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Il cavaliere polacco

Tutte le straripanti bellezze
del mondo che hai attraversato
in diagonale parafrasando
con decisi trasferimenti di accento
o cenni del capo,
il frustino poggiato sopra
i calzoni di fustagno scarlatto
il berretto di pelliccia rovesciato
la lunga casacca orientale
aperta sull’ambio e lo sguardo alto.
Tutte le bellezze del mondo
perché tu possa adesso passo
dopo passo vedere te stesso.

La notte della vigilia

La notte della vigilia
è la notte della tenerezza
per te stesso. Ti affacci
alla finestra e guardi la luna
con rispetto e con dolcezza,
poi indugi con lo sguardo
sulla terra. Non sei in alto
né in basso, non hai divi
né diavoli intorno.
È il tuo mondo, dove tu resti,
uomo tra gli uomini, in mezzo.

I pini di Matsushima

Quanto sono ammirevoli e singolari
le loro sembianze! Si sollevano in silenzio
sulle punte dei piedi con le braccia aperte,
e ubriachi d’aria, dopo l’imprevista liberazione,
vanno ad arrendersi allampanati al sole.
Il nostro preferito si sporge sulle rocce
come un pescatore di perle:
le radici non lo lasciano tuffarsi e lui nel vuoto
in avanti la pancia protende
e nello sforzo si trasforma in arco.

Siamo partiti in treno, poi abbiamo preso
il vapore. I ragazzi lanciavano
gamberetti ai gabbiani e al ritorno
ricordo queste parole: «Sono malati
i pini di Matsushima».

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Poesie da Da una vena unica , Michele Colafato  (Il Labirinto, Roma, 2009)

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«Tutte le straripanti bellezze/del mondo che hai attraversato»

l’incipit della poesia “Il cavaliere polacco” (che è  inizio della raccolta tutta) ci affida, fin da subito, lo straripare di bellezza dalla “vena unica” del mondo, non come (impossibile e nemmeno auspicabile) momento di contenimento (le bellezze  attraversate sono “straripanti”, epperciò incontenibili),  bensì di condivisione.

Il tramite a questo farsi comune, al di là e in grazia di una forma elegante , chiara e leggera, è il singolo, in primis nel rapporto con se stesso. La  poesia infatti istanzia tale medium già in-vestito del e nel suo attraversamento di “tutte le bellezze” (attraversamento che non può darsi in modo diretto, ma “in diagonale parafrasando”), in approdo ad un ulteriore in-vestimento di senso,  aperto “sull’ambio e lo sguardo alto”, che consenta, passo/dopo passo”    –adesso -,  di “vedere” il sé,  non come fine, ma appunto, secondo il delfico “Conosci te stesso”, come metodo- mezzo.

Nella seconda poesia questo metodo,  attuandosi, si ampia e contempla perciò il vedersi con l’altro: “È il tuo mondo, dove tu resti, /uomo tra gli uomini, in mezzo”;  questo partendo da uno sguardo di attesa sul mondo, che proprio e in grazia della tenerezza per sé e del riconoscimento all’alto/altro di bellezza  (qui nel topos classico della luna), può indugiare, una volta sceso,  “sulla terra” e  farlo in modo empatico, riconoscendosi non “in alto/né in basso”, senza “divi / o diavoli intorno”  (laddove “divi” e “diavoli” allo stesso tempo, e in modo ironico, evocano  i piani di paradiso/inferno, o quelli più banali dei divi  patinati e dei poveri diavoli terreni)

Ne “I pini di Matsushima”, il sé e l’altro (il noi) sono al mondo e all’incontro col quotidiano, compreso il male (emblematica la malattia dei “pini”), e tuttavia, al di là del senso di corruzione che inizia a farsi strada (compresa l’interrogazione sul futuro  evocata dai “ragazzi” dell’ultima strofa), l’incipit di nuovo richiama la singolarità della bellezza e il modo tutto umano di   tendere ad essa mirandola, come una freccia  partecipe della propria traiettoria.

Per questo la visione-tensione ingloba e si riconosce in ciò che viene ammirato : i pini che,  come noi, “Si sollevano in silenzio/sulle punte dei piedi con le braccia aperte,/e ubriachi d’aria, dopo l’imprevista liberazione,/vanno ad arrendersi allampanati al sole” , sono noi, ben oltre la similitudine;   così “Il nostro preferito” non può che essere quello che “si sporge sulle rocce /come un pescatore di perle:” nell’atto appunto di cogliere, dalla “vena unica” e profonda qualche piccola- grande bellezza, che nella tracimazione del fuori misura e dalla portata umana, è al più nascosta.

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Da una vena unica   di Michele Colafato  è  stata presentata da Francesco Dalessandro per  “Poesia Condivisa” su Poesia2.0, rubrica alla quale rimando per la condivisione non solo di questa specifica proposta, (comprensiva, oltre a quella di Dalessandro, di altre belle letture) e delle  analoghe già inserite, ma di tutto il progetto che fa capo alla rubrica.

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l’immagine: Rembrandt “Il cavaliere polacco” da wikipedia