata in “Non ti muovere”.
Asciutta, interrotta, spaziata.
La storia è quella di un amore finito, dei suoi perché tardivi ma anche delle sue probabili occasioni di salvezza mancate.
Nessuno di coloro che hanno circondato la coppia in questione- con affetti forse logori dagli anni della maturità e dal proprio vissuto- riesce a trovare l’alchimia giusta per non lasciarli soli; ma sono soprattutto le loro anime, che si abbandonano al rancore e all’annotazione delle colpe o presunte tali, ad essere le meno solidali. Anime negate e vissute tragicamente.
Due mondi diversi che si incontrano nello stesso momento di bisogno di scambiarsi, sostenersi.
Due mondi appassionati alle reciproche diversità, le stesse che nel tempo li divideranno.
Le cose che all’inizio sono state di grande unione diventeranno la miseria del quotidiano, degli scontri caratteriali, dei sogni diversi che s’infrangono fra loro, il rammarico della fine che si percepisce come inevitabile. Un copione conosciuto da molti, descritto con precisione e distacco.
Infine, non ultimi, non protagonisti secondari, i due piccoli Cosmo e Nico, figli della coppia.
Presumibilmente le vere vittime, anche nelle infauste previsioni dei genitori:gay, falliti, violenti.
L’anoressia aleggia in questo romanzo (ma non sembra il vero interesse dell’autrice).
Infine, due incontri casuali sembrerebbero poter dare la possibilità di virare il timone, salvare la situazione, restituendola alla norma sfaccettata della vita.
In uno, durante l’ultima cena chiarificatrice, la giovane coppia incontrerà due anziani, teneri, affettuosi, quasi ammiccanti, che ai loro occhi invidiosi appare solida e complice come non è più la loro (si conferma che l’erba del vicino appare sempre più verde).
In realtà scopriranno, in un breve quanto casuale colloquio a quattro, essere una cena d’addio in attesa che il corpo dell’uomo, colpito da un cancro, lasci la sua compagna di vita. Non è chiaro- se non in una ricerca “forzata” dell’autrice- perché questo sconosciuto senta il bisogno di chiedere di pregare per lui, proprio a quei protagonisti che non hanno saputo pregare un istante per se stessi.
Il secondo incontro, basato per entrambi sul terreno dell’attrazione, resta carico di speranze presto abortite.
E la preghiera- sincera e/o forzata- in mezzo alla strada e per quell’anziano, li conduce . come una sorta di espiazione,al placarsi definitivo delle ire.
Bisogna amarla la Mazzantini, per non rimanere alla fine della lettura solo con l’immagine di Cosmo e Nico in pigiama, vicini, nel lettone degli ex genitori, abbracciati; per non provare amarezza per loro, piuttosto che per quelle due persone che non muovono ad alcuna simpatia; amarezza per i figli, che non si placa se non sperando che la loro sorte, ancora non scritta, non sia poi quella suggerita velatamente dalla narratrice: la prosecuzione dell’infelicità umana.
Quasi una sceneggiatura.